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Status di rifugiata a cittadina cinese vittima di persecuzione religiosa per la sua appartenenza ad una delle chiese cristiane

Tribunale di Milano, decreto del 19 febbraio 2024

Foto di Suzy Hazelwood - Pexels

Sono stati necessari quasi cinque anni di attesa, ma alla fine il Tribunale di Milano ha riconosciuto lo status di rifugiata ad una cittadina cinese dichiaratasi vittima di persecuzione religiosa per la sua appartenenza ad una delle chiese cristiane che si riuniscono in clandestinità perché osteggiate dal regime, e per questo chiamate “chiese domestiche”. Si tratta della chiesa di Zao Hui, che la propaganda di stato definisce in toni spregiativi “la chiesa degli urlatori”.

Il racconto della ricorrente offre uno spaccato impressionante del clima di delazione e di controllo sociale in cui vivono i cittadini cinesi, e il Tribunale, nel riconoscerne l’attendibilità, valorizza la coerenza interna e riafferma una volta di più l’importanza di un serio esame delle fonti COI.

Anche il comportamento tenuto in Italia dalla ricorrente viene esaminato e valorizzato dai giudici meneghini come elemento di conferma della veridicità del racconto.

La motivazione da infatti rilievo al percorso di fede e di servizio compiuto all’interno della sezione trevigiana della Comunità di Sant’Egidio, e anche il mancato inserimento nella pur numerosa comunità cinese locale viene considerato coerente con le pregresse vicende di delazione delle quali era rimasta vittima in patria:

Convincenti, ritiene il Collegio, le osservazioni del difensore relativamente alla mancanza di una regolare attività lavorativa, che centra la ragione per cui la ricorrente ha stretto ‘….non stringere rapporti significativi con la comunità cinese trevigiana, presso la quale avrebbe probabilmente potuto trovare anche occasioni di lavoro, alto essendo il timore di imbattersi in qualche informatore. …’“.

Il provvedimento si distingue infine per l’accurata disamina di quali siano gli elementi costitutivi della persecuzione religiosa, che si risolve anche nella compressione della libertà di pensiero e di coscienza, e rileva che in Cina i culti non autorizzati sono considerati alla stregua di gruppi eversivi, il che implica, in parallelo con la persecuzione religiosa, anche un pericolo di persecuzione per motivi politici.

Alla luce di quanto appena evidenziato, rileva come l’affiliazione della sig.ra ad un gruppo considerato un culto xie jiao, possa essere visto dalle autorità cinesi come un’azione di natura politica. Pertanto, ella, in caso di rimpatrio, potrebbe essere oggetto di persecuzione non solamente per motivi religiosi, ma anche per un’opinione politica che gli viene attribuita dallo Stato cinese, il quale vede nella sua fede religiosa un atto di sovversione alle sue leggi”.

Si ringrazia l’Avv. Francesco Tartini per la segnalazione e il commento.


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