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Due donne iraniane ingiustamente detenute in carcere per presunto scafismo

Per il Garante regionale "illogicità e anomalie", la Rete 26 febbraio e il Comitato Free Maysoon chiedono l'immediata scarcerazione

Ph: Pressenza

La Rete 26 febbraio ed il Comitato Free Maysoon esprimono profonda preoccupazione e sgomento per la vicenda delle due donne curde-iraniane Maysoon Majidi e Qaderi Maryam detenute nelle carceri calabresi da diversi mesi con «pesanti quanto incredibili accuse». Le donne sono accusate di favoreggiamento della immigrazione clandestina e si trovano rispettivamente presso la Casa circondariale di Castrovillari e la Casa circondariale di Reggio Calabria.

Anche il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Luca Muglia, ha detto di stare approfondendo la posizione e le condizioni delle due donne iraniane.

Il Garante regionale Muglia, riporta infatti in una nota stampa del 5 maggio, «ha incontrato più volte Maysoon Majidi, unitamente al Garante della Provincia di Cosenza Francesco Cosentini, riscontrando un progressivo calo di peso della giovane, fortemente provata dalla detenzione e dal timore che non emerga in tempi rapidi l’estraneità alle accuse che le vengono mosse. Quanto a Qaderi Maryam, le condizioni della stessa sono state attenzionate dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Felice Maurizio D’Ettore, in quanto la separazione dal figlio di anni 8, affidato temporaneamente alle cure di una famiglia afghana in Comunità, avrebbe generato una serie di atti di autolesionismo ed eventi critici».

Le vicende personali sono ricostruite dal Garante: «Si tratta di donne con storie particolari alle spalle che hanno corrisposto ingenti somme di denaro per allontanarsi dal paese di origine, temendo per la propria incolumità. Maysoon Majidi è una nota regista ed attivista curda per i diritti umani che si è vista costretta a fuggire, unitamente al fratello, prima dall’Iran e poi dal Kurdistan iracheno a causa delle sue attività di protesta antigovernative che ne avevano messo in pericolo la stessa vita. Qaderi Maryam, fuggita con il figlio dall’Iran per sottrarsi ad una situazione drammatica, nel corso del viaggio dalla Turchia a bordo di una barca a vela sarebbe stata oggetto di un tentativo di violenza sessuale da parte degli stessi tre uomini che, all’arrivo in Italia, l’hanno accusata di essere una scafista. L’atipicità della storia che accomuna le due donne è data dalle difficoltà linguistiche e dalla circostanza che quasi tutti i migranti che si trovavano sulle rispettive barche si sono allontanati dal territorio italiano senza essere sentiti».

«Il quadro delineatosi – ha concluso il Garante Muglia – conferma la necessità che la repressione del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina si avvalga di modalità diverse in grado di accertare con maggiore puntualità e rigore l’individuazione delle responsabilità. Sarebbe necessario introdurre l’impiego di nuclei investigativi specializzati, l’utilizzo delle tecnologie più avanzate, la cristalizzazione degli elementi di prova nell’immediatezza dello sbarco e garantire l’effettività del diritto di difesa. Non si può correre il rischio che si scambino le vittime per carnefici».

Venerdì 10 maggio per Maysoon Majidi, di 27 anni, che si trova reclusa da ben 5 mesi, si è tenuto l’incidente probatorio davanti al Gup del tribunale di Crotone. All’esterno si è svolto un presidio di solidarietà organizzato dal comitato per la sua liberazione.

«Poiché anche per lei, come per tante vittime di guerre, terrorismo e persecuzioni, non ci sono vie legali e sicure di ingresso è stata obbligata al viaggio della speranza, imbarcandosi con suo fratello per raggiungere l’Europa. Qui, nella tanto decantata Europa democratica, anziché essere accolta è stata incriminata sulla base di improbabili accuse di altri due migranti. Accuse che gli stessi, in una intervista in cui hanno parlato di un probabile errore di traduzione, negano di aver detto. Nell’ultima udienza, uno di loro, Asan Hosenzadi, che avrebbe dovuto essere sentito in merito, per la polizia giudiziaria è risultato irreperibile. Cosa strana, visto che l’avvocato della difesa ha il suo recapito ed il numero di telefono, al punto che subito dopo l’udienza ha parlato con lui in video chiamata davanti a telecamere e giornalisti. Per giunta, vivendo in un centro di accoglienza tedesco, il suo recapito è certamente noto alle autorità del posto», scrivono la Rete 26 febbraio ed il Comitato Free Maysoon.

Rispetto invece a Qaderi Maryam, che è reclusa da fine ottobre 2023, le organizzazioni avanzano alcuni interrogativi: «Quale scafista porta con sé un bambino di otto anni? Come si può lasciare in carcere una ragazza di 27 anni, che in 5 mesi ha perso già 15 chili, con anche solo il dubbio che sia lì per un errore dell’interprete? E ancora, come si può non dare subito i domiciliari a queste due donne e a quanti e quante si trovano nella loro stessa situazione? Si tratta, al minimo, di condizioni che traumatizzano vite di bambini e adulti costretti a rischiare la loro vita in questi viaggi. E poi, per entrare ancora nel merito della vicenda processuale, perché pur avendo chiesto più volte di essere sentita, Maysoon non è stata ancora interrogata? Davvero lo Stato italiano non riesce a trovare un migrante ospite in un centro di accoglienza tedesco, pur avendo telefono e indirizzo? Davvero basta così poco per rimanere stritolati nelle maglie della giustizia? Davvero si crede che trafficanti e criminali si trovino sulle carrette del mare in balia delle onde?».

«Continuiamo ad essere fortemente indignati, così come dopo i fatti di Cutro, e avversiamo questa retorica propagandistica che trasforma le vittime in colpevoli, pensando di costruire consenso sulla pelle di donne e bambini. Chiediamo giustizia per Maysoon e Maryam, giustizia vera, quella che tutela i diritti e la dignità di ogni essere umano, soprattutto dei più vulnerabili. Ben sapendo, purtroppo, che alcune inumane leggi europee e nazionali riservano lo stesso trattamento ad oltre un migliaio di migranti», concludono la Rete 26 febbraio ed il Comitato Free Maysoon.