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La richiesta di restituzione del bonus bebè da parte dell’INPS è discriminatoria

Tribunale di Perugia, sentenza del 10 maggio 2024

Con ricorso ex art. 28 d.lgs 150/2011 ed art. 44 d.lgs 286/1998 (azione civile contro la discriminazione), una cittadina peruviana conveniva in giudizio l’INPS di Perugia al fine di accertare e dichiarare il carattere discriminatorio della revoca dell’assegno di natalità (di cui all’art. 1 co 125, legge 190/2014), per mancanza del requisito del permesso di soggiorno Ue di lungo periodo.

Al provvedimento di revoca seguiva la richiesta di restituzione delle somme che, secondo l’INPS, sarebbero state indebitamente percepite.

Nel ricorso introduttivo si dava atto che la Corte di Cassazione, con ord. 17.6.2019 n. 16164, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 comma 125, legge 190/2014, nella parte in cui richiede il permesso di soggiorno Ue di lungo periodo e non il mero permesso di soggiorno di un anno (come previsto dalla norma generale ex art. 41 d.lgs 286/1998).

La Corte costituzionale (ord. 30.7.2020 n. 182) ha poi deciso di rinviare pregiudizialmente alla Corte di Giustizia UE che, con sentenza 2.9.2021, ha dichiarato illegittima l’esclusione dei cittadini stranieri privi di permesso di lungo periodo dall’assegno di natalità ex legge 190/2014. 

Successivamente e nel corso del giudizio innanzi al Tribunale di Perugia, la Corte costituzionale (cui la questione era tornata), con sentenza n. 54/2022, ha dichiarato l’incostituzionalità delle norme citate.

Ovviamente, la sentenza della Consulta produce i suoi effetti su tutte le domande di “bonus bebè” presentate sino al primo marzo 2022 (data a partire dalla quale tale prestazione è sostituita dall’Assegno Unico Universale), quindi anche alla domanda oggetto del giudizio innanzi al Giudice perugino (che era stata presentata nel 2017).

Quindi, era venuta meno la motivazione del provvedimento di revoca impugnato, in quanto la Ricorrente aveva diritto al beneficio in forza del permesso unico lavoro posseduto al momento della presentazione delle due domande.

Secondo il Giudice, “dall’accertamento del diritto alla provvidenza richiesta deriva l’illegittimità di ogni richiesta di restituzione delle somme versate dall’Istituto”. Quindi, “va dichiarata discriminatoria la condotta di INPS”.

Inoltre, il Giudice rileva che la richiesta di restituzione da parte dell’INPS (avvenuta con provvedimento del 6.10.2020) è avvenuta “quando era già pendente questione di legittimità costituzionale (sollevata, come detto, da Corte di Cassazione, ord. 17.6.2019 n. 16164) e, addirittura, quando la Consulta aveva già effettuato rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Ue (Corte costituzionale, ord. 30.7.2020 n. 182)”.

Diversamente, il criterio di buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97 Cost.) imponeva all’INPS di rinviare ogni richiesta restitutoria all’esito della decisione dei due supremi Organi Giurisdizionali (Corte costituzionale e Corte di Giustizia). Specialmente considerato che si verte in tema di provvidenze in favore di situazioni di particolare bisogno ed a tutela della maternità.

Tale aspetto relativo a “la cronologia tra le domande amministrative proposte, l’introduzione del ricorso e le fasi del giudizio di costituzionalità rivelatosi risolutivo” è stato valutato dal Giudice ai fini della condanna alle spese nei confronti dell’Istituto.

Si ringrazia l’Avv. Francesco Di Pietro per la segnalazione e il commento.