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Genitori minori di 65 anni del rifugiato e prova della “vivenza a carico” ai fini del ricongiungimento familiare: accolto il ricorso

Tribunale di Roma, ordinanza del 15 aprile 2024

Foto di congerdesign - Pixabay

Il Tribunale di Roma accoglie il ricorso di un rifugiato siriano anche in assenza di prove dirette del mantenimento. Il diniego del visto per il ricongiungimento familiare era stato emesso dall’Ambasciata d’Italia a Beirut, territorialmente competente.

L’Ambasciata aveva negato il visto ai genitori del ricorrente, entrambi infrasessantacinquenni, ritenendo non provato il requisito della “vivenza a carico” in ragione del fatto che il ricorrente non aveva mai fornito prove dirette della stessa, non avendo mai fatto ricorso, per motivi di sicurezza personale e dei genitori rimasti in Siria, a strumenti tracciabili per trasferire il denaro necessario a mantenerli, ma vi aveva provveduto soltanto brevi manu, attraverso amici e conoscenti.

A supporto delle proprie affermazioni il ricorrente ha prodotto ampia documentazione, consistente, in particolare, nelle dichiarazioni degli amici e dei conoscenti che avevano materialmente ricevuto il denaro per trasferirlo in Libano, corredate da relativi documenti di identità, una relazione di un ente di beneficenza presso la quale il ricorrente aveva prestato volontariato, documentazione comprovante i prelievi effettuati dal ricorrente in occasione della venuta in Italia del fratello del ricorrente, rifugiato in altro stato dell’Unione, che li aveva poi consegnati ai genitori in Libano.

Il ricorrente ha ulteriormente allegato che i genitori non erano materialmente in grado di mantenersi nel paese di origine in quanto l’attività di famiglia era stata più volte oggetto di incursioni ed era andata distrutta, il padre era già stato incarcerato in ragione delle sue idee politiche e pertanto avrebbe incontrato numerose difficoltà a reperire nuova attività lavorativa, mentre la madre versava in condizioni di salute precarie, essendo affetta da un tumore al polmone e avendo necessità di cure non altrimenti disponibili nel paese di origine.

Facendo applicazione della giurisprudenza della nazionale e sovranazionale, il Tribunale di Roma ha così statuito: “La situazione dei rifugiati richiede sicuramente un’attenzione particolare, in considerazione delle ragioni che hanno determinato la fuga dal paese di provenienza, ma non consente ai fini dell’ottenimento del ricongiungimento degli ascendenti di escludere il requisito della “vivenza a carico“, che comunque rivela l’idoneità del richiedente a prendersene effettivamente cura. Per pacifica giurisprudenza nazionale e sovranazionale nel caso di ricongiungimento di familiari di persone titolari di status di rifugiato (di protezione internazionale), il requisito della vivenza a carico ricorre quando il rifugiato è il familiare più idoneo a fornire il sostegno materiale necessario al familiare che intende ricongiungere, “tenendo conto della situazione particolare in cui si trovano i rifugiati e dopo un esame individualizzato che tenga conto di tutti gli elementi pertinenti” (Corte di giustizia dell’Unione europea, sentenza del 12 dicembre 2019 nella causa C-519/18) e che l’assenza di prova diretta del requisito della vivenza a carico può essere superata attraverso un ragionamento presuntivo da parte del giudice di merito (Corte di cassazione civile n.24488 del 10/09/2021)”.

Nel caso specifico dunque la documentazione prodotta dal ricorrente, inclusa l’autocertificazione dello stesso di mantenere i genitori, hanno fatto ritenere al Tribunale adito che fosse confermata la circostanza “dell’effettivo e regolare finanziamento da parte del ricorrente dei genitori negli ultimi due anni, fatto che dimostra l’an della pretesa azionata”.

Si ringrazia l’Avv. Luce Bonzano per la segnalazione e il commento.