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Protezione speciale post decreto Cutro in favore di un richiedente tunisino: richiamati gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato italiano

Tribunale di Lecce, decreto del 16 maggio 2024

Ph: Giovanna Dimitolo

Il Tribunale di Lecce in un’articolata decisione riconosce in favore di un cittadino tunisino la protezione speciale post Dl. n. 20/2023 convertito nella legge n. 50/2023 (cd. Decreto Cutro).

La Commissione territoriale di Bari aveva rigettato per manifesta infondatezza il 19/05/2023, con notifica il 11/10/2023, la domanda di protezione internazionale formalizzata dal ricorrente in data 26/04/2023.

Secondo il Tribunale di Lecce: “Con l’entrata in vigore del cd “Decreto Cutro”, D.L. n. 20/2023, convertito nella L. n. 50/2023, applicabile a tutte le istanze di protezione internazionale presentate a far data dall’11.03.2023, sono state apportate rilevanti modifiche alla disciplina della protezione speciale.

Benché, nella sua formulazione attuale, la previsione dell’art. 19, co. 1.1, non specifichi più “l’autonoma e diretta rilevanza che assume la tutela della vita privata e familiare in attuazione dell’art. 8 CEDU e le modalità di valutazione della ricorrenza di questo parametro […]” (Cass., sez. I, n. 8400/2023), essa nondimeno richiama espressamente gli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano il cui rispetto è fatto salvo dall’art. 5, co. 6, d. lgs. n. 286/1998, nella formulazione successiva al D.L. 130/2020 che il D.L. 20/2023 ha lasciato inalterata.

Al riguardo, va rilevato che il richiamo agli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato italiano ancor oggi operato dall’art. 19, co. 1.1, tramite rinvio all’art. 5, co. 6 d. lgs. n. 286/1998, attribuisce autonoma e diretta rilevanza nell’attuazione del divieto di respingimento ed espulsione, anche al diritto alla tutela della vita privata e familiare, per effetto dell’art. 2 Cost. e, per il tramite dell’art. 117, co. 1 Cost., dell’art. 8 CEDU. In altri termini, anche alla luce della giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, devono essere comunque valutati indici quali la natura e l’effettività dei vincoli familiari dell’interessato, il suo effettivo inserimento sociale in Italia, la durata del suo soggiorno nel territorio nazionale, nonché l’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo paese d’origine.

Fatta questa premessa il tribunale ha dunque esaminato la domanda del ricorrente alla luce di questi elementi. “Nel caso di specie, il ricorrente, giunto in Italia in data 2/11/2022, ha iniziato un discreto percorso di integrazione depositando diversi attestati formativi professionalizzanti (cfr. doc in atti). Egli, altresì, risulta assunto con contratto a tempo indeterminato a far data dal 12/12/2023 con la qualifica di addetto alla preparazione di cibi (cfr. modello Unilav e busta paga in atti) nel settore della ristorazione senza somministrazione.

Deve quindi ritenersi che egli stia compiendo un apprezzabile sforzo di inserimento nella realtà locale e che, verosimilmente, il suo percorso di integrazione potrà trovare ulteriore sviluppo, considerata la generale e crescente difficoltà di reperire un’attività lavorativa, a causa della notoria situazione di crisi socio – economica odierna che coinvolge l’intero Paese.

Tale circostanza permette, inoltre, una valutazione prognostica positiva circa l’inserimento del ricorrente nel mondo del lavoro. Al contrario, qualora egli dovesse rientrare in Tunisia, si troverebbe in un contesto privo di punti di riferimento, avendo difficoltà oggettiva a reinserirsi da un punto di vista socio-lavorativo e vanificando gli sforzi volti all’integrazione e alla costruzione di una certa prospettiva di vita sul territorio italiano.

Valutata la situazione del richiedente alla stregua del Paese di origine in comparazione alla situazione personale che egli viveva prima della partenza si rileva quindi quella “effettiva ed incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono il presupposto indispensabile di una vita dignitosa (art.2 Cost.)” richiesta da Cass. 4455/2018, unitamente al buon comportamento tenuto sul territorio nazionale in base alle risultanze in atti (non risultano precedenti penali né di polizia a suo carico), si ritengono sussistenti allo stato gravi motivi umanitari che impediscono il ritorno del richiedente nel Paese di origine. Va ribadito, altresì, che non sono emerse “ragioni di sicurezza nazionale, ovvero di ordine e sicurezza pubblica”.

Egli ha pertanto diritto ad ottenere il permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi degli artt. 19 comma1.e 1.1, 5 comma 6 del D.lgs. n.286/1998 e art. 32 comma ter D.lgs. n. 25/2008″.

Si ringrazia l’Avv. Mariagrazia Stigliano per la segnalazione e il commento.


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