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Marcha Nacional de Madres Buscadores (10 maggio 2024, Città del Messico)

Massacri e sparizioni nella rotta migratoria in Messico

Ana Enamorado: «Mi hanno tolto Oscar, mi hanno tolto la vita»

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PH: Francisco Elias Prada/Ojos ilegales +RED

Città del Messico – Il caso dell’honduregno Oscar Antonio López Enamorado, di sua madre Ana Enamorado e delle altre madri e familiari della Rete Regionale di Famiglie Migranti, nel contesto delle sparizioni e massacri di persone migranti nel Messico dei cartelli e dell’impunità 1.

Prima che il telefono restasse muto. Ascoltare la sua voce per l’ultima volta

14 anni fa ho ascoltato per l’ultima volta la voce di Oscar… La telefonata si è interrotta bruscamente e la mia vita non è più stata la stessa.

Così inizia la lettera aperta che Ana Enamorado, madre honduregna, ha rivolto al presidente degli Stati Uniti Messicani, Andrés Manuel López Obrador, il 19 gennaio 2024 2, quattordicesimo anniversario della sparizione di suo figlio Oscar Antonio, quando non aveva ancora compiuto 20 anni 3, tra la località di San Sebastián del Oeste e Puerto Vallarta, nello stato di Jalisco.

Parole dure, che potrebbero essere le parole di migliaia di madri centroamericane dalla disperazione dell’assenza. Soprattutto di quelle madri che, per un insieme di circostanze complesse, come mancanza di mezzi materiali, la breccia tecnologica, discriminazione etnica e linguistica, lontananza geografica e culturale dalle istituzioni, minacce alle famiglie, paura, non hanno nemmeno presentato una denuncia per la sparizione di uno o più familiari e vivono in solitudine la loro tragica impotenza.

Carta aperta al presidente

Ana ha letto la sua carta al presidente in una giornata di lotta iniziata con la posa di un memoriale ad Oscar, un piccolo monumento con una sua foto nel Zócalo, la grande piazza centrale della capitale del paese, proprio di fronte al Palazzo presidenziale, perché il presidente del Messico non la possa ignorare. È una lettera dura come il dolore di chi non riceve risposte, un’accusa implacabile:

Lei, signor presidente… quando è stato eletto nel 2018, mi ha conosciuto nei Fori per la Pace e proprio qui, nel Palazzo Nazionale, ha preso tra le mani l’unica foto che ho del mio Oscar. E mi ha detto ‘questo finirà, vedrai che tutto si risolverà’. È passato un altro periodo presidenziale e il mio Oscar non è con me 4.

La privatizzazione della sparizione forzata

La sparizione forzata è uno strumento della strategia contro-insurgente adottata dal governo messicano nella cosiddetta guerra sporca degli anni ’60, come in molti paesi dell’America Latina all’epoca delle peggiori dittature e dei genocidi, come in Argentina, in Cile e anche in Guatemala. Quest’ultimo, come riporta Isaac Marcelo Basaure, è il primo paese dove si registra l’uso della sparizione forzata:

A marzo del 1966 si commette la prima DFP 5 su grande scala. In un clima post elettorale… le forze di sicurezza hanno arrestato, per lo meno, 28 persone oppositrici al regime guatemalteco che era stato appena sconfitto nelle urne 6 e… i catturati non sono mai stati arrestati o processati; nemmeno liberati, e i loro corpi non sono mai comparsi. Semplicemente sono stati fatti sparire 7.

Negli ultimi anni, però, abbiamo assistito ad un cambiamento radicale nell’uso di questo strumento del terrore in Messico, divenuto una pratica complessa e quotidiana, usata sistematicamente dai gruppi della delinquenza organizzata per esercitare il controllo sul territorio, In altri termini, la sparizione forzata è stata fatta propria da attori privati però vicini alle istituzioni e protetti da queste. Ormai in tempi di libero mercato nemmeno l’esercizio della repressione è più monopolio dello stato, che delega sempre più le sue funzioni, anche l’uso della violenza. Di conseguenza, si è costruita una nuova definizione, la sparizione di persone commessa da privati, che corrisponde ad un delitto nuovo, previsto nella Legge del 2017 sulla materia.

Persone migranti, massacri e sparizioni forzate

Da sempre le persone migranti sono morte e scomparse lungo il cammino, per incidenti di traffico, per aggressioni che rimanevano puntualmente impunite, e molti casi si verificavano nell’attraversamento della frontiera, camminando nel deserto o attraversando il Río Bravo oppure, da quando esiste, cadendo dal muro.

Negli ultimi decenni la presenza di migranti tra le persone assassinate e sparite in tutto il Messico è diventata ogni giorno più significativa e più visibile. Sin dai tempi delle “morte di Juárez8, negli anni ’90, molti dei corpi delle donne vittime di femminicidio non venivano identificati, tra l’altro, perché si trattava di migranti che, lontano dai luoghi di origine, nessuno cercava. Di fatto, molte donne assassinate venivano da altri Stati della repubblica messicana, oppure da paesi centroamericani, attratte dall’offerta di lavoro, specialmente nella maquila –cresciuta velocemente- e per la facilità, volendo, di andare “dall’altro lato”. Tutte loro, invece, rimaste intrappolate nelle sabbie mobili di questa frontiera violenta.

Il progetto fotografico “Mi familia no está completa” (PH: Raúl F. Pérez Lira)

Una nota attivista di Ciudad Juárez, Silvia Méndez, ricorda il corpo di una migrante centroamericana assassinata ritrovato vicino casa sua. Era il 2004 e quel corpo di donna senza nome la motivò ad avvicinarsi al Centro per i diritti umani Paso del Norte, nato nel 2001 per lottare contro i delitti di alto impatto (tortura, sequestri, sparizione forzata). Da allora, tra i corpi dissotterrati in zone critiche, dove le fosse clandestine proliferano, la presenza di migranti è aumentata, e Paso del Norte ha dovuto accompagnare e assistere legalmente sempre più famiglie centroamericane alla ricerca di migranti spariti in questa frontiera.

Insomma, essere migranti ha implicato sempre vulnerabilità ed esposizione ad abusi di ogni genere, ma è dall’inizio del secondo millennio che il Messico, paese di transito, è finito in prima pagina come un itinerario del terrore 9.

Erano gli anni delle maras, evoluzione delle bande giovanili di centroamericani in California, addestrati nelle strade e dalla delinquenza organizzata, fino all’entrata in scena degli Zetas, nati nel cuore dell’esercito, dei suoi gruppi d’elite (i Gruppi Aeromobili di Forze Speciali, GAFE per le iniziali in spagnolo) addestrati nelle caserme e, come segnala la giornalista Marcela Turati, nelle scuole di contro-insorgenza degli Stati Uniti e dalle milizie israeliane 10.

Nascono disertando dall’esercito e trasformandosi nel braccio armato del Cartello del Golfo (CDG) da cui, pochi anni dopo (2009) si separano, diventando avversari e contendendo ai vecchi capi il controllo del territorio. Con gli Zetas la violenza contro la popolazione migrante non è più solo una fonte di guadagno tra le altre, gestita a livello locale, ma diventa un ingranaggio importante nell’economia delle grandi organizzazioni criminali.

Turati sostiene che gli Zetas hanno portato un’innovazione nel mondo criminale 11 e parla di un nuovo modello economico basato sulla capacità di controllare il territorio in modo violento guadagnando soprattutto sulle attività di altri attori criminali. Non puntando, quindi, all’espansione delle attività e reti proprie, ma piuttosto all’espansione del territorio sotto controllo, da dove poter estrarre sempre più risorse, estorcendo un “contributo” per ogni attività redditizia, legale o no 12.

Da qui nasce la “scoperta”, l’appropriazione e la gestione delle rotte migratorie come fonte di guadagni consistenti da parte dei cartelli, che hanno imposto un ri-ordinamento e controllo degli itinerari e il disciplinamento degli attori presenti in questi scenari. In pochi anni le dinamiche delle rotte sono cambiate, la violenza è diventata parte della pianificazione ed ha assunto toni più crudeli, le vittime si sono moltiplicate, ed i prezzi dei “servizi” offerti ai migranti sono lievitati.

Il corridoio mesoamericano ponte di vita e patio trasero (cortile di servizio) turbolento

Nella transizione tra gli anni ’90 e i 2.000 si poteva associare il concetto di “corridoio mesoamericano” alla vita, perché Mesoamerica è uno dei territori di megadiversità del mondo”, immagine diffusa anche della propaganda del programma intergovernativo Corridoio Biologico Mesoamericano, il cui obiettivo dichiarato era la preservazione della vita in America Centrale e Messico 13.

Oggi, invece, l’espressione corridoio mesoamericano evoca l’immagine dei movimenti migratori e dei suoi itinerari di speranza mescolati con violenza, sofferenza e morte.

La regione, considerata dagli Stati Uniti il proprio patio trasero (cortile di servizio), ha un passato turbolento. Per tutto il secolo scorso i paesi centroamericani sono stati segnati da depredazione e saccheggio, dittature, razzismo, colpi di stato, invasioni militari, ed una feroce repressione di proteste, sollevazioni e resistenza. Gli Stati Uniti sono stati autori e registi di questi copioni, in modo più o meno dichiarato, scatenando la loro forza distruttrice contro governi progressisti eletti nelle urne e contro movimenti politico-militari, in particolare quelli che, negli anni ’70 ed ’80, hanno messo alle corde i governi antipopolari e le dittature della regione 14.

L’Honduras, invece, è stato scelto per ospitare una forte presenza di truppe statunitensi (definita da molti come un’occupazione militare) 15, che ha soffocato ed inibito la crescita dei movimenti di protesta.

A partire dagli anni ’90, con gli accordi di pace che hanno posto fine alle insurrezioni ed alle guerre civili, è nuovamente cambiato lo scenario, e la violenza dalla sfera della politica si è riversata nelle strade dei paesi della regione. El Salvador e l’Honduras per primi sono diventati territori del terrore diffuso, sottomessi alla violenza dei cartelli, delle maras e di nuovi governi autoritari antipopolari.

Un quadro di per sé assai complesso, reso ancor più complesso dall’aumento della mobilità umana e l’apertura di nuove rotte negli ultimi anni. Ognuno dei paesi dell’istmo, infatti, non è più solamente un paese di origine, oppure un paese di destino delle migrazioni intra-regionali, ma è anche un paese di transito, per cui assume un ruolo molto più significativo nello scacchiere internazionale.

Di fatto, nell’Istmo centroamericano arriva una grande quantità di popolazione dell’America del Sud, dei Caraibi e di altri continenti, sono sorte nuove zone critiche come il Guatemala (a partire dallo slittamento della frontiera verticale dal Messico verso il sud) e nuove zone di terrore, morte e sparizioni, come la selva del Darién, tra Colombia e Panama, o le troppo poco ricordate acque delle due coste dell’istmo, Pacifico e Caraibi, che riscuotono anche loro un tributo di vite umane.

L’infanzia nella violenza

In questo contesto, non sorprende che la violenza sia stata una costante nella vita di molte generazioni. Ana racconta come l’ha vissuta, e normalizzata, sin dall’infanzia nelle strade del dipartimento di Cortés:

[…] perché, te lo dico, uno lo normalizza, perché quando ero bambina ho visto sempre ogni tipo di violenza, mi ritrovavo persone assassinate in mezzo alla strada, o veniva un vicino a riferire a mia mamma che era comparso un morto in strada, nel tale posto, ed era un paese piccolo. Ricordo una volta che, la mattina presto, mi mandarono a comprare il pane e quasi inciampo in un corpo senza vita, io ero molto piccola, non mi ricordo quanti anni avevo, forse 8 o 9. Sì, mi spaventavo, ma che vuoi farci, succedeva di continuo.

Lo stesso fenomeno si è osservato in Messico.

PH: Universidad de Guanajuato (UG)

Marcela Turati racconta la storia di San Fernando, Tamaulipas 16, diventato famoso a partire dal 2010 e 2011, quando si è “scoperta” la grande quantità di sequestri e massacri di cui il municipio era scenario e le fosse che nascondeva. Le testimonianze raccolte mostrano come il trauma, il terrore, il dolore, l’assenza e complicità delle istituzioni e l’impotenza accompagnavano la normalizzazione della violenza, processo che iniziava nell’infanzia e continuava nell’età adulta:
Sin da quando aveva sei anni, mia figlia vede come una cosa normale le persone assassinate, è il nostro pane quotidiano; anormali sono quelli [che muoiono] di morte naturale 17.

Tutto il paese sapeva che uccidevano le persone che venivano sequestrate, ma che prima le torturavano con crudeltà. Ne erano testimoni, eppure un po’ alla volta si andavano “abituando” all’orrore e si andavano convincendo che ci sarebbe stato un lieto fine, illusione che rendeva la realtà più tollerabile e la vita più vivibile alle genti di questo paese, che vivevano come ostaggi degli Zetas:

C’eravamo mia madre ed io, lavavamo i piatti e si sentiva quando li picchiavano. Grida, gemiti. C’era una scia di sangue, come se li avessero trascinati e portati via. Io sono rimasta traumatizzata, mi è bastato vedere come si portarono via delle persone dall’Oxxo 18 o quando li legavano.

In quel periodo sono diventata magra magra y vomitavo perfino l’acqua. Avevo una crisi nervosa, non volevo andare a scuola, le mie amiche lo stesso, i loro genitori non le volevano portare a scuola, avevano paura che se li sarebbero portati via perché, come sapevamo tutti, erano degli squilibrati, dei pazzi… Nessuno poteva fare niente [piange]. Con il tempo ci abbiamo fatto il callo e ci sembrava normale che legassero la gente. A quel punto non avevo più tanta paura.

Turati commenta:
La gente si era abituata a guardare e stare zitta, la loro vita era in pericolo. I sequestri quotidiani nella stazione degli autobus, di chi sarebbe stato condannato a morte, succedevano sotto gli occhi di tutti. Alla luce del giorno, in pieno centro. Alleggeriva la coscienza dei testimoni pensare che i sicari avrebbero liberato le persone catturate, dopo averle interrogate 19.

Il San Pedro Sula dei due ultimi decenni, la città della famiglia López Enamorado, non fa eccezione a questo panorama e, in tale contesto di violenza estrema, avere un figlio provoca ancor più angoscia, come ricorda Ana: La cosa più terribile è stata… e cominciai a preoccuparmi molto, è stata quando già avevo Oscar…

La vita quotidiana di Oscar nel racconto di Ana è uno specchio della vita di bambine e bambini in età di asilo e di elementari nel suo paese:
doveva vivere rinchiuso…. Suo papà ed io decidemmo di non mandarlo all’asilo, perciò abbiamo assunto una persona che si prendeva cura di lui in casa. Mano a mano che cresceva, la paura aumentava e a maggior ragione non lo lasciavamo uscire per strada. La persona che lo accudiva lo andava a prendere a scuola anche se, quando avevamo tempo, ci andavamo noi.

Arrivava a casa e ci restava chiuso dentro. È cresciuto vedendo i suoi amichetti attraverso le inferriate di un balcone. E così giocava con loro…

Trovavo terrificante che mio figlio non avesse la possibilità di uscire per strada a giocare, a passeggiare senza questo controllo asfissiante, perché si viveva nel pericolo.

Quando Oscar aveva 12-13 anni, l’età della scuola media, è iniziato il controllo più rigido da parte delle bande di maras nel quartiere:
Ricordo che a volte dalla scuola ci arrivava l’avviso di andare a prendere i bambini perché stavano arrivando i “mareros” e avrebbero cominciato a scontrarsi.

È stata una situazione terribile, e mi disperava sempre più. Perché dicevamo … a scuola non è sicuro, a casa nemmeno… non è sicuro in nessun posto”.

i suoi amichetti venivano a casa a fare i compiti con lui… Ma era sempre terribile perché mi dicevo “mio figlio è un adolescente, e ha bisogno di uscire, andare in strada, passeggiare con i suoi amici, andare dove vuole, come chiunque, dobbiamo uscire”… ma no, non si poteva.

Poi è iniziata l’età delle feste, i compleanni, la maturità:
Era spaventoso, perché gli concedevamo un tempo limitato “Sì vai, però due ore, comincia alle 7 di sera e alle 9 devi essere a casa”… Mi dicevo non è giusto tormentarlo così. Sì, per me era brutto. E pure per lui, però lui non protestava, e invece mi diceva “Sì, mamma, ho capito”. Però… che difficile vivere così!!!

L’antropologa May-ek Querales Mendoza riflette sulla violenza e criminalizzazione di cui sono vittime le persone giovani in Messico, e la sua narrazione della vita della gioventù urbana ai tempi della “guerra ai narcos” ricorda quella dell’infanzia di Oscar:
Nella Ciudad Juárez del 2010, le/gli adolescente e giovani si erano visti obbligati ad abbandonare piazze, parchi e centri notturni, per ridurre le possibilità che le loro vite fossero spezzate dalla violenza 20.

Un dato significativo è anche la quantità di persone giovani, tra 14 e 24 anni, registrate ufficialmente come scomparse in Messico tra novembre 1961 al 19 di gennaio del 2024: 48.426. Una quantità che fa male, ma alla quale bisogna ancora aggiungere i numeri omessi dalla drammatica sotto-registrazione di cui soffrono i dati ufficiali, per la mancata denuncia delle famiglie, per disinteresse del personale pubblico o per errori metodologici.

Racconta Ana che Oscar è cresciuto in un ambiente di solidarietà, sensibile alle privazioni che vedeva intorno a sé, per cui condivideva quello che aveva con chi aveva meno, e pativa per l’ingiustizia, la povertà, l’emarginazione, l’esclusione sociale, la violenza nei quartieri:

Lui capiva tutto quello che stava succedendo. “Perciò -mi disse´ “io voglio studiare legge, io voglio fare qualcosa, non può essere che nessuno faccia niente. Era arrabbiato, eppure era soltanto un bambino.

Vedeva anche come molte persone andavano negli Stati Uniti. Un vicino, deportato dagli Stati Uniti, iniziò a fare viaggi frequenti “al nord”, insomma, si unì ai cosiddetti polleros o coyotes (guide di migranti) e ad avere una vita sempre più prospera. Molte persone del quartiere partivano con lui, e Oscar sembrava capire, ma non accettare quello che percepiva come una resa:
Non accettava che le persone se ne dovessero andare. Certo, capiva che erano spinte da tutte le necessità che ci sono nel mio paese, mancanza di opportunità, disoccupazione, carenze, però diceva che lui non se ne sarebbe andato mai “e perché dovrei?”

Strage di giovani

Tuttavia, con il passare del tempo, la violenza lo rendeva sempre più inquieto:
Più di tutto fu per lui un duro colpo, e gli provocò molta rabbia, il fatto che ad alcuni suoi vecchi compagni delle elementari… li hanno assassinati

Soprattutto rimase sconvolto dal caso di uno di questi ragazzi, che non aveva potuto continuare a studiare, e proprio lui fu sequestrato:
un altro ragazzo era nostro vicino, lui non ha avuto la possibilità di continuare a studiare, ha dovuto cominciare a lavorare… e lo sono andati a sequestrare a un isolato dalla nostra casa. Oscar era a scuola, e quando è tornato gliel’hmaraso dovuto dire… si sono portati via il ragazzo … A Oscar questo l’ha sconvolto ed amareggiato.
Il giorno dopo, seduto in poltrona guardando la televisione, piangeva, in silenzio, era a pezzi [e diceva] “non può essere che tutto questo succeda e noi non facciamo niente, nessuno paga, nessuno è castigato, e tutto rimane impunito”. E aveva appena 16 anni.
Perciò dico sempre che sono orgogliosa di Oscar, perché diceva “non va proprio bene, basta! Io lotterò per appoggiare gli altri, cercherò di ottenere giustizia per tutto quello che succede” … E invece non ha potuto.

Decidere per la vita

Vedere la vita precaria e la morte di tanti giovani e, in particolare, l’assassinio dei suoi ex compagni delle elementari, è stata per Oscar la spinta decisiva per dare forma e mettere in atto il suo progetto migratorio. L’angoscia gli suggeriva di andarsene lontano:
Sì, era parecchio doloroso e sì, quello che ha motivato Oscar ad andarsene da casa è stata proprio la violenza.
Realmente altre situazioni le avremmo affrontate…. Lui stava studiando, stava bene, pero con la violenza non ce l’abbiamo fatta…
Quando mi ha detto “ma che vuoi che io stia così per sempre, nel mio paese, rinchiuso, come se stessi in prigione, come se avessi commesso un delitto?” È stato tremendo. Lo ha detto a me per prima. Aveva appena 17 anni. Mi disse “continuerò a studiare lì, ci sono i miei zii, certo che continuerò a studiare”

gli ho detto “prima o poi questa situazione cambierà”, però ovviamente niente è cambiato… È passato un po’ di tempo ed è tornato con la stessa idea… ma più determinato: “questa volta sì, l’ho deciso, me ne vado, è che non voglio vivere così, non si può vivere così”.

Era il 2008, nel 2009 c’è stato il colpo di stato 21, i livelli di violenza erano orribili, più o meno come lo stiamo vivendo adesso in Messico, passavano le camionette davanti casa, con uomini armati, incappucciati, le persone dicevano che erano poliziotti gli incappucciati che andavano in giro a portarsi via i giovani. Sono stati momenti terribili, una stagione delle più violente… ci sono colonie in cui proprio non si poteva nemmeno entrare… Non c’è rimasta alternativa, abbiamo dovuto accettare che se ne sarebbe andato e pianificare il viaggio.

Oscar è partito a gennaio del 2008, a 18 anni.

Il viaggio di Oscar è stato alla vecchia maniera, con il “pollero” vicino di casa, una figura tradizionale di “guida”, una persona della comunità in cui si può avere fiducia. Probabilmente stava vivendo la transizione dal modello tradizionale a quello dell’ubbidienza ai cartelli. Comunque, Oscar è arrivato negli Stati Uniti, poi, però, qualcuno lo ha convinto a spostarsi, alla ricerca di un’alternativa migliore in Messico, ed è allora che lo hanno fatto scomparire.

Il telefono è rimasto muto a Jalisco

Oscar si trovava in una piccola località nello stato di Jalisco e fu allora che iniziarono i segnali strani. Ana ricevette delle telefonate di presunti amici del figlio, secondo i quali doveva pagare un debito per i danni ad una camionetta che lui guidava. Ana mandò i soldi, ma quando richiamò nessuno più rispose. Il 19 gennaio del 2010, mentre parlava per telefono con il ragazzo, la linea cadde. Da quel momento, il telefono è rimasto muto. Ana capì che iniziava una battaglia ardua per trovare suo figlio e vederlo riprendere i suoi progetti di vita.

  1. Justicia y no repetición para violencias contra personas migrantes. Reflexiones desde un diez de mayo – adondevanlosdesaparecidos.org (16 maggio 2024)
  2. La memoria de los desaparecidos; un recuerdo incómodo para López Obrador – Pie de Pagina (19 enero, 2024)
  3. Oscar Antonio è nato il 10 maggio del 1990. Il 10 maggio è il giorno della mamma in vari paesi latinoamericani, compreso l’Honduras
  4. Il prossimo 2 giugno del 2024 si svolgeranno elezioni legislative e presidenziali, e tre mesi dopo, a settembre, l’attuale presidente della repubblica consegnerà la presidenza alla candidata vincitrice
  5. Sparizione Forzata di Persone, per le iniziali in spagnolo (desaparición forzada de personas)
  6. Isaac Marcelo Basaure Miranda (2018). El Delito De Desaparición Forzada De Personas En América Latina, enRevista de Derecho. Vol. 7 (2018), pp. 9-36. Pág.17
  7. Ball, P., Kobrak, P., & Spirer, H. F. (1999). Violencia Institucional en Guatemala, 1960-1966: una reflexión cuantitativa. Washington, DC: Centro Internacional para Investigaciones en Derechos Humanos
  8. Dall’inizio degli anni ’90 si sono verificati un gran numero di scomparse e di ritrovamenti di corpi di donne assassinate, violentate, torturate e seppellite in fosse clandestine. Le famiglie, soprattutto le madri, delle donne scomparse, si sono organizzate, e nell’accompagnamento a questi processi organizzativi sono iniziati gli studi sulla violenza letale contro le donne ed il femminicidio. In questo modo si è giunte alla definizione del delitto di femminicidio e a misure legislative per l’esercizio del diritto delle donne ad una vita libera dalla violenza
  9. Una ricerca, per esempio, all’inizio del primo decennio del secolo, ha rivelato che le donne, prima di partire dai luoghi di origine, si facevano iniezioni anticoncettive di lunga durata, per evitare una gravidanza nell’eventualità di subire violenza sessuale lungo il tragitto, o in caso di dover scambiare favori sessuali per soldi oppure per protezione – di un funzionario, una “guida”, o addirittura di un compagno di viaggio -; si sono conosciute le innumerevoli forma di sfruttamento, estorsione, tortura ed assassinio di migranti; le strategie sempre nuove che questi hanno messo in campo per prevenire aggressioni ed estorsioni o per minimizzarne le conseguenze; si è conosciuta la bestia, il treno che mutila ed uccide
  10. Turati, Marcela (2023). San Fernando. Última parada. Viaje al crimen autorizado en Tamaulipas. Random House Mondadori. Pág. 41
  11. Ibidem, pág. 45
  12. Citazione del libro Los Zetas Inc., de Guadalupe Correa-Cabrera (Temas de Hoy, 2018)
  13. Per la sua grande diversità geografica, climatica, biologica e culturale, la regione mesoamericana è considerata uno dei luoghi di megadiversidad del mondo. Il Corridoio Biologico Mesoamericano, strategia regionale per lo sviluppo sostenibile, si estende dal Darién a Panama’, fino alla selva Maya nel sud del Messico. (BIODIVERSITAS – bimestral de la comisión nacional para elconocimiento y uso de la biodiversidad, añ o 7 núm. Marzo 2003. Cardenal, Lorenzo, et al. (agosto 2004) Ayudando a salvar un puente de vida en las Américas. Período 2000-2003. Establecimiento de un programa para la consolidación del CBM. Sistema de Integración Centroamericana, SICA
  14. In Guatemala la Unión Revolucionaria Nacional Guatemalteca, URNG, nel Salvador il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, FMNL, in Nicaragua il Frente Sandinista de Liberación Nacional, FSLN che, con la vittoria del 1979, dette vita ad un governo rivoluzionario. Negli anni ’80 gli Stati Uniti sono responsabili di invasioni come nel caso di Grenada e Panamà, della politica di terra bruciata in Guatemala, di quantità stratosferiche di aiuti militari, specialmente al Salvador, della guerra di aggressione contro la Nicaragua sandinista
  15. Nel 1981 gli Stati Uniti hanno stabilito una base militare aerea a Soto Cano, conosciuta popolarmente come Palmerola, nel departamento di Comayagua. Qui ha operato la missione militare “Forze speciali Congiunte Bravo” del Comando Sud del Ministero della Difesa degli Stati Uniti. Per questa situazione, negli anni ’80 l’Honduras era definito colloquialmente una “portaerei gringa”, che facilitava l’intervento militare nella regione
  16. San Fernando: última parada. Viaje al crimen autorizado en Tamaulipas – Marcela Turati, adondevanlosdesaparecidos.org (settembre 203)
  17. Ibidem, pag. 104
  18. Catena di minisupermercati aperti le 24 ore
  19. Op. Cit., pag. 112, pag. 109
  20. May-ek Querales Mendoza (enero de 2024). A dónde van los desaparecidos. Ser Joven y Migrante: vidas que importan. L’autrice fa parte del Gruppo di Ricerca in Antropologia Sociale e Forense, GIASF per le sue iniziali in spagnolo, e osserva che la persecuzione contro i giovani è iniziata negli anni ’60, con la repressione dei movimenti giovanili e studenteschi, le stragi del 1968 e del 1971, fino alle “guerra ai narcos” del presidente Calderón
  21. Il 28 giugno 2009, dopo un periodo di forte crisi politica che aveva visto schierarsi uno contro l’altro il presidente della repubblica, Manuel Zelaya, e altri poteri dello stato, un commando dell’esercito sequestrò il presidente e lo portò all’aeroporto per mandarlo in esilio in Costa Rica. Il governo provvisorio non è stato riconosciuto dalla maggioranza dei paesi latinoamericani e organismi internazionali. La normalità democratica è stata ripristinata con le elezioni del 27 gennaio 2022, vinte da Xiomara Castro, la moglie di Zelaya e attuale presidenta dell’Honduras

Mara Girardi

Dal 1985 vivo in Mesoamerica, in Nicaragua ed in Messico.
Ho studiato filosofia in Italia e un master in studi di genere in Nicaragua.
Socia ed operatrice di ONG di solidarietà e cooperazione internazionale, le ultime esperienze sono state con i movimenti femministi dei paesi centroamericani e poi con i movimenti indigeni in educazione interculturale e plurilingue. Dal 2006 ho lavorato a temi legati alla mobilità umana, come diritti, violenza, genere e migrazioni.