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PH: Mai più lager - NO ai CPR
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CPR e salute: un dialogo multidisciplinare

Confronto sugli effetti patogeni della detenzione amministrativa e sulle forme di resistenza

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Un confronto a più voci che analizza la detenzione amministrativa dalla prospettiva della salute e spazia dal tema del corpo, alle reti sociali, alle varie forme di violenza inclusa quella farmacologica, alle forme di resistenza interne ed esterne.

La conversazione è tra Nicola Cocco 1, medico infettivologo, membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete “Mai più lager – No ai CPR”; Monica Serrano 2, filosofa di formazione che lavora nel campo delle migrazioni e salute mentale; Arturo Raffaele Covella 3, avvocato, membro dell’ASGI e redattore di Melting Pot; Francesca Esposito 4, educatrice, ricercatrice e attivista.

Del tema “obiezione di coscienza da parte del personale medico-sanitario si parlerà anche nella Terza edizione degli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa il 17 e 18 maggio 2024 a Milano.

Nicola Cocco: Stiamo parlando di detenzione amministrativa provando ad analizzarla dalla prospettiva della salute. Lavorando come consulente del Garante Nazionale, insieme a Monica, durante i sopralluoghi nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) una delle questioni che ci ponevamo più spesso era proprio come fanno medici e infermieri a conciliare un tipo di professione, che ha un approccio sostanzialmente umanistico, se non umanitario in alcuni casi, con dei luoghi dove sempre più evidenze ci dicono che la vita umana passa in secondo piano rispetto a delle altre priorità, anche economiche se consideriamo l’intervento dei privati 5

Vedendo il lavoro, il disappunto e la preoccupazione di alcuni medici, in particolare tra quelli del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che, fuori dai CPR, forniscono la valutazione di idoneità alla vita in comunità ristretta, necessaria all’invio nel CPR, ci siamo chiesti: è possibile provare a sollecitare una presa di coscienza da parte del personale sanitario per quanto riguarda le condizioni di vita delle persone migranti all’interno dei CPR? Per provare a rispondere abbiamo provato a riflettere tra differenti realtà: una scientifica, la SIMM, una di attivismo, la Rete “Mai più lager – No ai CPR”, e una giuridica, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI). 

Abbiamo riflettuto a lungo, provando anche ad immaginare un possibile contatto con il personale sanitario che lavora nei CPR per comprendere ciò che non è compreso, da noi e da loro, della realtà in cui si trovano a lavorare. Alla fine è stata lanciata una Campagna di presa di coscienza 6 che sostanzialmente vuole in primis che si parli di queste realtà, che emergano le condizioni di vita e le problematiche d’accesso alla salute nei CPR. Come corollario, chiede ai medici di rivalutare anche il loro ruolo politico e sociale.

Facendo un passo indietro, la valutazione di idoneità è richiesta dalla “Direttiva Lamorgese” (art. 3 della Direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 2022), che regolamenta la vita all’interno dei CPR e prevede che per poter inviare una persona all’interno di questi centri deve essere documentata una visita di un medico medico del SSN che escluda delle fragilità di salute, incluse salute mentale, malattie croniche e anche vulnerabilità sociali. L’idea era tutelare le persone ritenute “fragili”, preservarle dal CPR, sottintendendo già una valutazione delle criticità di questi posti.

Tre aspetti però hanno subito smontato l’intento “protettivo” della Direttiva:
1) è praticamente impossibile svolgere una valutazione “olistica” dell’idoneità alla vita nel CPR secondo tempistiche e modi dettati dai dispositivi di polizia e detenzione;
2) le condizioni di vita delle persone detenute nei CPR;
3) la patogenicità intrinseca della detenzione amministrativa e di ciò che determina. I sopralluoghi e gli accessi effettuati da diversi attori istituzionali e di attivismo, che hanno contribuito alla redazione di numerosi report e anche di inchieste giudiziarie, hanno fatto emergere che i CPR sono luoghi di degrado igienico-sanitario e “sociale”: sporcizia e abbandono dell’ambiente, configurato sostanzialmente come un non-luogo spoglio, con le persone passano giornate vuote e prive di senso (anche se poi le persone quando vivono insieme trovano strategie di resilienza e le vite sono comunque piene).

In questi luoghi non viene garantito il diritto alla salute  come sancito dall’art. 32 della Costituzione, per diversi motivi: in primo luogo il personale sanitario è assunto dall’ente gestore ed è sostanzialmente percepito come “altro” dalla catena di responsabilità del SSN, tanto che lo standard delle cure non è comparabile con quello garantito all’esterno, in contesti altrettanto complessi e critici, come ad esempio il carcere. 

Siamo arrivati a chiederci se, date tutte le criticità che ci sono nei CPR, è lecito affermare che nessuno può essere idoneo alla vita in quei posti (non solo le persone considerate “vulnerabili”).

Oltre alle evidenze materiali sulla patogenicità dell’ambiente stesso del CPR, abbiamo raccolto anche quelle deontologiche (con il supporto di bioeticisti) e abbiamo evidenziato che i medici non possono svolgere delle valutazioni di idoneità come quelle che vengono fatte attualmente – che di solito sono dei semplici nulla osta che escludono la presenza di malattie infettive, ma che non rappresentano delle vere valutazioni dello stato di salute delle persone – e abbiamo evidenziato anche dei possibili rischi legali per i medici che certificano l’idoneità di persone che, come spesso accade, dopo pochi giorni dall’ingresso nei CPR manifestano problemi di salute o comportamenti autolesivi, fino ai tentativi di suicidio, criticità che non vengono assolutamente prese in considerazione durante la valutazione di idoneità. Infine, c’è proprio l’aspetto deontologico principale, che è quello di dire che il medico ha il dovere di proteggere la persona da contesti che mettono a rischio la sua salute e la sua vita. 

Un altro elemento trascurato è il principio di autonomia: alle persone migranti non viene chiesto se accettano di essere visitate, “valutate”. Ci sono stati casi in cui le persone, per svariati motivi, ad esempio culturali, si sono rifiutate. Questo elemento è previsto dalla Direttiva Lamorgese, che esplicita che nel caso in cui le persone rifiutano la visita per l’idoneità vengono condotte direttamente nel CPR e l’idoneità deve essere valutata entro 24 ore dal medico dell’ASL. Quindi la visita è obbligatoria e viene meno il principio di autonomia. 

Di fatto, nei CPR vengono lesi i quattro principi che sono il cardine dell’atto medico e della relazione medico-paziente:

  1. primum non nocere (basti pensare all’abuso e misuso degli psicofarmaci) 7
  2. principio di autonomia;
  3. principio legato alla beneficenza (“fare del bene”), e abbiamo ribadito che nei CPR mancano i presupposti per prestare l’attività medica in maniera coerente;
  4. principio di giustizia, che trova la massima espressione nel mancato rispetto sostanziale dell’art. 32 della Costituzione e nel fatto che, accettando di far patire a persone considerate “altre” delle condizioni di vita che riterremmo inaccettabili per i nostri “simili”, nei CPR si attua una vera e propria forma di razzismo istituzionale. 

Monica Serrano: Da quanto detto emerge già una valanga di criticità. Il dovere etico del medico stride coi luoghi formalmente preposti alla salute e in generale con le condizioni di  vita dei trattenuti nel CPR 8. In un luogo di privazione e de-soggettivazione, sporco e spoglio, sospeso temporalmente,  fatto di internamento e abbandono, che cosa significa salute? Stando ai principi della psicoanalisi esistenziale, salute è innanzitutto: 

  1. rispettare il nome proprio, l’identità, la provenienza e l’appartenenza
  2. rispettare l’essere nel mondo, i legami significanti la vita, le relazioni affettive
  3. rispettare la progettualità, il poter essere e decidere del proprio futuro

I CPR sono un esempio macroscopico della privazione di questi tre principi, in quanto:

  1. dentro i CPR le persone sono numeri perché vengono trattate come numeri e spesso a distanza, al di là del cancello, della porta, della grata (in base alla struttura)
  2. non c’è traccia dell’essere nel mondo perché le persone vengono private di tutto, rete sociale e oggetti, quindi di qualsiasi cosa sia una tessitura di mondo. Non sei più nulla di quello che eri/avevi il giorno prima. 
  3. se entri in un sistema detentivo come il carcere sai per cosa sei lì e per quanto resti, mentre questo non accade con i CPR. Non sai nemmeno che fine farai alla fine di quel tempo. Tutto questo non sapere inficia sulla possibilità di pensarsi nel futuro e in generale pensare un futuro.

Le attestazioni di idoneità a cui accenna Nicola vengono fatte nei contesti istituzionali più svariati, il medico che le firma spesso non sa cosa sia una “comunità ristretta”. In alcune attestazioni si legge che la persona è idonea alla “vita di comunità” e il medico non sa dove finisce la persona, magari pensa di inviarlo in un centro di accoglienza. Gli stessi criteri di idoneità sono volti a indagare la contagiosità/pericolosità della persona per gli altri e per l’ambiente circostante (es. malattia infettiva), e non il contrario: non c’è criterio che valuti quanto il contesto detentivo del CPR possa ledere la persona e condurla a una fragilità psicofisica e sociale spesso drammatica. Di questo non c’è traccia. 

Anche il criterio della vulnerabilità psichiatrica è critico e da mettere in questione nel trattenimento, perché in primis non ti vede nessuno, a meno che la sofferenza non si traduca in atto pericoloso auto o eterodiretto. Se e quando lo psicologo del CPR segnala tale vulnerabilità ai servizi psichiatrici dell’ASL di zona, capita spesso che i primi appuntamenti arrivino dopo mesi dalla richiesta, i colloqui sono svolti senza mediazione linguistico-culturale e la presa in carico continuativa è impossibile dati i tempi precari della detenzione.

Quindi una difficoltà è senz’altro l’accesso alle cure\servizi pubblici, l’inconciliabilità dei tempi e l’inappropriatezza dei contesti di cura, ma la difficoltà è più strutturalmente la considerazione stessa della vulnerabilità: il CPR è un contesto patogeno in sé, dove le persone si ammalano, si disperano e per “essere” agiscono atti autolesionistici e violenti. Quello che resta è il corpo e si è pronti a pagare la libertà con la vita. Davanti alla libertà privata e al rimpatrio coatto la tutela della salute internamente salta. 

NC: Francesca per molto tempo ha parlato e intervistato persone detenute nei centri di detenzione amministrativa, magari può fornirci una prospettiva che noi non abbiamo.

Francesca Eposito: Innanzitutto mi sembra importante dire che questo non è un problema solo italiano ma transnazionale (e riguarda sia i paesi del cosiddetto “Nord globale” che, in misura sempre maggiore, i paesi del cosiddetto “Sud globale”). Tante delle questioni che stiamo sollevando le ho ritrovate ad esempio in Gran Bretagna e in Portogallo, paesi in cui ho vissuto e lavorato, a prescindere dalla differenza di questi contesti e dei loro sistemi di detenzione amministrativa.

In GB, ad esempio, non esiste un tempo limite per la detenzione amministrativa e la violenza temporale, che caratterizza anche l’esperienza della detenzione in Italia, per cui le persone recluse non sanno cosa gli accadrà e quando saranno liberate, qui è amplificata. Ho incontrato persone che sono state detenute anni, anche tre anni e mezzo, dentro queste istituzioni della violenza, o carceri per migranti. In Australia conosco persone che sono state detenute su isole fino a sette-otto anni (si pensi a Behrouz Boochani).

Quindi, passando da un contesto come la GB, dove non esiste un tempo limite alla detenzione, al Portogallo dove il tempo limite è di 60 giorni e il sistema di detenzione è ridotto in termini di capacità (meno persone detenute e meno centri), all’Italia che si colloca un po’ nel mezzo a questi due contesti, i problemi sono trasversali. Il problema è di per sé la detenzione, l’esistenza di luoghi in cui lo stato reclude “corpi in attesa di espulsione” e le premesse su cui tali istituzioni della violenza trovano la loro legittimazione sociale. Per questo io sono molto scettica quando si impostano campagne sul concetto di “vulnerabilità”, perché i CPR sono luoghi che strutturalmente producono malessere, ovvero sono inerentemente violenti e patogeni.

Il problema non è dunque chi ha la “condizione giusta di salute” per essere reclusə lì dentro, né chi è più o meno vulnerabile a tale violenza, perché la sofferenza, il malessere e la vulnerabilizzazione sono in sé un prodotto del sistema stesso, indipendentemente dal tempo trascorso e le condizioni di vita in detenzione. In altre parole, questo è un sistema disegnato per produrre sofferenza ed esporre le persone che cadono nelle sue maglie al rischio di morte prematura sanzionata dallo stato; questa è la sua funzione.

La forza della campagna per la presa di coscienza da parte del personale sanitario è dunque, a mio avviso, quella di scardinare quelle che io chiamo le “gerarchie della vulnerabilità e della meritevolezza della detenzione”, spesso riprodotte nei discorsi politici tanto a favore quanto contro la detenzione, affermando in modo inequivocabile che nessunə è idoneə a essere detenutə, indipendentemente dalle sue caratteristiche biografiche e personali.

Rispetto alla valutazione di idoneità, e più in generale al significato della campagna per la presa di coscienza del personale sanitario, con Nicola abbiamo più volte anche parlato dell’importanza della “diagnosi politica” il cui obiettivo è contrastare la tendenza a ridurre questioni profondamente politiche, nella concezione più ampia del termine, ad un piano che è medicalizzante, patologizzante e individualizzante; una tendenza che è riflesso stesso del sistema di capitalismo razziale nell’epoca neoliberale in cui viviamo.

Assistiamo sempre più allo spostamento e riduzione di problemi politici a un piano di salute fisica e mentale, rispetto a cui viene proposta una risposta medica di riduzione del sintomo, laddove quel sintomo tuttavia è il prodotto di condizioni materiali, sistemiche e strutturali che vengono completamente rimosse dal piano dell’analisi e della comprensione. In questa cornice possiamo leggere la questione della valutazione di idoneità, un atto medico individualizzato che diventa metodo d’elezione per selezionare “chi deve o no stare in un CPR” ed essere dunque espostə al rischio di morte prematura.

Così facendo, tale atto e la logica che lo sottende garantiscono la legittimità e il funzionamento del sistema. La stessa cosa avviene nel momento in cui mobilitiamo la logica della vulnerabilità, volta a identificare e selezionare i “gruppi vulnerabili” da “salvare”, a scapito di chi viene invece sacrificatə.

Questa logica, che la geografa e abolizionista afro-americana Ruth Wilson Gilmore 9 definisce come “politica dell’innocenza”, è profondamente problematica e va spezzata, anche da chi come noi è impegnatə nella lotta contro la detenzione e la violenza dei regimi di confinamento.

Dall’altra parte, e con questo concludo, è importante ricordare che, nella loro resistenza quotidiana ai CPR, le persone detenute si appropriano di queste logiche e degli strumenti che i poteri egemonici utilizzano contro di loro e li resignificano in modo strategico per condurre la propria lotta di liberazione individuale e collettiva (penso qui a tutta la questione dell’autolesionismo come atto politico e all’uso a scopo di resistenza della grammatica della vulnerabilità).

NC: Per sintetizzare, la detenzione amministrativa e i suoi dispositivi sono sostanzialmente dei luoghi di biopolitica, in cui la sofferenza è legata alla patogenicità dei luoghi stessi. La reazione dei corpi viene spesso patologizzata come “atti anticonservativi”, anche se spesso quello è l’ultimo campo di espressione per poter far sentire la propria voce. 

Un esempio di cui si è parlato poco sono le proteste delle due persone nordafricane che nel CPR di Milano nel mese di febbraio 2024 si sono messi nudi e sdraiati sotto la pioggia: quella era la loro forma di protesta. Questo tipo di protesta, con il corpo nudo messo davanti agli altri detenuti e alle forze dell’ordine non è scontato, è una forma di protesta anche un po’ lontana dalle nostre proteste classiche.

Si tratta di una forma di espressione del dissenso, le “naked protests”, che ha caratterizzato e caratterizza diversi contesti africani della decolonizzazione, ed è un modo di utilizzare la propria nudità per far vergognare il proprio aguzzino, per spostare la vergogna su chi ti opprime. L’utilizzo del corpo per questo tipo di proteste noi lo conosciamo poco, arriviamo al massimo allo sciopero della fame, e infatti la prima reazione a forme di questo tipo è la “patologizzazione”, un relegare alla malattia psichica, con la conseguenza di depotenziarne il messaggio. Il discorso del corpo è centrale. 

Arturo, nella tua esperienza confermi la patogenicità dei CPR?

Arturo Raffaele Covella: Mentre parlavate mi venivano in mente le esperienze vissute in questi anni di professione legale. In  particolare vorrei fare un paio di riflessioni. La prima è legata al discorso dell’idoneità e concerne le modalità seguite per concedere tale lasciapassare per l’ingresso nei CPR. L’idoneità infatti viene concessa dalle strutture sanitarie come se si trattasse di una semplice pratica burocratica da sbrigare e questo significa fare una attività molto superficiale, che non tiene conto né del vissuto della persona, né della sua situazione concreta in quel momento. Inoltre, l’autorizzazione viene concessa a prescindere dalla conoscenza effettiva di come sia la vita all’interno del CPR.

Tutto questo mi porta anche a pensare che vi sia una forte sudditanza dei medici delle strutture sanitarie, rispetto alle strutture del potere governativo presenti sul territorio.  Infatti, molto spesso l’idoneità viene concessa come se fosse un atto dovuto perché richiesto dalla Questura. Faccio questa riflessione anche per spostare l’attenzione sulle modalità con cui viene concretamente esercitato il potere da parte dello Stato nei vari contesti territoriali.

È chiaro che in un contesto piccolo, come quello di Palazzo San Gervasio (Basilicata), le dinamiche del potere sono ancora più evidenti perché i rapporti tra le amministrazioni dello stato sono molto più stretti e questo incide notevolmente. 

Sempre rispetto all’idoneità esiste poi un problema legato all’arbitrarietà. Nel momento in cui mancano parametri ben delineati e validi su tutto il territorio nazionale, si lascia ampio spazio alla discrezionalità, alla sensibilità o meno del medico chiamato ad operare in concreto. In un caso specifico che ho avuto modo di affrontare, è stata concessa l’idoneità ad un ragazzo che doveva fare diversi controlli e esami medici di vario tipo. Se non ricordo male, si trattava in tutto di 15 esami medici diversi anche molto seri.

Io mi chiedo quindi se questa idoneità sarebbe stata concessa in un’altra regione o da un altro medico? Mancano riferimenti specifici e concreti anche di strumenti che possono servire poi ai difensori, perché all’arbitrarietà del medico fa da contraltare l’arbitrarietà del giudice. 

L’altra riflessione che mi viene da fare riguarda la mancanza di un’analisi di tipo psicologico del soggetto che viene portato in un Centro. Mi riferisco ad una seria analisi volta ad indagare il vissuto della persona, le sue esperienze, le sue fragilità. 

Detto questo, mi chiedo se poi non sia necessario prevedere che queste visite volte al riconoscimento della idoneità non debbano essere svolte anche alla presenza di un difensore o di un consulente del difensore. In questa fase invece gli avvocati non sono chiamati a partecipare e credo che questo sia un vulnus da colmare. 

Negli interventi che mi hanno preceduto, si è parlato di “corpi”. Mi spingo oltre. Magari avessimo a che fare con dei corpi perché, se analizziamo la struttura abbiamo a che fare con un luogo che non vede le persone ma nemmeno dei corpi, vede dei numeri. Le persone sono individuate con un numero identificativo, non hanno un nome e un cognome o una nazionalità. Numero legato anche al modulo abitativo in cui sono detenute. Assistiamo ad un processo di spersonalizzazione totale, che non giustifica ma fa comprendere alcune cose che si verificano all’interno dei CPR (se hai davanti qualcosa che non ha dignità è chiaro che tutto ti è concesso). 

NC: Tutto ciò che abbiamo detto ci ha portato a considerare la valutazione di idoneità uno strumento assolutamente non adeguato. Noi poi usiamo questa storia per portare avanti uno strumento di lotta contro la detenzione amministrativa, proprio per mettere in difficoltà il discorso sulla liceità della detenzione amministrativa. 

Da medico ho individuato tre dimensioni del personale sanitario, rispetto a questa questione: 

  1. La compiacenza: quella dei medici, o altre figure, che lavorano nel “sistema CPR”, o il medico del PS che non segnala la violenza subita ad esempio da parte delle forze dell’ordine, perché vuole evitare qualsiasi coinvolgimento;
  2. L’indifferenza: quella dei medici che svolgono le valutazioni di idoneità come un dovere burocratico, senza avere idea del “dove” poi vengono portate le persone valutate idonee;
  3. La resistenza: quella dei pochi medici, da cui è partito anche l’allarme, che hanno detto di non voler più inviare le persone nei CPR (in uno spettro che va dall’afflato etico e deontologico al non volere avere più l’onere di fare le valutazioni).
Francesca, tu vedi in maniera diversa le professioni sanitarie all’interno dei CPR?

FE: No, la tua analisi coglie una serie di atteggiamenti e posizionamenti rispetto al sistema della detenzione amministrativa. Io quando sono stata a Ponte Galeria ho parlato spesso con operatori e operatrici. Passando parecchio tempo in quel contesto carcerario, loro mi percepivano abbastanza “dentro” da poterlə capire ma al contempo abbastanza “fuori” da poter parlare con me senza correre il rischio di ripercussioni per ciò che mi dicevano. Ho incontrato operatori e operatrici indifferenti, concentrati unicamente sul portare uno stipendio a casa a fine mese.

Tuttavia, ho anche avuto modo di conoscere altre persone con una visione paradossalmente “umanitaria” del proprio ruolo in quelle istituzioni della violenza, il che genera ovvie complessità. Alcune persone con cui ho parlato mi raccontavano di sentimenti di profondo malessere e continui incubi notturni. Stando lì dentro tutti i giorni  creavano legami affettivi con molte delle persone detenute e non era facile riconciliare questa dimensione relazionale e affettiva con la violenza dell’istituzione in cui si trovano, radicata sulla disumanizzazione dell’altrə da sé.

Allora stesso tempo, non lo nego, ci sono operatori e operatrici esplicitamente razzistə. Queste lavoratrici e lavoratori vengono spesso assuntə attraverso agenzie interinali, non hanno formazione specifica per il lavoro che svolgono né supervisione psicologica e perlopiù sono anche sottopagatə. C’è dunque da fare un’analisi sullo sfruttamento della forza lavoro reclutata per mandare avanti queste istituzioni della violenza e su come possiamo intercettare e amplificare eventuali istanze di lotta in questo contesto. 

L’operatore/operatice all’interno dei CPR non ha alcun potere: tutto viene deciso dalla direzione e, soprattutto, dall’ufficio immigrazione, che nella maggior parte dei casi non condivide le informazioni con l’ente gestore. Tuttavia chi va nelle celle a prendere le persone che devono essere deportate, rischiando a sua volta aggressioni come forma di resistenza, sono questə operatrici e operatori.

Molto spesso ci sono anche operatori e operatrici migranti, alcune persone con statuto di rifugiato, forza lavoro ancora più ricattabile: il fatto di metterlə a sorvegliare altre persone migranti come loro, in alcuni casi loro connazionalə, o di mandarlə a prendere le persone detenute quando devono essere deportate è violentissimo. Molte persone mi hanno parlato della loro difficoltà e profonda ambivalenza a svolgere tale lavoro.

Alcune di queste persone creano spazi di micro-resistenza e trasgressione, portando ad esempio oggetti dentro che non potrebbero o passando informazioni alle persone detenute e/o alle attivistə, ecc. Penso che sia cruciale estendere le nostre analisi all’idea che questo sistema, espressione del regime di capitalismo razziale in cui viviamo, trita chiunque vi entri in contatto. Le persone recluse subiscono ovviamente la violenza più diretta e brutale, ma anche gli operatori e le operatrici ne sono colpitə, sebbene in modo diverso. La questione chiave è come possiamo impiegare questa consapevolezza per intensificare la nostra lotta per l’abolizione della detenzione amministrativa e i regimi di confinamento.

NC: Confermo queste impressioni per gli operatori, che ho ritrovato anche nel personale sanitario. 

MS: Connotazione classista e geopolitica: nel sud Italia a lavorare sono spesso medici e infermieri italiani in pensione che vogliono arrotondare l’entrata, mentre a nord lo staff sanitario conta una presenza prevalente di persone con background migratorio, in maggioranza di genere femminile e di fede cristiano-cattolica. Questo in netto contrasto con la popolazione detentiva tutta maschile e in maggioranza musulmana e arabofona. I pregiudizi e i conflitti sono chiaramente a fior di pelle. In mezzo c’è la zona grigia degli operatori tuttofare, anche loro spesso migranti, coloro che detengono le chiavi dei moduli detentivi e fanno da ponte tra lo staff e i trattenuti.

Rispetto a quanto si diceva prima, io mi chiedo gli avvocati che entrano una volta a settimana nel CPR come riescano a lavorare. Intervistando lo staff sanitario, sociale e la/lo psicologa/a è evidente lo scollamento dei singoli interventi e la mancanza di comprensione della storia individuale della persona trattenuta. I trattenuti sono numeri occupanti spazio. Anche riguardo alla valutazione psicologica/psichiatra che l’avvocato chiede per tentare di far rispettare il diritto alla salute e restituire la libertà alla persona sofferente, come si fa in un contesto in cui il tentato suicidio è ordinario a definire cosa è patologico?

E quindi, chi da “malato” può uscire e chi deve restare dentro? Dovremmo inquadrare la sofferenza psichica e gli atti anticonservativi all’interno di un linguaggio politico. Vedere il corpo della persona trattenuta come ultimo teatro di azione della libertà personale, nel tentativo estremo di vedersela riconosciuta.

Il corpo riporta infatti alla luce del diritto (il diritto alla salute e la responsabilità dello Stato verso questo diritto) ciò che è stato tolto alla persona irregolarmente soggiornante, ovvero la sua integrità. Se non ho diritto al permesso di soggiorno e mi ritrovo dentro un sistema detentivo volto al rimpatrio forzato, attraverso il diritto alla salute posso bloccare il sistema coercitivo: mi faccio del male e quindi mi devi curare. Attraverso la responsabilità legale dello Stato verso il mio corpo, allora, io mi ricolloco dentro l’universo del diritto.

Anche all’interno di questo grande esperimento di privatizzazione della salute e in generale della privazione della libertà che sono i CPR, resta qualcosa che reclama un diritto universale. Questa è una strategia che sarebbe importante capire insieme ai migranti, non solo rispetto al loro essere capaci di rischiare la vita, ma proprio rispetto alla strategia politica di usare il proprio corpo come estremo strumento di resistenza. Ed è contro questa resistenza che si palesa l’utilità dello psicofarmaco come “pharmakon” nel senso più deleterio.

ARC: Aggiungo che oltre corpo/libertà lo straniero che viene condotto in un centro è anche un insieme di relazioni spezzate. Molto spesso capita di fermare un ragazzo a Roma o a Milano e di trasferirlo in Sicilia piuttosto che in Basilicata, tagliando qualsiasi tipo di relazione con il territorio e con i conoscenti, impedendo di avere relazioni per mesi, significa molto anche dal punto di vista della salute. Inoltre, la vita nel CPR ti priva anche di ogni forma di intimità.

Tutto questo accade a persone che, è sempre doveroso ricordarlo, non hanno una pena da scontare ma sono semplicemente sprovviste di un documento, di un pezzo di carta. Tutte queste privazioni, la mancanza di informazioni, il distacco da ogni forma di relazione affettiva, genera confusione, frustrazione, rabbia. Queste comprensibili reazioni vengono naturalmente ingabbiate, placate con un utilizzo massiccio di psicofarmaci. 

  1. Sono un medico infettivologo e lavoro nella medicina penitenziaria di Milano. Dopo essermi occupato di medicina umanitaria mi sono avvicinato alle problematiche delle medicina delle migrazioni e, nello specifico, alle problematiche di salute relative alla detenzione amministrativa e ai CPR. Sono membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) per cui coordino il gruppo di lavoro che si occupa proprio delle condizioni di salute delle persone migranti sottoposte a detenzione. Ho collaborato come consulente al lavoro del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Faccio inoltre parte della Rete “Mai più lager – No ai CPR
  2. Attualmente vivo a Roma e lavoro nel campo delle migrazioni e salute mentale, sia dentro che fuori il sistema di accoglienza, quindi SAI, collettivi e comunità informali. Di formazione filosofa, seguo la teoria decoloniale e la psicoanalisi esistenziale nella relazione di sostegno e cura del disagio mentale, definizione di disagio che, incontrando la popolazione migrante oggi in Europa, deve essere messa in discussione e che spesso viene tradotta e tradita all’interno dei servizi di diagnosi e cura. Nell’ultimo anno sono stata consulente esterno del Garante nazionale come esperta in etnopsichiatria e ho lavorato nel mondo della detenzione amministrativa monitorando rimpatri forzati e CPR
  3. Sono un avvocato. Mi occupo prevalentemente di diritto dell’immigrazione, in Basilicata e in Puglia. Sono membro dell’ASGI, collaboro con Melting Pot da un po’ di anni e da qualche decennio faccio parte dell’Osservatorio Migranti Basilicata. In veste di avvocato e di attivista, mi sto occupando delle vicende che riguardano il CPR Palazzo San Gervasio. Ultimamente sto approfondendo anche la questione relativa all’utilizzo di psicofarmaci all’interno di questa struttura, ma anche delle carenze dal punto di vista sanitario, psicologico e più in generale di abusi
  4. Sono una educatrice, ricercatrice e attivista. Di formazione sono una psicologa di comunità, con esperienza in vari contesti e e nell’intersezione di vari ambiti disciplinari. A Roma ho lavorato nei centri antiviolenza e in servizi dedicati alla violenza di genere. Ho iniziato ad occuparmi di detenzione amministrativa nel 2009 perché con la Cooperativa femminista Be Free, di cui faccio parte, avevamo avviato uno sportello nella sezione femminile nel CPR di Ponte Galeria, per fare informativa sui diritti. L’obiettivo era far emergere le situazioni di violenza di genere che comunque tocca, in modalità diverse, tutte le donne che sono all’interno dei CPR, come quelle fuori. Dopo aver visto ciò che accadeva dentro Ponte Galeria ho pensato che la ricerca potesse essere un modo per contribuire con delle riflessioni a questo tema, e in generale alla lotta per l’abolizione di queste “istituzioni della violenza” (cit. Basaglia). Ho quindi iniziato una percorso durato anni, studiando la detenzione amministrativa (in Italia, Portogallo e Gran Bretagna) attraverso una prospettiva femminista, intersezionale e abolizionista. La mia ricerca è una ricerca militante e si interseca con esperienze di attivismo e solidarietà con le soggettività che resistono alla violenza dei regimi di confinamento e detenzione, le cui voci sono per me al centro di ogni comprensione e lotta contro questo sistema
  5. Cpr fuori controllo. Inchiesta sugli appalti dei Centri per il rimpatrio: tra protocolli falsi e mancate ispezioni delle prefetture. Il governo intanto li esporta in Albania (Altrəconomia, maggio 2024)
  6. Inidoneità alla vita nel CPR: appello ai medici. Necessaria la presa di coscienza – Una campagna promossa da Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), la Rete “Mai più lager – No ai CPR” e l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI)
  7. Rinchiusi e sedati: l’abuso quotidiano di psicofarmaci nei Cpr italiani – Inchiesta di di Luca Rondi e Lorenzo Figoni (Altrəconomia, aprile 2023)
  8. Trattenuti. Una radiografia del sistema detentivo per stranieri – Un progetto di Actionaid e UniBA
  9. Abolition Geography: Essays Towards Liberation di Ruth Wilson Gilmore (Verso Books)