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L’escalation della deriva autoritaria del regime tunisino di Kaïs Saïed

Un reportage da Tunisi riassume i gravissimi fatti delle ultime settimane

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Una collaboratrice di Melting Pot si trova da circa un mese in Tunisia. In questo reportage traccia un quadro della situazione mentre la violenza del governo di Kaïs Saïed e i crimini d’odio contro le persone nere sono all’ordine del giorno. Deportazioni di massa, arresti arbitrari, abusi di potere, aggressioni e arresti anche contro stampa, avvocate, attiviste e attivisti.

PH: Governo.it

Tunisi – Come ad annunciare l’arrivo della premier Giorgia Meloni in Tunisia per un nuovo, rapido, incontro con il presidente Kaïs Saïed che si è svolto il 16 aprile, le campagne intorno alla città di Sfax sono state ancora teatro di violenze da parte della polizia. 

La guardia nazionale tunisina si è presentata la mattina del 16 aprile nell’accampamento tra i campi di ulivi a nord di Sfax. Una volta sul posto ha proceduto a effettuare arresti arbitrari di circa 40 persone: le testimonianze che arrivano dal luogo parlano di diverse persone ferite e una sicura deportazione verso il confine libico a sud-est della città. Dopo gli arresti molte tende sono state incendiate.

Questa tipologia di intervento è ormai la prassi, soprattutto nelle campagne intorno a Sfax dove la gente dall’anno scorso ha iniziato a cercare rifugio da un’ondata di violenza di settori della popolazione urbana contro le persone subsahariane innescata dal discorso del presidente sul pericolo di “sostituzione etnica”. 

Il giorno prima dell’incontro bilaterale nella capitale Tunisi, presso la sede di UNHCR è stata fatta nuovamente una manifestazione da parte della comunità sudanese che da mesi occupa gli spazi poco distanti dagli uffici per chiedere il ricollocamento in un paese sicuro. Da anni il paese che la premier è venuta così spesso a visitare sta divenendo sempre più una trappola umanitaria e politica, sia per più di 12.000 persone (soltanto quelle registrate da UNHCR) in fuga dalle guerre e dall’instabilità socio-politiche degli Stati dell’Africa subsahariana e dall’Africa dell’est, in particolare dal Sudan, e sia per un numero in crescita costante di persone tunisine, per lo più giovani delle aree povere e marginalizzate. 

La città di Sfax in particolare è uno degli epicentri maggiore delle violenze ai danni della popolazione senza documenti e migrante nel paese, nonché il luogo dove la repressione verso ogni forma di attivismo locale e denuncia è più forte. La stessa interazione tra persone subsahariane ed europee, come può essere per il caso di molti giornalisti, è motivo di lunghi fermi da parte della polizia, in parallelo aumenta il pericolo di deportazione delle persone senza documenti e razzializzate.

PH: Refugees in Libya (Arresto di massa dalle autorità a Mhadia Chebba, 7 maggio 2024)

La pratica delle deportazioni ha iniziato a divenire sistematica a partire dal luglio del 2023 attraverso un più efficace coordinamento tra guardia costiera tunisina, polizia, guardia nazionale e, dalla fine dell’anno scorso, con il coinvolgimento delle brigate anti-terrorismo della guardia nazionale (USGN) e della polizia (BAT), controllate direttamente dal Ministero degli interni. Lo scopo dichiarato è quello di rinforzare la retorica della “lotta al terrorismo”. 

Le deportazioni non riguardano solo le persone intercettate durante l’attraversamento in mare, ma qualsiasi persona fermata dalla polizia che per profilazione razziale può essere individuata come non araba nordafricana e sprovvista di documenti di soggiorno. Le persone trattenute sono spesso in possesso però del documento di registrazione rilasciato da UNHCR che implica, virtualmente, di essere portatrici di alcuni diritti tra cui quello di un’analisi individuale della propria domanda di asilo e del diritto al ricorso in caso di rifiuto. 

La pratica delle deportazioni collettive è vietata dal diritto internazionale ma è una realtà quotidiana in tutte le frontiere esterne ed esternalizzate dell’Europa. Nel caso tunisino la sua efficace attuazione avviene tramite il coinvolgimento, dal lato della frontiera libica, delle milizie che presiedono al suo controllo e alle gestione della ricca economia di contrabbando, non solo di esseri umani, tra Tunisia e Libia, ma anche in coordinamento con la polizia libica: il presidente Kaïs Saïed ha, infatti, annunciato apertamente il 7 maggio la deportazione di 400 persone subsahariane come conferma di una rinnovata collaborazione con il governo libico di unità nazionale 1.

Il destino delle persone trasferite forzatamente in Libia è quello, abbondantemente documentato, dei ricatti dietro tortura al fine di riottenere la libertà e rientrare in Tunisia, ritorno che spesso è effettuato aggirando il confine sud del paese ed entrando dall’Algeria, confine ben più poroso per ragioni politiche e geografiche (è lungo più del doppio di quello libico). Dall’inizio alla fine di questo processo avviene la più totale sospensione di ogni quadro legale, molte persone hanno fatto esperienza dell’arresto arbitrario e della prigionia, prolungata anche fino a tre mesi, senza un vero e proprio capo d’accusa e potendo raramente incontrare un avvocato senza la presenza di un interprete.

I trasferimenti forzati del 3 maggio

La notte del 3 maggio, alle ore 3.30 del mattino, un enorme dispiegamento di forze dell’ordine (con il supporto della Croce Rossa tunisina) ha circondato gli accampamenti informali di Lac 1 di fronte agli uffici di OIM e UNHCR a Tunisi (leggi il precedente reportage), rastrellando la quasi totalità delle persone ivi presenti e caricandole su sette pullman senza comunicare loro la destinazione. Circa 300 persone di cui molte psichicamente e fisicamente vulnerabili, tantissimi minori anche non accompagnati e donne in stato di gravidanza. Le tende e tutti gli oggetti personali presenti nell’area sono stati portati via dalle ruspe.

Alcune persone sono riuscite a fuggire in tempo, altre sono state lasciate in libertà perché in possesso del documento che dimostra l’avviamento della pratica di “rimpatrio volontario” presso l’OIM. La mattina successiva si è accertato da alcuni video visionati da Refugees in Libya e FTDES che le persone erano state state rilasciate non sul confine algerino o libico, ma in diverse zone rurali e isolate del nord e del nord-ovest del paese (Jendouba ed El Kef). 

Più che una deportazione transfrontaliera si è trattato quindi in questo caso di un trasferimento forzato di massa volto a disseminare in più luoghi la presenza delle persone accampate a Lac 1 e spettacolarizzare l’operato della polizia come dimostra il video diffuso all’indomani dell’operazione.

La propaganda della polizia

Sempre il giorno dopo, circa venti persone che erano ospitate presso l’ostello della gioventù di La Marsa a Tunisi dopo lo smantellamento del campo di Chouca verso il confine libico, sono state anch’esse portate via dalla polizia e di loro non si ha più alcuna notizia. 

Sin dalle prime ore dopo il raid e il giorno successivo, la raccolta delle informazioni è stata estremamente complessa: la verifica delle fonti e dei dati è ostacolata da omertà e complicità, oltre che di UNHCR, anche da parte di molti organi di stampa. E’ complicato ottenere una esaustiva documentazione delle condizioni delle vittime e testimonianze della violenza, come la separazione forzata dei gruppi amicali, per la mancanza di cellulari o di rete internet (diverse testimoni parlano di persone portate in carcere), oltre al fatto che con numeri così elevati è impossibile seguire con costanza le vicende di ogni singola persona. In questo contesto aumenta sensibilmente la possibilità di vere e proprie sparizioni, soprattutto per quello che riguarda i minori non accompagnati.

La società tunisina

Il giorno successivo allo sgombero era stata precedentemente organizzata una marcia dei residenti delle comunità di Jebiniana e Al-Amra, due cittadine a circa un’ora di macchina da Sfax. L’area in questione è caratterizzata da ampie distese di campi di olivi nei quali si sono sviluppati diversi e numerosi accampamenti informali di persone subsahariane. La manifestazione è stata molto partecipata, specialmente dalle famiglie del luogo che hanno esposto striscioni e cantato slogan inneggianti alla deportazione immediata e allo sgombero degli insediamenti, esprimendo un’insofferenza profonda che in questo clima generale si traduce in conclamate manifestazioni di razzismo come quest’ultima. 

Il razzismo che va prendendo piede in modo sempre più incontrastato in questi contesti è lungi dal poter essere etichettato come semplice razzismo di matrice borghese o istituzionale, è piuttosto l’effetto di questi ultimi ed è accompagnato, in ampie fasce della popolazione, da gravi condizioni materiali (la disoccupazione femminile e giovanile toccano il 40%) e dalla stagnazione di ogni immaginario politico che guardi oltre alla politica dell’uomo forte e del vittimismo complottista. 

Gli episodi di violenza di gruppo, danneggiamento e furti da parte di individui o gruppi facenti parte della comunità subsahariana sono, come è logico per le condizioni in cui si trovano, in forte aumento, e la propaganda mediatica li tende a ingigantire acuendo la già fortissima tensione sociale. L’episodio di svolta sembra essere avvenuta dopo la distruzione da parte della polizia di un’imbarcazione fornita dai passeur, le persone si sono riunite di fronte alla caserma per protestare e la situazione ha portato all’incendio di una macchina di servizio e al furto di un fucile 2; il fatto ha chiamato in causa le brigate anti-terrorismo che sono intervenute ancora più violentemente con arresti indiscriminati.

La violenza esercitata in senso opposto è ben più organizzata e diversificata: i raid della polizia nei campi per bruciare le tende e deportare a gruppi le persone, lo sfruttamento lavorativo che talvolta rasenta lo schiavismo e i veri business dietro la migrazione illegalizzata, come il recente fenomeno dei barchini “home-made” in ferro dimostra. Proprio alcuni abitanti di Jebiniana sono stati recentemente arrestati per la fabbricazione di queste imbarcazioni mortali vendute agli intermediari che organizzano le traversate in mare e che nella maggior parte dei casi hanno per passeggeri persone subsahariane che spesso non possono permettersi il costo del viaggio dentro barche più economiche 3.

La propaganda da parte del governo

La parola che ricorre più spesso nei discorsi del presidente Kaïs Saïed, dopo il famoso discorso tenuto nel febbraio 2023 che inaugura pubblicamente la nuova strategia narrativa complottista, è quella di mashrwaa al-tawteen cioè letteralmente dall’arabo: “progetto di insediamento”. 

Questo concetto viene ripreso anche dal ministro degli interni Kamel Al-Faki in una assemblea parlamentare davanti alla camera dei rappresentanti del popolo secondo il quale il 25 luglio 2021 (il giorno in cui il presidente accentra su di sé i pieni poteri attraverso un golpe costituzionale) è stato il giorno in cui “si è sventato il progetto di insediamento di migranti africani che i precedenti governi hanno avviato firmando accordi contro l’interesse del popolo tunisino”. I toni degli esponenti del governo in tema migrazione vanno dai toni epico-guerreschi che parlano di dure battaglie per ristabilire la legalità, fino a un ostentato buon senso, per cui la tunisia “non può accogliere tutti” ma fa il possibile, riuscendoci, per trattare i migranti con la dignità che gli spetta. 

Il fatto di insistere con l’utilizzo di un termine come “insediamenti” che sottende una volontà di stabilirsi molto forte, per riferirsi a quelli che sono invece a tutti gli effetti campi profughi informali, è coerente con la visione complottista di presidente ed élite di governo. Una visione secondo la quale dietro alla migrazione verso il Nord Africa ci sarebbero ingenti trasferimenti di denaro provenienti dall’Europa e dall’America nei conti delle ONG e delle organizzazioni internazionali che offrono servizi alle persone migranti, facilitando e spianando loro la strada verso la “trasformazione demografica” da paese arabo a paese africano (per cui il termine ha sempre più delle connotazioni etnico-razziali e non geografiche). 

Va da sé che lo slogan la la al-tawteen!, cioè “no no gli insediamenti!” diventi il più ricorrente nelle manifestazioni contro la presenza dei migranti, o più genericamente degli “africani” nel paese. Elementi affini, estremi e misconosciuti prima dell’arrivo al potere di Kaïs Saïed, apparsi come fenomeni da social network di cui è difficile verificare il reale seguito e senza una vera identità partitica, hanno già rinforzato e approfondito questa visione arrivando a parlare attraverso le loro piattaforme Facebook e Tiktok, con decine di migliaia di seguaci, di un progetto di colonizzazione della Tunisia (“colono” in arabo si dice moustawteen, attraverso la stessa radice del termine insediamento) guidato dall’Europa e dell’America sullo stesso modello di quello operato in Palestina. 

Si fa dunque leva sulla ampissima solidarietà alla resistenza palestinese contro il sionismo per equiparare le persone subsahriane a degli invasori e veicolando l’idea della sostituzione etnica. Difficile dire chi abbia influenzato chi, visto che i discorsi sembrano per molti sensi identici, ad ogni modo il presidente ha smentito qualsiasi legame tra lui e le persone a lui vicine con questi movimenti o pseudo-partiti nazionalisti 4.

Ad ogni modo da parte delle istituzioni il discorso anticoloniale viene distorto e riscritto alla luce della menzogna e del vittimismo per cui il colpevole resta l’occidente ricco e senza scrupoli, ma ad opporsi non sono più i popoli oppressi tutti ma alcuni popoli contro altri; e dell’arricchimento derivante da questa situazione non ne beneficerebbero politicamente i governi nordafricani (loro sì finanziati dall’Europa per respingere la migrazione verso l’Europa), bensì oscure entità straniere operanti in Tunisia. 

Tuttavia le reali responsabili di questa situazione, ossia le politiche di ricatto dell’Europa e i mandanti politici dei massacri nel Mediterraneo che stanno trasformando i paesi nordafricani in trappole umanitarie, non vengono mai incriminate dalla narrazione mediatica dominante.

Ricominciano i pogrom

L’ondata di violenza iniziata l’anno scorso sta riprendendo velocemente vigore, polizia e i settori più razzisti della società si alternano nel rendere impossibile la vita per tutte le persone nere, realmente migranti o meno, che si trovano nel paese. Gli episodi di violenza di gruppo sono ormai pressoché quotidiani e tollerati dalle istituzioni, negli ospedali arrivano le vittime di questa violenza a cui vengono fatti trattamenti di emergenza ma poco altro perché le persone senza documenti non beneficiano del sistema sanitario, e comunque la permanenza in un ospedale li esporrebbe troppo al rischio di deportazione 5.

Nei giorni scorsi a Sfax, come documentano diversi video, la polizia ha rastrellato casa per casa un quartiere portando via tutte le persone subsahariane o sudanesi, senza che di nessuna di queste operazioni resti un singolo verbale.

La violenza è infiammata dalla solita proliferazione via Facebook di video di cui è impossibile confermare la fonte che sono volti a de-umanizzare totalmente la persona nera oltre che cifre, statistiche e teoremi volutamente errati per instillare l’idea dell’invasione e la conseguente reazione incontrollata.

Viaggiando su un louage (linee di minibus di lunga percorrenza) da Sfax per qualsiasi altra località si incappa in numerosi posti di blocco mobili in cui la polizia apre il portellone del mezzo solo per squadrare chi vi è all’interno alla ricerca di persone che non rientrano nei nuovi criteri razziali di circolazione. Sono ormai numerosi i taxisti che si rifiutano di far salire sul proprio mezzo persone nere con la paura di vedersi incriminati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, di conseguenza la mobilità all’interno del paese per queste persone è assolutamente ridotta e costantemente a rischio.

Ondata di arresti nel mondo dell’attivismo e del giornalismo. Arrestata anche l’avvocata e opinionista Sonia Dahmani

Saadia Mosbah, attivista afrotunisina, presidente dell’associazione Mnemty (di cui è stato prolungato l’arresto. Qui una petizione), Sharifa Rihai, l’ex direttrice dell’associazione Terre D’Asile, il presidente e vicepresidente del Consiglio Tunisino per i Rifugiati sono secondo la propaganda del governo “traditori” e “mercenari” che operano per la sostituzione etnica in Tunisia attraverso finanziamenti esteri prima del suo insediamento al governo (finanziamenti che a dire il vero si sono svolti in trasparenza anche successivamente).

Alla lista delle persone arrestate si aggiunge il nome dell’avvocata e opinionista Sonia Dahmani, brutalmente arrestata sotto gli occhi delle giornaliste di France 24h in diretta televisiva da un commando di poliziotti in borghese con il volto coperto nella maison de l’avocat di Tunisi. Il suo crimine è di aver criticato le politiche razziste di Kaïs Saïed e aver fatto del sarcasmo sulla Tunisia, violando così il controverso decreto n. 54 (contro la diffusione di notizie false) usato per mettere a tacere le critiche. Una legge promulgata da Saïed nel settembre 2022 che punisce con cinque anni di reclusione e una multa di 50.000 dinari (circa 14.900 euro) chiunque “utilizzi deliberatamente reti di comunicazione e sistemi di informazione per produrre, promuovere, pubblicare o inviare informazioni o voci false6.

Fadoua Braham, anche lei avvocata, ha dichiarato che era da prima del 2011 che la polizia non faceva irruzione in questo luogo simbolo della battaglia per la democrazia e la libera informazione.

Il giorno successivo due nuovi arresti hanno raggiunto il presentatore televisivo e radiofonico Borhen Bsassis e il giornalista Mourad Zgheidi per aver entrambi criticato la situazione che si sta sviluppando nel paese. Domenica il consiglio degli avvocati tunisini ha chiamato per lunedì 13 maggio lo sciopero nazionale di categoria sostenuto anche dall’UGTT (l’Unione sindacale dei lavoratori tunisini) 7.
Si registrano aggressioni contro la stampa. La corrispondente di France 24 Maryline Dumas e il cameraman Hamdi Tlili, arrestati gli editorialisti Mourad Zeghidi e Borhen Bsaies. «Devono essere rilasciati», denuncia Reporters sans frontières.

Quest’ultima ondata di arresti sorretti da questa retorica, rinforzano l’immagine del presidente “anticolonialista” e “indipendente dall’Europa” che non farà della Tunisia né un paese di transito né l’obiettivo dell’assistenza umanitaria da parte di nessuno, ma soprattutto che difende l’onore della nazione dai suoi nemici interni.

Argomentazioni dalla logica distorta che però al momento sembrano funzionare: non si sentono voci di critica dall’opposizione politica anche perché in buona parte è già stata arrestata e messa a tacere con l’arresto a partire da febbraio scorso di più di venti personalità politiche critiche di Saïed, di cui la più conosciuta è sicuramente Rached Ghannouchi, leader del partito Ennahda vicino alla fratellanza musulmana.

Si può dire quindi che il terreno fosse stato preparato in anticipo partendo da quello del mondo della politica per arrivare a quello della società civile, il tutto seguendo uno schema che fa pensare sempre di più ad una restaurazione autoritaria pre-2011, restaurazione finanziata dalle politiche EU e avallata dai vari Memorandum d’intesa. 

  1. Tunisia: Saied espelle in Libia 400 subsahariani – Il Manifesto, 8 maggio 2024.
  2. À El-Amra, un désastre annoncé pour les migrant·es – inkyfada.com, 13 dicembre 2023.
  3. Two factories manufacturing death boats discovered in Jebeniana and Goulette – Agence Tunisi Afrique Presee, 2 maggio 2024.
  4. Tunisia’s President Gives Life to a Zionism Conspiracy Theory – News Lines Magazine, 21 marzo 2023.
  5. “C’est un apartheid assumé”: À Sfax, les Subsahariens chassés, agressés et déportés – inkyfada.com, 9 luglio 2023.
  6. En Tunisie, le régime arrête brutalement une avocate et deux chroniqueurs pour leurs critiques trop sarcastiques di Monia Ben Hamadi (Tunis) et Nissim Gasteli (Tunis) – Le Monde Diplomatique (12 maggio 2023).
  7. L’articolo su Mosaïque FM.

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