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“Invisibili ed escluse”: le persone fuori accoglienza a Udine

Un report della rete DASI FVG

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È stato pubblicato il 26 aprile scorso «Invisibili ed escluse» 1, report steso e sottoscritto da attivistə e volontariə di varie associazioni aderenti alla rete Diritti Accoglienza Solidarietà Internazionale (DASI) del Friuli Venezia Giulia. Il rapporto getta luce sulla gestione dell’accoglienza delle persone richiedenti asilo nel territorio di Udine.
Oggetto del report è la Cavarzerani 2, ex caserma sorta per scopi militari e divenuta nel 2015 il Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) più grande della provincia. Si tratta di una struttura mastodontica, di circa 150 mila mq, in cui alloggia una parte dei richiedenti asilo maschi e maggiorenni che competono alla Prefettura di Udine – i restanti sono collocati in strutture di accoglienza diffusa gestite da enti del terzo settore.

Dal 2019, la gestione dei servizi di accoglienza erogati in Cavarzerani 3 è affidata tramite bando di appalto alla cooperativa sociale Medihospes. L’accesso è interdetto alla società civile, se non previa autorizzazione da parte degli uffici della Prefettura; la struttura inoltre è presidiata da carabinieri e camionette militari durante la sera e controllata h24 dagli operatori di Medihospes. Ha una capienza ufficiale di 550 posti, ma negli scorsi anni, soprattutto durante le stagioni calde, quando gli arrivi delle persone in movimento dalla rotta balcanica si intensificano su tutto il confine nord-orientale, non è stato infrequente che arrivasse a ospitare fino a 900 persone 4.

«Invisibili ed escluse» è il frutto di monitoraggio svolto dalla Rete DASI tra dicembre e aprile nel piazzale antistante la Cavarzerani attivistə e volontariə hanno informato 5 i richiedenti dei servizi informali del territorio – la mensa di Caritas, l’asilo notturno del Fogolâr, le lezioni di italiano di Ospiti in Arrivo e di Caritas.

«I ragazzi si fermavano a bere il the con noi e iniziavano a raccontarci come vivono», raccontano lə attivistə. «Alcuni ci dicevano siamo registrati, ci mostravano il tesserino di riconoscimento di chi abita nei padiglioni ufficiali della caserma». Ma non tutti gli alloggiati in Cavarzerani hanno un tesserino identificativo. Il report denuncia la presenza di circa 150 persone che da mesi abitano all’interno della Cavarzerani, in quella che loro chiamano “moschea” – una grande stanza adibita un tempo a luogo di preghiera, ora tappezzata da coperte, fornelli da campeggio e decine di brande senza vie di fuga.

La moschea della Cavarzerani

«Molti sono arrivati a Udine da poco. Aspettano di formalizzare la richiesta di asilo», proseguono lə attivistə della Rete. A quanto pare, la Questura rimanda questi appuntamenti. «Sui documenti dei ragazzi, i questurini mettono una sbarra sulla data dell’appuntamento saltato e ne segnano una nuova, in certi casi più volte. Le persone con un appuntamento in Questura ci raccontavano di dormire in moschea».

Le persone migranti che giungono sul confine italo-sloveno, intercettate dalle autorità sul Carso, a Tarvisio o nel goriziano, esprimono la volontà di fare domanda di protezione internazionale. Anche se la manifestazione di tale volontà è solo verbale, a partire da questo momento acquisiscono lo status di richiedenti asilo. L’iter giuridico dovrebbe proseguire con la formalizzazione della loro richiesta negli uffici delle Questure e l’assegnazione a una struttura di accoglienza del territorio. Dovrebbe, perché alla manifestazione di una domanda di protezione internazionale non fa sempre seguito l’inserimento nei canali ufficiali dell’accoglienza.

Questo è quanto emerge dal report della Rete su Udine, ma anche dai report di denuncia delle associazioni delle società civile delle altre province di questo confine (Trieste e Gorizia in primis); a partire dalla scorsa estate, se le liste dei richiedenti con appuntamento presso le Questure di questi territori crescevano, le strutture di accoglienza della regione diventavano sempre più insufficienti ad assorbire le presenze. I richiedenti sono rimasti quindi vincolati al territorio per il proprio iter giuridico, ma non hanno ricevuto accoglienza.

Il report denuncia che le 150 persone escluse dai canali ufficiali dell’accoglienza “non usufruiscono di nessuno dei servizi che la normativa vigente 6 riconosce ai  richiedenti asilo accolti ufficialmente: assistenza medico-sanitaria, assistenza legale, supporto psicologico, distribuzione di pasti, vestiario e pocket money”. 

Il ritardo nella formalizzazione della richiesta di asilo nega a cascata l’accesso a tutti gli altri servizi a cui i richiedenti hanno diritto, dall’iscrizione anagrafica all’assunzione con regolare contratto di lavoro, dalla sanità all’apertura di un conto corrente. Esclusi dai servizi essenziali, i richiedenti asilo nascosti alla vista della città nella moschea della Cavarzerani faticano a ottenere una visita medica anche in caso di necessità, perché per l’accesso alla sanità pubblica è necessario essere già in possesso del C3 7, il documento compilato in Questura in sede di formalizzazione della domanda di protezione internazionale. 

Le fotografie condivise da alcuni richiedenti con lə attivistə mostrano lo spazio della moschea: una grande stanza coperta di brande senza vie di fuga. A chi è domiciliato in moschea il vitto non è garantito. «In assenza di altri luoghi, chi può permettersi l’acquisto di un fornelletto da campeggio e di materie prime (riso, farina, legumi, verdura) cucina in moschea, nello stesso spazio in cui dorme. Il rischio di incendio di coperte e materassi è altissimo». I richiedenti hanno raccontato che nelle ore della preparazione dei pasti una nube di fumo riempie la moschea e l’aria diventa irrespirabile.

Corpi esposti e corpi nascosti

Il confine italo-sloveno continua a nascondere corpi. Lo fa a Trieste con il Silos, lo fa a Udine con l’ex caserma Cavarzerani. Si tratta di corpi nascosti, ma la natura di questa invisibilità è profondamente diversa. Il Silos, monumentale struttura dismessa, dal 2019 è occupato dalle persone in transito in assenza di altre soluzioni alloggiative; è ciclicamente sottoposto a blitz e sgomberi da parte delle forze dell’ordine e ciclicamente rioccupato dagli stessi corpi migranti – nell’assenza di risposte istituzionali, la rivendicazione di spazi di vita, seppur provvisori, sudici o precari abbatte qualsiasi transenna.

Tutto questo avviene a due passi dalla stazione dei treni, a dieci minuti di camminata dal molo Audace e da Piazza Unità d’Italia, di fianco ai binari che corrono lungo il golfo inseguendo Venezia. Risucchiati dalle architetture asburgiche del centro città, i migranti della rotta di terra hanno fatto del Silos la propria casa e, seppure nei limiti di una struttura fatiscente ed esposta alle intemperie, lo hanno reso luogo di autodeterminazione, in cui i corpi migranti si espongono e si denunciano: chiunque può entrare nel Silos, stringere la mano ai suoi abitanti, camminare attraverso le tende, sentire l’odore dei fumi dei fornelli e delle spezie del cibo caldo, misurare metro per metro l’illegittimità agita da chi dovrebbe farsi carico di queste persone.

A Udine, invece, i richiedenti asilo fuori accoglienza non hanno trovato spazi di sopravvivenza in fabbriche dismesse o magazzini abbandonati, ma all’interno delle stesse strutture che non hanno la capacità per assorbirli nelle liste regolari. Quella dei richiedenti di Udine non è solo un’invisibilità giuridica, ma anche dei corpi, volutamente confinati dentro una struttura di accoglienza istituzionale, lontano dagli occhi di chi potrebbe registrare delle prassi illegittime e chiederne conto.

  1. Consulta il report
  2. L’intervista ad un’attivista delle Rete DASI sul Messaggero Veneto (26 aprile 2024)
  3. La scheda sull’ex caserma su Centri d’Italia, mappe dell’accoglienza
  4. Servizio di RaiNews (settembre 2022)
  5. Le schede informative in più lingue
  6. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (rifusione)
  7. Il modello C3

Rossella Marvulli

Ho conseguito un master in comunicazione della scienza. Sono stata a lungo attivista e operatrice nelle realtà migratorie triestine. Su Melting Pot scrivo soprattutto di tecnologie biometriche di controllo delle migrazioni sui confini europei.