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Sospensiva su procedura accelerata dopo domanda reiterata di asilo: valutati diversi elementi, tra cui la non corretta applicazione

Tribunale di Bologna, decreto del 3 maggio 2024

Ph: Manifestazione "Non sulla nostra pelle" - Roma, 28.04.2023

Il Tribunale di Bologna, in questa interessante decisione, enuclea punti focali della procedura accelerata post DL 20/2023 (cd. Decreto Cutro), ma non solo. Il caso di specie riguarda un richiedente nigeriano che si vedeva negare dalla Commissione Territoriale di Bologna il riconoscimento della protezione internazionale e complementare dichiarando la domanda reiterata inammissibile. Il ricorrente con ricorso tempestivamente depositato il 10.3.2024 impugnava tale provvedimento, formulando istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva dello stesso.

Il Tribunale ritiene “che alla luce della Sentenza n.11399 del 29 aprile 2024 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, deve essere esperito d’ufficio il previo accertamento del rispetto di ogni articolazione della procedura accelerata, per potere valutare se ricorrano o meno i presupposti per una automatica sospensione della efficacia esecutiva del provvedimento impugnato.
Quanto alla fase precedente l’esame della CT dalla indicazione, di rigidità del rito amministrativo ai fini della produzione dell’effetto derogatorio del principio generale della sospensione automatica, si deve trarre la conclusione che tale effetto si produce se anche nella fase antecedente l’esame da parte della CT sia rispettato un iter non più lungo dei termini massimi per la formalizzazione della domanda di protezione, ossia 10 giorni ex art. 26 D.Lgs.n.25/2008, e senza che si sia prodotto “ritardo” nella trasmissione dalla Questura alla Commissione territoriale, che deve avvenire immediatamente il giorno stesso della formalizzazione della domanda, poiché sarebbe privo di qualsiasi consistenza giuridica un irrigidimento rispetto al termine di 5 (o di 9) giorni previsto per l’esame da parte della CT, se l’Amministrazione potesse trasmettere la domanda alla CT anche settimane o mesi dopo la manifestazione di volontà
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(…) in caso di superamento del termine di dieci giorni fra presentazione e formalizzazione della domanda (termine indicato come massimo, per circostanze eccezionali, tanto dall’art.6 Direttiva 32/2013, che dal D.Lgs. n. 25/2008) vi sia sospensione automatica della efficacia esecutiva del provvedimento impugnato; come detto, questa verifica è preclusa.

Nella fattispecie non è dato sapere quando la Questura abbia trasmesso la domanda del 23.1.2024 alla CT, ma il diniego interveniva in data 12.2.2024 (dopo venti giorni), dunque comunque oltre i termini di legge, dovendo in ogni caso la Questura trasmettere immediatamente la domanda come formalizzata e dovendo la CT decidere entro 5 giorni ex art.28 bis D.Lgs.n.25/2008; inoltre, nel provvedimento di diniego della CT non si dà conto dell’esito dell’esame preliminare del Presidente ex art. 29, comma 1 bis, D. Lgs.n.25/2008, e non risulta che sia stata data previa tempestiva comunicazione al ricorrente della decisione del Presidente della Commissione Territoriale all’esito del suo esame preliminare ex art.28 D. Lgs. n.25/2008, altra articolazione indispensabile che fa parte della procedura accelerata, in mancanza della quale vi è sospensione automatica della efficacia esecutiva del provvedimento impugnato secondo i dettami di Cass. SSUU n.11399/2024; deve quindi essere accertata la sospensione ex lege della efficacia esecutiva del provvedimento impugnato non essendo stata rispettata la procedura accelerata.

Nella fattispecie ricorrerebbero ulteriori gravi e circostanziate ragioni ex art.35 bis, comma 4, D.Lgs. n. 25/2008 per la sospensione del provvedimento impugnato:
il ricorrente depositava domanda reiterata in data 23.1.2024 basando la richiesta sulla necessità di non essere allontanato dalla moglie (anch’essa richiedente asilo), dal figlio minore e dal figlio minore della moglie; e in sede di ricorso si chiede che il Tribunale esamini la situazione della Nigeria e quella del ricorrente in Italia ai fini del rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale, valutando la sua situazione familiare e personale; il ricorrente lasciava il suo Paese in data 19.6.2016 e faceva ingresso in Italia in data 14.11.2016, vi rimaneva per tre anni per farvi poi ritorno un anno fa, ed è quindi presente sul nostro territorio da quattro anni; dalla documentazione prodotta risulta che il ricorrente vive in autonomia, ha studiato la lingua italiana conseguendo il livello di conoscenza A1, convive con la moglie richiedente asilo e i figli minori ed è incensurato come risulta dalla certificazione penale versata in atti; il ricorrente nel 2017 si era iscritto al centro per l’impiego, ma in Italia lavorava poco, avendo anche trascorso 4 anni in Germania; la durata della presenza del ricorrente sul territorio nazionale, la presenza della sua famiglia con moglie e due figli minori, l’autonomia abitativa e il lavoro probabilmente non regolare svolto (visto che i certificati penali sono puliti) sono tali per cui può ritenersi sussistente un diritto alla tutela della vita privata della richiedente ex art.19 TUI e art.8 CEDU.

Quanto al periculum in mora, poi, è evidente che l’esecuzione di un eventuale provvedimento di espulsione con rimpatrio forzato disperderebbe ogni sforzo di integrazione compiuto fino ad ora dal ricorrente sul territorio nazionale (essendo egli incensurato), e lo allontanerebbe dalla sua famiglia, mentre manca dal suo Paese da ormai più di sette anni e mezzo; per tali motivi si ritiene sussisterebbero «gravi e circostanziate ragioni» (art. 35 – bis cit., comma 4) per la sospensione del provvedimento impugnato, e le medesime osservazioni comprovano il grave pregiudizio che deriverebbe al ricorrente dall’eventuale esecuzione del provvedimento impugnato; accertata la sospensione automatica ex lege della efficacia esecutiva del provvedimento impugnato”.

Si ringrazia l’avv. Mariagrazia Stigliano per la segnalazione e il commento.