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Atene – L’uso politico dell’espulsione e dei CPR per chi si oppone al genocidio in Palestina

Nove persone, tra cui due donne italiane, trattenute nel "centro di pre-rimpatrio” di Amygaleza

Comunicato del Gruppo di solidarietà con i 9 di Nomiki.

Atene – La sera del 13 maggio anche Atene si unisce all’intifada studentesca globale contro il genocidio portato avanti da Israele contro la popolazione palestinese di Gaza. Tende, striscioni e sacchi a pelo popolano per una notte la facoltà di giurisprudenza Nomiki della principale università cittadina, chiedendo – assieme agli studenti statunitensi, olandesi, italiani, britannici e altri paesi – un cessate il fuoco immediato e l’interruzioni dei programmi di scambio universitario con Israele.

La mattina dopo un’imponente contingente di polizia anti sommossa sgombera la facoltà, arrestando 28 persone. Una risposta repressiva repentina e violenta che conferma un cambio di passo nel approccio delle autorità greche verso le proteste in supporto del popolo palestinese. Infatti, già la settimana prima, il 7 maggio, un corteo contro l’invasione di Rafah era stato caricato violentemente tre volte dalla polizia, e due compagni – tra cui un minorenne – erano stati arrestati ad una protesta lo stesso giorno. Il giorno seguente, 20 persone che avevano portato la propria solidarietà ai due arrestati sono state a loro volta portate al commissariato centrale di Atene. In una surreale giostra repressiva, poche ore dopo la polizia ha prelevato altre 20 persone da un presidio sotto il commissariato, facendo salire il totale a 42 arresti in meno di 24 ore.

Il giorno dopo lo sgombero della facoltà di legge, circa 200 persone accolgono gli arrestati nel piazzale del tribunale. Cordoni di polizia impediscono il contatto tra solidali e arrestati, con cori e canti a spezzare la tensione nelle quattro ore di attesa per l’udienza istruttoria. L’udienza in sé è invece rapida, le accuse sono quelle consuete: disturbo della quiete, rifiuto di dare le impronte digitali (una pratica diffusa nel movimento greco), possesso di oggetti contundenti e danneggiamento. Le stesse dichiarazioni dei poliziotti all’udienza non fanno alcun riferimento ad atti di vandalismo o qualsiasi tipo di oggetto contundente. Il giudice decreta la liberazione di tutti gli imputati, in attesa dell’inizio del processo, fissato per il 28 maggio. Tutti gli imputati greci vengono liberati, ma non i 9 di altre nazionalità. Le compagne e compagni internazionali, un uomo e otto donne italiane, francesi, spagnole, tedesche e britanniche vengono invece portate al “centro di pre-rimpatrio (PRO.KE.KA)” di Amygdaleza – in pratica un CPR greco nella periferia nord di Atene, dove sono ancora oggi.

Amygaleza, come tutti i centri di detenzione amministrativa greci, sono tristemente famosi per le condizioni di detenzione, la difficoltà di accesso a servizi di interpretariato e supporto legale, alle visite di amici e familiare, all’assistenza sanitaria. La popolazione dei PRO.KE.KA è stata rimpolpata negli anni grazie alle cosiddette operazioni di “pulizia” della polizia, vere e proprio retate razziste nelle zone della città frequentate dalle persone razzializzate, che se non hanno il giusto documento vengono detenute per un periodo dai 18 ai 36 mesi. Con i pushbacks (respingimenti collettivi via mare e terra), i campi profughi “chiusi e controllati”, e la mancanza di alcuna significativa forma di inclusione, questi centri di detenzione completano un meccanismo di gestione brutale e violenta delle popolazioni razzializzate e migranti finanziato dall’Unione Europea e volto a dissuadere le persone dal rimanere sul suolo europeo.

I 9 compagni europei sono stati classificati come “persone indesiderate”, una minaccia per la sicurezza nazionale, pur essendo stati accusati – e non condannati – solo di reati minori e nessuna imputazione individuale. Spesso si è discusso della sperimentazione di misure repressive su popolazioni marginalizzate e beneficiarie di minori tutele legali in quanto non bianche, senza documenti, senza fissa dimora, ecc., e dell’eventuale espansione di queste misure a gruppi privilegiati. L’intifada studentesca globale ha colpito un nervo scoperto, rimarcando il ruolo chiave delle università all’interno del complesso militare e industriale globale, e la prominenza di aziende di tecnologia militare israeliane, che da anni testano armi e modalità di controllo sulla popolazione palestinese. Allo stesso modo, la minaccia di espulsione per i 9 militanti qui ad Atene, conferma la volontà delle classi dirigenti europee di voler includere tra gli indesiderati chi si oppone al genocidio in corso in Palestina e si mobilita per fermarlo.