Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
PH: Arroi Baraket

La gioventù tunisina scende in strada per manifestare contro il governo

Contro la repressione di Saïed e il Decreto 54, sotto accusa anche la Meloni

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Un aggiornamento da una collaboratrice di Melting Pot che si trova in Tunisia. Nel terzo articolo spiega le proteste, soprattutto giovanili, di questi giorni: «No all’oppressione, no al totalitarismo, no agli italiani che vogliono governarci», gridano in piazza.

Tunisi – Venerdì 24 maggio è stato organizzato un corteo nella capitale tunisina che si è mosso dalla sede dell’Unione dei giornalisti tunisina per raggiungere, nel centro città, il viale di Avenue Bourghiba, dove si è concluso ad alcune centinaia di metri dalla sede del Ministero degli interni separato dai manifestanti da un cordone di forze di polizia.

Alla manifestazione hanno partecipato soprattutto le/i giovani tunisine senza alcun legame con i partiti, anche d’opposizione come Ennahda, che compongono quel variegato ma forte movimento politico che dal 2011 resiste e salvaguardia la fragile democrazia del paese.

Nonostante il clima di generale disillusione che sembra pervadere la società e soprattutto la gioventù, la manifestazione è stata partecipata; ma è opinione di tanti che sia ancora lontana dall’essere l’inizio di una progressiva sollevazione di massa che esca anche dal contesto privilegiato e più socialmente dinamico della capitale. 

Gli slogan gridati venerdì parlano chiaro e rovesciano la visione che contraddistingue la propaganda del palazzo presidenziale di Cartagine: «Non c’è sovranità senza libertà». 

La sovranità millantata dal governo di Kaïs Saïed è invece, secondo chi manifesta, l’altra faccia del suo servilismo verso le politiche migratorie dell’Unione Europea; è una sovranità di facciata che viene pagata cara dalle persone migranti, nere e dalla popolazione disoccupata che attende delle reali riforme economiche rese possibili anche grazie ai fondi UE. Invece i più di 500 milioni d’euro che l’Unione europea ha stanziato nel paese dal 2011, oltre che ad alimentare la corruzione, sono stati impiegati per la ristrutturazione delle carceri, l’informatizzazione del sistema penale, l’equipaggiamento delle forze di polizia, la sorveglianza delle frontiere e altri capitoli di spesa che non riguardano welfare e servizi veri e propri 1.

Fonte: Irpi Media

Piuttosto che sostenere la democrazia attraverso la giustizia economica, l’UE in tutti questi anni non ha fatto altro che ammodernare gli apparati di sicurezza degli Stati nordafricani facendoli diventare i secondini del continente africano. 

Molti i cori contro Giorgia Meloni, ultimo nome italiano nella lista dei mandanti delle stragi in mare e lungo le frontiere del deserto; l’analisi avuta da un commerciante tunisino riassume bene la situazione di dipendenza dei due governi: Kaïs Saïed ha assicurato a Meloni un possibile secondo mandato mostrando al suo elettorato i “risultati” in politica estera, ossia che è possibile “gestire la migrazione” a distanza e con la facile consolazione che il razzismo/sovranismo non è una prerogativa soltanto europea.

Allo stesso modo, lei ha ricambiato assicurando fondi a rinforzo dello stato di polizia e legittimazione diplomatica a Saïed per restare al potere raccontando la bugia della sostituzione etnica, elementi di cui il presidente a bisogno negli anni a venire se dovesse, come è probabile, vincere alle presidenziali previste per settembre e ottobre.

È notizia recente del 26 maggio il parziale ma importante rimpasto di governo operato da Saïed che ha sostituito Kamel Al Feki e Malek Ezzahi, ministri rispettivamente di interni e politiche sociali, con due nuovi nomi, Khaled Nouri e Kamel Maddouri. Insieme a loro, ha preso posto Sofiane Ben Sadok come nuovo capo della segreteria di stato presso il ministro dell’interno, responsabile quindi della sicurezza nazionale.

Una mossa che va a toccare ruoli e ministeri chiave all’indomani di settimane di arresti tra le voci della dissidenza e la cui logica è ancora poco chiara, dal momento che i due ex ministri del gabinetto di governo erano considerati fedeli al presidente.

All’ombra di questi giochi di palazzo la sorte di molte/i attiviste/i, giornaliste/i e avvocate resta quella del carcere, come nel caso di Sherifa Rihai l’ex presidente di Terre D’Asyle costretta ad allattare la figlia di due mesi durante le visite. Nell’udienza che si è tenuta il 22 maggio il commentatore politico Mourad Zeghidi e il conduttore radiofonico e televisivo Borhen Bsaies, entrambi arrestati a maggio, sono stati condannati a un anno di carcere.

Mehdi Zagrouba, l’avvocato arrestato il 14 maggio, secondo quanto riferiscono i suoi legali, è stato vittima di una brutale tortura da parte delle forze dell’ordine tunisine che gli ha provocato lo svenimento e il trasferimento in ospedale.

Lo strumento nelle mani del PM di Tunisi è sempre il famigerato decreto legge 54 2contro la diffusione attraverso reti di comunicazione di informazioni false con l’obiettivo di ledere i diritti altrui o la pubblica sicurezza3. L’unione nazionale dei giornalisti tunisini afferma che sono più di 60 le giornaliste/i, avvocate/i e membri dell’opposizione perseguiti per questo reato.

  1. Dalla Rivoluzione a Saied: come è cambiata la repressione in Tunisia – Matteo Garavoglia, Irpimedia (15 marzo 2024)
  2. Tunisia: Decree-law No 54 of 2022, Legal Analysis.
  3. L’articolo 24 del decreto prevede una pena detentiva di cinque anni e una multa di 50.000 dinari (16.000 dollari) per chiunque pubblichi contenuti con l’obiettivo di violare i diritti altrui, nuocere alla sicurezza pubblica o alla difesa nazionale, diffondere il terrore tra la popolazione o incitare all’odio. La pena è raddoppiata se la persona presa di mira è un pubblico ufficiale. Dunque per un reato di opinione contestato nei confronti del presidente Saïed si può essere condannati con una pena che può arrivare fino a dieci anni di carcere. Fonte: Adif.