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«Il trattenimento amministrativo come strumento di controllo sociale»

Un report dell'incontro che si è svolto alla 3° edizione degli Stati Generali sulla detenzione amministrativa

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di Maria Giuliana Lo Piccolo 1

Il 17 e 18 maggio 2024 si è tenuta la terza edizione degli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa al Teatro Officina di Milano. L’idea è nata da organizzazioni che negli anni si sono impegnate in attività di contrasto e monitoraggio della detenzione amministrativa. Ci si è voluti interrogare, dunque, sullo statuto di quest’ultimo, che prescinde dalle garanzie minime costituzionali e internazionali, e sul ruolo che la società civile può avere nell’attività di contrasto ad esso. Tra gli obiettivi vi è stata anche la riflessione sulla promozione di nuovi linguaggi, come il teatro o il fumetto, per attirare anche l’attenzione e l’azione di coloro che non sono direttamente impegnati in questa battaglia di civiltà.  

Come ha sottolineato l’ex Garante Mauro Palma, oggi è estremamente importante un’iniziativa sulla detenzione amministrativa, dal momento che il concetto risulta spesso offuscato, ambiguo. Tale pratica ci interroga non solo per i pericoli dell’ideologia del controllo diffuso a cui si richiama, ma anche perché vediamo tre famiglie di garanzie venire meno.

La prima è quella giurisdizionale, dal momento che il giudice di pace ha competenza solo quando conferma il trattenimento o lo fa proseguire e non ha competenza di vigilanza sul centro, diversamente dal carcere. Si tratta quindi di una tutela momentanea, che non permane durante la permanenza nel CPR.

La seconda è quella sanitaria, in quanto il servizio sanitario nazionale ha competenza solo nel momento iniziale in cui dichiara che un individuo può essere recluso nel centro, e da quel momento in poi entra in gioco la sanità privata che dipende da altri parametri, anche di tipo economico, e non dalla salvaguardia al diritto alla salute.

L’ultima è quella della garanzia relazionale: secondo l’art. 2 della Costituzione, infatti, la definizione di persona nel territorio non è monadica o biologica ma relazionale, dipende dalle connessioni con altri. Questi luoghi, invece, sono chiusi alla visibilità della collettività esterna e «affievoliscono il concetto stesso di persona», tema importante secondo Palma, perché così sembra che «accettiamo l’idea che ci sia una minorità della persona all’interno di quei luoghi senza tempo e senza configurazione». 

In particolare, l’idea alla base dell’organizzazione delle conferenze di quest’anno era approfondire l’istituto giuridico della detenzione amministrativa attraverso il prisma di altre discipline, oltre quella giuridica, per capire da quali esperienze storiche nasce e che funzione ha oggi nella società, dal momento che è ormai diventato un vero e proprio strumento di gestione della migrazione. In quest’ottica, sono stati preziosi i contributi di Michele Colucci, storico dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo, e di Alvise Sbraccia, sociologo dell’Università di Bologna. 

Secondo Colucci, infatti, guardare in prospettiva storica ci fa notare come le classi dirigenti italiane hanno utilizzato consapevolmente l’istituto della detenzione amministrativa già da tempo, come risposta all’esigenza di sorveglianza politica e di controllo del dissenso. Il controllo della mobilità cresce soprattutto dopo la Prima guerra mondiale e durante il fascismo, ma è subito interessante notare che anche in età repubblicana rimangono in vigore leggi varate negli anni ’30, in particolare quella che impediva spostamenti di popolazione da un comune ad un altro, attraverso un rigoroso controllo della mobilità interna.

Nel ’39 il fascismo aveva sistematizzato questo vincolo, decidendo che coloro che cambiavano città potessero chiedere residenza solo qualora avessero già un contratto di lavoro. Tuttavia, di solito ci si sposta proprio per cercare lavoro, quindi, non potendo avere residenza senza lavoro o contratto, si restava abusivi e si veniva privati dei diritti. Siamo in presenza delle radici di un tentativo di controllo della mobilità, che non ha niente a che fare con l’istituzione di luoghi di segregazione e limitazione coatta del movimento, ma rappresenta un precedente importante, che venne superato solo con una legge del 1961, grazie anche alla mobilitazione della società civile. 

Veniamo quindi agli anni ’70. Un’altra pratica di restrizione della mobilità è il confino, e anche in questo caso esso non termina col fascismo ma formalmente rimane praticabile, grazie ad una legge del 1956 che ristabilisce il diritto delle istituzioni di costringere alcune figure sociali dentro i confini di alcuni comuni. Inizialmente riguarda solo alcune categorie definite marginali, come vagabondi e figure che creano disturbo alla quiete pubblica.

Nel 1965 questo principio viene esteso anche ai mafiosi, e si va pian piano allargando fino al 1975, quando con la legge Reale si decide di varare procedimenti repressivi, allargando la platea di potenziali destinatari del soggiorno obbligato ai militanti politici, a coloro che con la loro azione svolgono attività che mettono in discussione ordine pubblico. Fortunatamente, nel 1980 una sentenza della Corte costituzionale ridimensiona l’uso del confino. 

Nel 1995, infine, abbiamo due provvedimenti fondamentali: il decreto Dini e la legge 563, detta “legge Puglia”. Con il decreto, per la prima volta si dice che gli stranieri in attesa di espulsione non devono allontanarsi dal luogo indicato dal provvedimento, ovvero si decide un collocamento preciso per queste persone, le quali ora hanno un vincolo alla loro libertà di movimento.

La legge Puglia, inoltre, autorizza l’impiego dell’esercito per “motivi umanitari”, a causa dell’intensificarsi dell’immigrazione dall’Albania, e indica tre centri sulle coste pugliesi in cui gli immigrati avranno obbligo di rimanere come prima residenza. Ma le grandi novità, secondo Colucci, sono anche nel modo con cui viene introdotta «prima in modo puntiforme poi in modo sistematico» la detenzione amministrativa.

Innanzitutto, si comincia a far presente un vincolo internazionale, si inizia, cioè, a dire che la costruzione dei centri di permanenza temporanea è un obbligo dettato da accordi internazionali e dalla presenza dell’Italia nell’Unione Europea (un “ce lo chiede l’Europa” ante litteram). In secondo luogo, si fa riferimento al soccorso, all’accoglienza e al “governo umanitario” dei flussi migratori, proprio per offuscare lo scandalo dell’internamento.

Proprio a causa dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea, istituiti con la legge Turco-Napolitano), inoltre, negli anni ‘90 il movimento antirazzista si divise tra coloro che accettarono l’apertura dei campi e coloro che la rifiutavano nettamente; quindi, questo portò a un indebolimento dell’azione di contrasto della società civile. La storia ci aiuta a comprendere che spesso regimi presentati come eccezionali diventano invece la norma. Tuttavia, è importante ricordare anche che queste eccezioni ai principi di diritto non sono tollerabili, e per questo motivo sono fondamentali iniziative come quella degli Stati Generali. 

Una volta chiarite le radici storiche della detenzione amministrativa, l’intervento di Sbraccia si è concentrato su ciò che la rende applicabile nella società di oggi, ovvero il processo di criminalizzazione. Lungi dall’aderire a una retorica positivista e causalistica della criminalità, il sociologo sottolinea che occorre partire dal presupposto che, oltre a considerare i fattori influenzanti la condotta, vadano analizzate sempre anche le attività delle agenzie di controllo, polizia inclusa.

Gli elementi che compongono il processo di criminalizzazione sono quindi tre: l’analisi dei fatti di condotta, l’analisi delle prassi del controllo delle agenzie e i criteri di attribuzione del sospetto che i cittadini direttamente applicano quando fanno denuncia e, infine, le rappresentazioni pubbliche, le costruzioni di significato che vengono prodotte attraverso diversi testi, come i giornali, le fiction, i romanzi etc. L’idea del processo di criminalizzazione è, dunque, che per parlare di criminalità bisogna considerare tutte e tre queste parti, nel loro intreccio, dal momento che esso è l’effetto di dispositivi integrati nel quadro di rapporti socioeconomici, che vanno storicizzati. 

Una volta chiarito il significato di questo concetto, Sbraccia sottolinea il nesso forte tra i processi di criminalizzazione e il tema della mobilità, prima interna, poi internazionale. Le prigioni, infatti, prima degli anni ’90 erano piene di soggetti che provenivano soprattutto dal mezzogiorno, mentre oggi lo sono di stranieri migranti. Sono quindi diversi i soggetti ad essere non “criminali”, ma “criminalizzati”. Oggi, produciamo un processo di criminalizzazione diretto e immediato dei migranti, rinsaldiamo una rappresentazione ideologica di connessione tra mobilità internazionale, pericolosità sociale e illegalismi.

Gli anni della Bossi-Fini non vedevano ancora una chiusura xenofobica pura, dicevano che il migrante economico con prospettiva di inclusione nel mercato del lavoro serviva e andava regolarizzato, perché dall’altra parte c’era il migrante irregolare, e quindi cattivo e pericoloso, anche se in realtà, già allora nessuno o quasi entrava in Italia in modo regolare.

Oggi, invece, anche il migrante economico è diventato un soggetto socialmente pericoloso, l’oggetto del filtro da mettere a monte, per tenerlo ai margini, rispetto al quale dobbiamo fortificare i confini. L’ultimo canone legale, infatti, è quello della fuga da persecuzioni: è necessario un importante elemento di vittimizzazione del migrante per far sì che quest’ultimo “meriti” di essere accolto.

In conclusione, in particolare per quanto riguarda le strutture narrative del razzismo contemporaneo, è fondamentale l’elemento criminologico. Non siamo davanti ad un razzismo biologico delle origini, ad un razzismo “culturalista”, ma ad una forma di razzismo incentrata sull’attitudine predatoria (“bisogna proteggere i corpi delle nostre donne, i nostri averi” etc.). Sembra, dunque, che nell’architettura delle narrative del razzismo contemporaneo l’elemento del crimine sia centrale.

Ciò ci rimanda ai processi di criminalizzazione: vogliamo produrre il “criminale” in quanto parte integrante di una strategia di subordinazione, basata non su una vera esclusione dei migranti attraverso la costruzione di muri invalicabili (secondo la nota formula “Fortezza Europa”), ma su una logica di “inclusione differenziata”, volta allo sfruttamento. 

Come ben sintetizza Sbraccia, «in un comparto o nell’altro [carceri o CPR] non stiamo andando a gestire la marginalità sociale attraverso strutture detentive. Al contrario, lo scenario è brutalmente di darwinismo sociale: lasciar morire, più che gestire e governare».

  1. Dottoressa magistrale in Scienze Filosofiche della Statale di Milano. Ho svolto un periodo di ricerca in Francia per completare la mia tesi sul pensiero di Achille Mbembe e, in particolare, sulla storia coloniale e post coloniale delle relazioni tra Europa e Africa