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La battaglia di Ana

II parte del reportage «Massacri e sparizioni nella rotta migratoria in Messico»

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Città del Messico – Questa è la seconda parte di un reportage su massacri e sparizioni di persone migranti nel lungo transito che attraversa il Messico. Si parla dell’evoluzione della battaglia tenace di Ana Enamorado per trovare suo figlio Oscar Antonio, sparito nel 2010, organizzandosi con altre madri nella Rete Regionale di famiglie migranti, per ottenere verità, giustizia, riparazione e non ripetizione per tutte le persone migranti desaparecidas. Si fa riferimento a giornaliste/i di inchiesta e accademiche/i che analizzano la violenza estrema nel contesto del fenomeno migratorio e delle politiche migratorie globali e continentali da un’ottica decoloniale.

Abbattere muri

… mi dicevano che ormai non potevamo andare oltre: “Siamo di fronte ad un muro, non possiamo fare più niente”, perché il livello di rischio era molto alto. Allora dissi “Io sì continuo a cercar mio figlio, e se mi troverò di fronte dei muri, li butterò giù”.

Ana è stata sempre una donna forte, veloce e sicura nel prendere decisioni e risolvere situazioni problematiche, sia nella propria vita che negli spazi pubblici e comunitari, con un forte senso della giustizia, lo stesso che mostrava suo figlio Oscar. Nelle imprese in cui ha lavorato aveva una buona posizione, ma ha sempre lottato insieme alle altre lavoratrici 1.

Quando si è resa conto che qualcosa non andava, non ha perso tempo e subito ha cominciato a cercare Oscar. All’inizio invasa da uno stupore doloroso, per qualcosa che fino a pochi minuti prima era impensabile e, soprattutto, senza interlocutori a cui rivolgersi per ottenere appoggio. Nella sua comunità non disse nulla, perché si sentiva esposta ad un interesse che aumentava l’angustia:

È stato molto difficile perché io non dicevo ai vicini che Oscar era sparito, e quando venivano a chiedere come stava, dicevo che tutto andava bene, perché non volevo che si sapesse, che facessero un commento infelice… come “ah, deve già essere morto” oppure “qualcosa gli è successo”. Ogni volta gli mandavano i saluti, e io dicevo… sì”.

Ma dove Ana ha davvero conosciuto l’ostilità e la frustrazione più dolorosa è stato nell’incontro obbligato con le istituzioni del suo paese, il primo muro contro il quale i suoi sforzi naufragavano sistematicamente, le prime porte chiuse, perché le/i funzionari reagivano con indifferenza a denunce, richieste e reclami, e nessuno prendeva la minima iniziativa.

Carovana di Madri Mesoamericane

Poi però venne a sapere che c’era un gruppo di donne di El Progreso, dipartimento di Yoro, che trasmettevano un programma di radio per parlare di persone scomparse nel cammino per gli Stati Uniti, e che andavano in gruppo nelle zone di frontiera tra il Guatemala ed il Messico alla ricerca di notizie dei loro cari assenti. Era il Comitato di Familiari di Migranti “Desaparecidos” di El Progreso, COFAMIDE per le iniziali in spagnolo 2. Conoscerle le cambiò la vita, tra l’altro perché la misero in contatto con il Movimento Migrante Mesoamericano e fu invitata a partecipare alla carovana migrante che era in preparazione.

Era l’occasione ideale per concretizzare il viaggio in Messico che Ana già stava preparando per conto suo. Così nel 2012 partecipò alla carovana di madri, dopo di che decise di prolungare la permanenza in Messico per andare a cercare Oscar negli ultimi luoghi dove era stato prima di perdere la comunicazione, e alla fine capì che, se veramente voleva trovare informazioni e, di conseguenza, trovare suo figlio, doveva rimanere in Messico. Senza pensarci due volte, ci rimase.

Nel 2013 Ana entrò a far parte del comitato di organizzazione del Movimento Migrante Mesoamericano, partecipando alla preparazione della carovana del 2013, e quell’anno fu lei a ricevere le madri in arrivo dal Centro America. Fino al 2020 sono stati anni molto intensi, di esperienze nuove e di formazione sia per le molte attività sul terreno che grazie a corsi, seminari, conferenze organizzate da istituzioni come centri per i diritti umani, università, centri di ricerca.

Il caso di Oscar

Il caso di Oscar era una successione di gravi irregolarità ed errori, iniziando dalle denunce “perse”, l’accesso negato al relativo fascicolo – forse perché avrebbe rivelato l’inesistenza di un’indagine-, così come numerosi tentativi delle procure di chiudere il caso in fretta e furia con inganni grossolani e grotteschi. A febbraio del 2013 la procura di Jalisco voleva consegnare ad Ana le ceneri di uno di 158 corpi che erano stati cremati senza essere stati identificati e senza aver prelevato un campione genetico per poter in futuro confrontare l’ADN 3.

Poi pretendeva che Oscar fosse uno dei corpi bruciati trovati un mese e mezzo prima della sua ultima comunicazione con la mamma, cioè, persone assassinate quando lui era sicuramente in vita ed in contatto diretto con la famiglia. Le procure ignorarono le informazioni raccolte da Ana sui movimenti del figlio, dati di persone con numeri telefonici, chiamate, messaggi, indirizzi. Niente di tutto questo è stato oggetto di indagini, perdendo delle piste che avrebbero potuto portare a ricostruire l’accaduto ed a ritrovare Oscar. Solo Ana ha indagato e, anni più tardi, le informazioni raccolte sono state il punto di partenza di un’indagine seria, quando però purtroppo – ovviamente – avevano perso gran parte della loro utilità.

Per tutte queste anomalie e violazioni al diritto di Oscar ad essere cercato e di Ana a cercarlo, Ana ha avviato vari recursos de amparo [ricorsi per la tutela dei diritti fondamentali] 4 e presentato denunce alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani (CNDH) e alle Commissioni Statali (CEDH) di Jalisco e Nayarit per l’attuazione delle diverse istituzioni competenti.

Tanto la CNDH come la CEDH hanno emesso delle raccomandazioni per gli “errori” commessi nelle indagini e nella mancata ricerca di Oscar. Grazie ad uno di questi recursos de amparo Ana è riuscita ad avere copia del fascicolo relativo alle indagini (dopo che, arbitrariamente, per anni gliele avevano negate, consegnandole delle schede prive di contenuto). Quindi, nel 2020, le autorità sia nazionali che locali si videro obbligate ad iniziare le prime azioni di ricerca per localizzare Oscar, 10 anni dopo la sua sparizione. La Commissione Nazionale di Ricerca di Persone, CNB, le Commissioni Locali di Jalisco, la CNDH e l’équipe che accompagna Ana hanno realizzato una ricerca in vita en diversi luoghi che le autorità in precedenza non avevano voluto visitare, perché, affermavano, “si trattava di luoghi molto pericolosi”.

Questi risultati, seppur tardi, sono stati possibili non solo grazie alla ricerca ed alle iniziative costanti di Ana, ma anche grazie ad una sua decisione: fino al 2019 aveva usufruito della consulenza legale della Commissione Esecutiva di Attenzione alle Vittime (CEAV) ma, visti i risultati nulli, decise di ingaggiare un avvocato privato impegnato nella difesa dei diritti umani.

Insabbiamenti di stato

Bisogna dire, comunque, che in Messico non ci si meraviglia di istituzioni investigative, forensi, di giustizia inefficienti ed inefficaci perché si tratta piuttosto di pratiche sistematiche di autorità restie ad aprire i casi o, se non possono evitarlo, desiderose di chiuderli il prima possibile. Si potrebbe pensare a disinteresse, negligenza, incapacità, inettitudine, ma in realtà tutto risponde ad una strategia di insabbiamento che vuole occultare la verità e garantire l’impunità.

Se si guarda in generale alle indagini di massacri e sparizioni, la lunga lista di negligenze, incompetenze e violazioni dei diritti umani si ripete regolarmente: raccolta scorretta delle prove fisiche, contaminazione della scena del crimine, iniziativa nulla, abbandono di linee di indagine, deterioramento o soppressione di informazioni ed indizi, occultamento e distruzione di prove, incompetenza forense (omissione di esami per determinare l’identità dei corpi trovati, pessima gestione e manipolazione dei corpi, cremazione o inumazione in fosse comuni dei corpi senza aver prima prelevato un campione genetico, scambi di identità) bugie ed inganni, tentativi di consegnare alle madri corpi non identificati, fabbricazione di prove, diffusione di false verità, montature ed indagini deviate, intimidazioni, minacce, manipolazione di testimoni, tortura per estorcere false confessioni.

L’incompetenza squisita

Questa situazione è stata ampiamente documentate e denunciata in numerose ricerche accademiche e giornalistiche. Tra i casi più emblematici c’è la sparizione forzata di 43 studenti della Magistrale Rurale di Ayotzinapa e l’assassinio di vari altri giovani nel municipio di Iguala (nello stato di Guerrero). Il pubblico ha conosciuto la complessità del caso soprattutto grazie alla partecipazione ufficiale nelle indagini del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) che inizialmente ha avuto accesso a una buona parte della documentazione, prima che iniziasse il boicottaggio e la campagna di denigrazione contro il GIEI stesso. I suoi rapporti hanno dimostrato con assoluta chiarezza che esiste uno schema che si ripete, con l’obiettivo di bloccare le principali rivendicazioni delle famiglie e della società: verità, giustizia, riparazione e non ripetizione.

John Gibbler e Marcela Turati considerano che le relazioni elaborate dal GIEI: “Mettono a nudo, forse nel modo più efficace oggigiorno, il sistema… e le tattiche… di impunità. Sistema che spesso assume l’aspetto di una specie di incompetenza squisita5 ma, al contrario, si rivela come una perfetta messa in scena, una farsa nutrita di opacità e pratiche di insabbiamento con l’obiettivo che non si conoscano mai la verità e chi incolpare.

Ad agosto del 2010 una forte copertura informativa rese pubblica la prima strage di persone migranti di grandi dimensioni, a San Fernando, l’ultima cittadina prima dei due principali valichi di confine con gli Stati Uniti nello stato di Tamaulipas, Reynosa e Matamoros, entrambi a circa 150 chilometri di distanza. Quindi terra di frontiera, con molti scambi di persone e merci con il vicino del nord, ma anche nodo di comunicazione di importanza strategica per i corridoi su cui i cartelli trafficano droghe, migranti, armi.

Qui, ad agosto, in un magazzino abbandonato in una fattoria nella comunità El Huizachal, furono ritrovati i corpi di 72 persone migranti, assassinati/e da poche ore, e fu notizia di prima pagina, anche a livello internazionale. Vari mesi dopo, nel 2011, i riflettori che si erano accesi su questo municipio stavano per spegnersi, ma i mezzi di informazione si interessarono ad un nuovo scoop: tre casi di sequestro e sparizione di persone con cittadinanza nordamericana e un militare, che quindi suscitarono l’interessamento dell’ambasciata degli Stati Uniti e dell’esercito.

I riflettori si accesero di nuovo e si veniva a sapere che gli Zetas a San Fernando avevano un posto di blocco praticamente fisso, oltre a vari punti di intercettazione di persone – soprattutto migranti messicani e stranieri, ma anche viaggiatori messicani – nel centro della città, soprattutto le stazioni degli autobus e negozi della catena Oxxo. In più, proprio in quei giorni un’importante impresa denunciava alla Procura della Repubblica il sequestro di quasi tutti i passeggeri di un suo pullman, sempre a San Fernando.

Fu così che la realtà di un centro abitato da tempo tenuto in ostaggio dagli Zetas, assai nota nella zona e nello stato di Tamaulipas ma ignorata dal resto del paese, finalmente ebbe una grande visibilità, e scosse l’opinione pubblica nazionale.

L’ingestibilità dei corpi

Ormai era inevitabile: nel 2011 iniziò la ricerca, che sarebbe dovuta cominciare da tempo, delle persone che mancavano all’appello, le cui valige arrivavano ai capolinea degli autobus senza nessuno che le ritirasse. Si cercavano senza vita, e il 1º aprile del 2011 si trovò la prima fossa. In poche settimane, erano state aperte 47 fosse con 193 corpi, secondo dati ufficiali (196, secondo la Fondazione per la Giustizia). Si “scoprì” che il territorio di San Fernando era disseminato di fosse clandestine.

A partire da questo momento, le autorità iniziarono un gioco macabro che voleva minimizzare l’impatto sociale e politico della notizia e vincere per stanchezza le proteste e le richieste di verità e giustizia delle famiglie. Narra Marcela Turati che qualcuno ordinò di “disperdere” i corpi, e così 120 furono trasportati a Città del Messico (al Servizio Medico Forense e, da lì, a fosse comuni in un cimitero cittadino).

L’identificazione e la consegna dei corpi alle famiglie, lentissima, avanzò un po’ più rapidamente quando iniziarono a collaborare l’equipe argentina di antropologia forense e organizzazioni di familiari di migranti, grazie alla firma di un accordo a settembre del 2013 6.

Alcune delle fosse erano recenti, per cui lo stato di conservazione dei corpi offriva ancora informazioni per il riconoscimento. Alcuni avevano addosso i propri documenti e, tuttavia, anni più tardi si constatò che in molti casi nessuno si era preoccupato di informarne le rispettive famiglie e di avviare una verifica dell’identità dei corpi in questione. Contro gli indizi e la convinzione generale dell’esistenza di molte altre fosse, la ricerca si interruppe, e di fatto si parla di 500 o 600 corpi, almeno, ancora sotterrati a San Fernando e dintorni. Ad aprile del 2023 la Fondazione per la Giustizia informò che 59 dei corpi “delle fosse” non erano ancora stati identificati.

Varie famiglie ricevevano corpi di persone estranee, come quello di un giovane brasiliano che fu mandato in Honduras e, una volta scoperta la “confusione”, il governo messicano pretendeva che la famiglia honduregna pagasse i costi del trasferimento. In altri casi si è proibito alla famiglia di aprire la bara per un ultimo saluto alla persona cara, minacciando gravi conseguenze in caso di disobbedienza e, alla fine, la bara veniva aperta scoprendo che conteneva pietre.

L’altro crimine emblematico contro migranti, nello stesso periodo, è la strage di Cadereyta, Nuevo León dove, a maggio del 2012, sono stati rinvenuti 49 corpi smembrati (se ne fecero ritrovare solo i torsi) e bruciati, 43 uomini e 6 donne. In questo caso si è accertata l’identità solo di 18 uomini – 11 honduregni, 4 messicani, 2 nicaraguensi e 1 guatemalteco – e si è assistito allo stesso tentativo di consegnare alle famiglie dei corpi non identificati, frammenti di identità mescolati.

Un panorama desolato e sconfortante, ma è esattamente il contesto nel quale devono muoversi madri e familiari di migranti spariti. Infatti, le loro denunce di sparizione danno il via alle stesse messe in scena con l’aggravante che, anche quando la scomparsa è recente, non si mette in moto nessun dispositivo di ricerca, nessun tentativo di salvare una vita in pericolo imminente ma si aspetta di ritrovare, prima o poi, un corpo senza vita che si possa spacciare per la persona sparita e consegnarlo ad una famiglia in attesa, ponendo fine al suo legittimo reclamo 7. Insomma, le persone assenti perché fatte sparire, lo stato le abbandona alla loro sorte, e inganna le loro famiglie. Questo vuol dire che per lo stato le loro vite non importano, non hanno valore?

Stiamo parlando di due diverse modalità dell’orrore, che girano intorno all’identità ed ai corpi, che si intrecciano e si confondono. Da un lato i massacri dove i corpi ci sono, in diverse condizioni e pertanto più o meno riconoscibili, e la morte è una certezza, mentre l’identità manca o ha bisogno di conferme. Dall’altro le sparizioni, dove i corpi non ci sono e quindi esiste la possibilità che siano ancora corpi vivi, e pertanto in vita bisogna cercarli, ma non si fa e, al contrario, si cerca di dichiararli deceduti.

Orrori non così diversi tra loro, anzi, due facce della stessa medaglia. Infatti c’è continuità tra i 72 corpi appena assassinati di San Fernando, le fosse clandestine dove identità e riconoscibilità si vanno perdendo con il tempo, ed i 49 corpi di Cadereyta, smembrati anche per impedirne l’identificazione. Ci sono poi corpi tenuti in vita per essere sfruttati nelle diverse attività criminali gestite dai cartelli, come muli o sicari o lavoratori e lavoratrici coatte/i, o per essere violentati e torturati.

In ogni caso sono corpi dominati ed utilizzati, amministrando la sofferenza e la morte e, che siano mantenuti in vita o privati della vita, esibiti oppure occultati, questi corpi si iscrivono nello stesso schema, nella stessa strategia di controllo totale, nello stesso discorso.

Sparizioni e governi privati indiretti

La ricercatrice ed attivista Amarela Varela nel 2017 ha pubblicato una riflessione sui massacri di San Fernando e Cadereyta, ricorrendo a categorie della necropolitica e del femminismo 8. Sulle ragioni di questi massacri ci sono due interpretazioni di ampio consenso, entrambe valide e complementari: si trattava di messaggi tra cartelli della droga per il controllo del territorio e di messaggi ai pollero che, per trafficare migranti, usavano rotte controllate dai cartelli stessi.

Secondo Varela, a queste due letture se ne deve aggiungere una terza, evidentemente più complessa e di più ampio respiro:
[si tratta di]… forme di governare le migrazioni che combinano la partecipazione di eserciti privati ed agenti dello Stato corrotti con una densa trama di impunità y mancanza di procurazione di giustizia, che servono allo stesso tempo come dispositivi di castigo esemplare per disincentivare le migrazioni.

Ricorrendo a categorie elaborate da Achille Mbembe, l’autrice definisce questo processo come:
governamentalità necropolitica delle migrazioni, forme di amministrazione della vita e della morte da parte di un governo privato indiretto transnazionale che gestisce i flussi di persone”.

In questo schema operano eserciti privati che fanno parte della complessa impalcatura della securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere, i cartelli della droga che cooperano e sono complementari allo spiegamento di forze di polizia e forze armate, attuando in piena complicità grazie a questa stessa alleanza con le istituzioni ed autorità dei tre livelli di governo (nel caso messicano).

L’obiettivo è frenare i movimenti migratori e quando, nonostante questo apparato ed i suoi dispositivi, la popolazione si muove, castigare chi decide di trasmigrare, trasgredendo l’ordine che si vuole imporre. In questo caso, corporazioni di polizia ed autorità migratorie si fanno carico di detenere, incarcerare e, eventualmente, deportare le persone illegalizzate, mentre i cartelli si incaricano di castigare con la violenza esercitata ai margini degli ambiti istituzionali.

Questa forma di governo privato indiretto si nutre di un’intenzione di disciplinamento attraverso il terrore come effetto del massacro e, successivamente, con il messaggio che il massacro stesso perpetua attraverso la memoria che lo fa rivivere 9.

Secondo Varela è importante, in questo contesto, tenere presente che la violenza estrema non è una circostanza isolata o fuori dalla norma, ma bensì rivela una minaccia concreta e costante che incombe sul tragitto migratorio ed è parte di un continuum di violenza 10 esercitata contro le persone in movimento. Una violenza che viene da prima, dai loro territori d’origine e permane fino al destino finale [pertanto, si installerà anche nel sogno americano] attraversando i territori sottoposti al regime di frontiera, in questo caso nel Messico frontiera verticale e, attualmente, anche paese tappo.

I papiri del terrore

Ricorda Varela le conclusioni di Rita Laura Segato nelle sue ricerche sui femminicidi di Ciudad Juárez, dove i corpi delle donne furono utilizzati per mandare messaggi di dimostrazione di forza e crudeltà destinati alla società, al governo, così come ai loro pari e concorrenti.

Allo stesso modo, i corpi massacrati dei/delle migranti sono utilizzati come corpi-papiro, i papiri del terrore. Nel caso di San Fernando e Cadereyta, secondo Turati, si iscrivevano nella lotta all’ultimo sangue degli Zetas contro i loro antichi capi, i leaders del Cartello del Golfo (ritenuti colpevoli di tradimento) e nella loro ossessiva necessità di controllare territori 11.

Ma anche i corpi assenti, i corpi che vivono nella memoria, sono corpi-papiri, e in modo forse ancor più crudele perché si gioca con le angosce di chi aspetta e non sa, ma ricorda costantemente. Tutti i corpi catturati ed appropriati dagli operatori di questa governamentalità necropolitica sono la materialità in cui il continuum della violenza si incide.

Un continuum di assenze. I giovani e la sparizione sociale

In una ricerca sulla costruzione di memoria collettiva di familiari di migranti “desaparecidos”, lo psicologo sociale Jorge Luís Dardón parla di un continuum di assenze: “parlare di sparizione nella migrazione equivale a parlare allo stesso tempo di varie forme di sparizione…12. Infatti, secondo Dardón, nei loro paesi d’origine i/le migranti sono “desaparecidos” sociali perché invisibili, perché vite precarie, vite usa e getta. Poi la sparizione, paradossalmente, le/li visibilizza perché diventano notizia per i mezzi d’informazione, e diventano scopo di ricerca e di lotta per le famiglie, ed in più generano motivazioni che uniscono vari soggetti e creano una volontà collettiva, avvicinando tra di loro le persone che soffrono le loro assenze, costruendo comunità e piattaforme rivendicative.

Poi, alla fine, sono fatti nuovamente sparire dalle autorità, d’accordo al ruolo che assolvono in questo dispositivo articolato e complesso: garantire l’impunità, manipolare l’opinione pubblica, fabbricare “verità storiche”, gettando letteralmente di nuovo i corpi in fosse comuni, questa volta fosse istituzionali e legali ma ugualmente capaci di far tacere i corpi, perché si vuole che i corpi non raccontino, che non se ne conosca l’identità, che non contribuiscano a ricostruire l’accaduto.

L’effetto di questa strategia si è fatto sentire efficacemente, come commentava una dozzina di anni fa un sacerdote gesuita attivista ed esperto di migrazioni, Wladimiro Valdés, S.J., nella città di Acayucan, Veracruz: “…quello che il governo non è riuscito a fare, lo hanno fatto gli Zetas, disincentivando, con il terrore, la migrazione…” 13 che, infatti, per un periodo di tempo, tra il 2008 e il 2011 è drasticamente diminuita 14.

Si sa che l’impatto del terrore in termini di diminuzione delle statistiche dei flussi migratori è congiunturale, però è devastante, lascia ferite profonde alle comunità colpite da queste diverse manifestazioni della violenza estrema, alle rispettive famiglie e comunità. E segnano profondamente e traumaticamente anche quanti vivono nel terrore di esserne vittima, esempio concreto dell’amministrazione della sofferenza che produce disciplinamento sociale.

Per fortuna, però, di fronte a tanto disprezzo per le vite migranti, l’organizzazione, la solidarietà, la protesta, la speranza, continuano a rinnovarsi continuamente.

La Rete Regionale di Famiglie Migranti

La storia di Ana mostra – confermando le conclusioni di Dardón – non solo che il lutto ha una dimensione sociale importante ma che può creare comunità, tessere una rete di rapporti, perché soffrire un’assenza, ma condividerla vivendola in collettivo, genera energie nuove.

Negli anni del Movimento Migrante Mesoamericano, Ana appoggiava le altre madri della regione ma, parallelamente, continuò a cercar Oscar e nel 2019-2020 decise di separarsi dal Movimento per potere andare più a fondo nella ricerca della verità e della giustizia.

Allo stesso tempo molte madri, che non avevano la possibilità di stabilirsi in Messico, chiedevano il suo appoggio. Allora, insieme ad alcune attiviste, Ana ha utilizzato la propria esperienza per orientare queste madri, accompagnandole in un processo nuovo per ognuna di loro, esigendo alle istituzioni di agire nel pieno rispetto dei diritti umani, e di aprire – questa volta davvero – delle indagini sui singoli casi denunciati:

Alcuni avevano un fascicolo da anni, perché si erano rivolti all’ambasciata [del Messico] nel loro paese, però sono rimasti con l’incertezza di non sapere se un’indagine fosse stato aperto o no. Non sapevamo che cosa era successo. Ma abbiamo iniziato a sbloccare la situazione, ci hanno mandato i dati di riferimento ed abbiamo cominciato a sciogliere i nodi di questo groviglio, uno dopo l’altro, lentamente.

Nelle loro peripezie Ana e le sue compagne hanno dovuto affrontare ostacoli ed ostilità. Prima hanno dovuto trovare le denunce già presentate, delle quali molte volte non rimaneva traccia, e presentarle di nuovo, e poi seguire le indagini e fare pressione sulle istituzioni, esigendo informazioni, azioni e risultati. Poi la ricerca sul terreno, visite ai luoghi dove è possibile che le persone “assenti” siano passate, e molte attività di denuncia, protesta, divulgazione, commemorazione, sensibilizzazione, trattative con le istituzioni.

Il gruppo ha velocemente acquisito un‘ identità propria, e si è costituita la Rete Regionale di Famiglie Migranti, che oggi segue 18 casi di persone sparite provenienti dai paesi dell’America Centrale, ma anche da alcuni paesi del Sud America.

Tra i successi più tangibili della Rete si contano quindi l’apertura di indagini, l’accesso alla rispettiva documentazione, il riconoscimento ufficiale alle famiglie dello status di vittime e la loro iscrizione nel Registro Nazionale delle Vittime, RENAVI 15. Rispetto alla creazione di meccanismi transnazionali di accesso alla giustizia, i passi in avanti sono stati pochi, e rimane un obiettivo importante per cui lottare.

Prima brigata di ricerca di migranti Tejendo Rutas

Forte di questi risultati, la Rete ha organizzato la prima Brigata Internazionale di Ricerca “Tessendo Rotte”, partita a marzo del 2023 con la partecipazione di 6 madri di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua. Il processo di preparazione è stato lungo e complesso per la novità dell’iniziativa e per la lentezza delle istituzioni. Oltre ad un atteggiamento generalmente di scarsa collaborazione, si sono registrati alcuni abusi gravi: madri che non sono state ricevute dall’ambasciata messicana, pur avendo presentato la documentazione ufficiale inviata dal governo per il rilascio dei visti. Visti ricevuti il giorno prima del viaggio. Madri trattenute per ore dall’Istituto Nazionale di Migrazione (INM) e rinchiuse, senza cibo né informazioni, in una stanza nell’aeroporto di Città del Messico, nonostante il visto umanitario, e sfuggite a peggiori conseguenze – magari la deportazione- solo grazie alla mobilitazione tempestiva delle compagne che le aspettavano.

Ma la maggiore delusione è stata non poter accedere ai centri di detenzione degli stati visitati, luoghi assai importanti per trovare informazioni e tracce da seguire e magari anche per trovare le persone sparite.

E poi le madri hanno sperimentato, sentendolo sulla propria pelle, l’ambiente di minaccia e di pericolo che si vive nei luoghi del transito migrante.

Non mi fermerò finché non avrò trovato mio figlio

D’altra parte, il prezzo pagato dalle madri e famiglie messicane per la loro ricerca e le loro proteste è molto alto, con sequestri, assassinii o sparizioni. Ana stessa è stata minacciata nel 2021 e 2022 e, pur avendo richiesto misure di protezione, le istituzioni che dovevano garantire la sua sicurezza non l’hanno fatto. Le minacce, prima telefoniche, sono scalate trasformandosi in stalking con pedinamenti, irruzioni nel luogo di lavoro e foto. Perciò Ana, per un periodo di tempo, si è dovuta proteggere rifugiandosi in un luogo sicuro fuori dal Messico ma, anche da lontano, non ha mai smesso di essere attiva, di cercare suo figlio ed organizzare iniziative, avvertendo che:

Tornerò presto in Messico, e se qualcosa mi dovesse succedere, sarà responsabilità dello Stato Messicano. Credo che è il momento di fare qualcosa, è il momento di non rimanere in silenzio. E per le autorità deve essere molto chiaro che non mi obbligheranno a tacere. E che non mi fermerò finché non avrò trovato mio figlio” 16

  1. Ana ricorda: “Non sono stata in un’organizzazione politica però in fabbrica ero attiva, costituivamo sindacati, lottavamo contro lo sfruttamento, per gli orari di lavoro, per i salari, questo facevamo, appoggiarci le une con le altre, organizzare proteste
  2. Il COFAMIDE, fondato nel 1999, a dicembre del 2010 ha organizzato la prima carovana, che camminò da El Progreso, Honduras, fino a Tapachula, Messico
  3. Prima cercarono di convincerla che avevano trovato il corpo di Oscar, ma non avevano prove sicure, Ana non accettò e, quando chiese di vedere il corpo, scoprì che già non esisteva, perché era stato cremato, e senza aver prelevato un campione per eseguire prove genetiche. L’esperienza di Ana era conseguenza di una pratica sistematica dell’Istituto di Jalisco di Scienze Forensi (IJCF, Instituto Jalisciense de Ciencias forenses) sin dalla sua creazione, nel 1998, di cremare i corpi non identificati. Di fronte a cifre ufficiali contraddittorie, il giornalista specializzato Darwin Franco ha ricavato l’informazione di 1.581 corpi incinerati tra il 2006 e il 2018, dei quali si dispone di profilo genetico solo per 803
  4. Il “recurso de amparo” è una figura giuridica che in Messico tutela la persona quando norme generali, azioni od omissioni di autorità violano i diritti umani e le garanzie riconosciute e protette dalla Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani e dai trattati internazionali dei quali lo Stato Messicano fa parte
  5. Definizione di John Gibbler. Gibbier, John e Marcela Turati. L’eredità del GIEI, una vaccinazione contro l’impunità. En Revista de la Universidad de México. Noviembre 2023
  6. Il 4 settembre la PGR (Procura Generale della Repubblica) firmò un Accordo Forense di collaborazione con l’Equipe Argentina di Antropologia Forense e con organizzazioni di ricerca di migranti “desaparecidos” dei paesi centroamericani. (Turati, Marcela, 2023)
  7. Un padre alla ricerca di due figli, convinto che sono vivi e che i cartelli stanno sfruttando le loro abilità di informatica, dice a Marcela Turati “… è una delle cose più tristi per me, che non aiutano a cercare i miei figli vivi, li cercano morti, perciò ci prendono il DNA” (Turati, 2023: 221)
  8. Varela Huerta, Amarela (2017). Las masacres de migrantes de San Fernando y Cadereyta: dos ejemplos de gubernamentalidad necropolítica. En: Iconos, Revista de Ciencias Sociales, FLACSO núm. 58, 2017
  9. Viene da domandarsi che differenza ci può essere tra la delinquenza organizzata e la compagnia privata CAMSA che partecipava alla vigilanza dei migranti detenuti nel centro dell’INM a Ciudad Juárez quando, il 27 febbraio del 2023, è scoppiato un incendio e chi vigilava ha deciso di non aprire una porta che avrebbe salvato i 40 migranti che sono morti e i 27 che hanno subito gravi lesioni. Da questa prospettiva, nessuna differenza
  10. Concetto ripreso dall’ambito dell’analisi della violenza femminicida
  11. Turati riporta che Osiel Cárdenas, estradato negli Stati Uniti nel 2007, ha negoziato una riduzione della pena e della multa proposte dal pubblico ministero in cambio di informazioni. Gli Zetas hanno contribuito a raccogliere i 50 milioni di dollari della multa ma, quando hanno scoperto che il patto di Osiel era in cambio di informazioni, hanno scatenato contro il Cartel del Golfo una lotta a morte che è costata un prezzo molto alto in vite umane
  12. Jorge Luís Dardón (2021). La construcción de memoria colectiva de familiares de migrantes desaparecidos: un acercamiento a los cuerpos y emociones: 23. Tesis de Maestría en Psicología Social. UAM Iztapalapa
  13. Conversazione con il sacerdote Wladimiro Valdés. Parole che pesavano più che mai nei territori di Veracruz e Tabasco, dove -tra gli altri- nomi come Tierra Blanca, Coatzacoalcos, La Venta, Medias Aguas, evocano una situazione di assedio contro le persone migranti che li attraversano, da parte della criminalità organizzata. Un flagello 15 anni fa, che ha perdurato ed è oggi ancor più consolidato
  14. I dati disponibili lo confermano: l’indicatore più comune per una stima delle persone migranti in transito dal Messico è il numero di detenzioni da parte dell’INM. Queste ultime, che nel 2004 sono state 215.695 e nel 2005 240.269, sono precipitate a 170.000 nel 2007, a 94.723 nel 2008, a 69.000 nel 2009, raggiungendo il minimo -registrato- nel 2011, con 66.583 persone detenute, per risalire a 127.149 appena nel 2014
  15. Questo riconoscimento ha un precedente nel ricorso che presentarono alla Corte Suprema di Giustizia la madre e la sorella di migranti fatti sparire e presuntamente ritrovati nelle fosse di San Fernando, che nel 2016 hanno ottenuto una sentenza definitiva a loro favore della Corte Supremo di Giustizia. Questa riconosce l’obbligo della Procura di dare copia del fascicolo delle indagini ai familiari e il diritto di questi ad essere parte attiva in tutte le fasi delle indagini così come nei processi che dovessero derivarne. Lo stato messicano è, inoltre, obbligato a garantire ai familiari il riconoscimento come vittime indirette, in quanto i familiari delle vittime dirette di violazioni di diritti umani sono titolari del “diritto alla verità”. Questo consente loro di recarsi in Messico per ricercare la persona sparita e per seguire adeguatamente indagini, istruttoria e relativi processi, ed avere protezione nelle attività sul terreno. Suprema Corte de Justicia de la Nación. Reseñas argumentativas. Reconocimiento del carácter de víctimas a los familiares de migrantes desaparecidos en el caso de la masacre de San Fernando, Tamaulipas. 2016
  16. Partecipazione di Ana Enamorado, dall’estero, all’evento virtuale per ricordare l’anniversario del sequestro di Oscar, gennaio del 2023

Mara Girardi

Dal 1985 vivo in Mesoamerica, in Nicaragua ed in Messico.
Ho studiato filosofia in Italia e un master in studi di genere in Nicaragua.
Socia ed operatrice di ONG di solidarietà e cooperazione internazionale, le ultime esperienze sono state con i movimenti femministi dei paesi centroamericani e poi con i movimenti indigeni in educazione interculturale e plurilingue. Dal 2006 ho lavorato a temi legati alla mobilità umana, come diritti, violenza, genere e migrazioni.