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Una nuova minaccia allo stato di diritto. No al nuovo “ddl sicurezza”

Antigone e ASGI: «Non è sicurezza ma disumanità, documento inemendabile»

Photo credit: Giovanna Dimitolo (Milano, 31 luglio 2020)

Il nuovo ddl sicurezza del governo – ossia il Disegno di legge n. 1660/C recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario” – era fermo da mesi alla Camera, ma ora, a ridosso delle elezioni, la maggioranza sembra voler dare un’accelerata a questa norma-manifesto che negli ultimi giorni sta raccogliendo nuovi emendamenti repressivi e nel contempo ricevendo numerose critiche anche nella audizioni.

Il 17 maggio è stata la volta dell’audizione del presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, che ha presentato il documento redatto con ASGI ai parlamentari delle Commissione Giustizia e Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

«È con misure di welfare comunale e di dialogo sociale, non criminalizzando le persone che un Governo dovrebbe agire di fronte a comportamenti che affondano le proprie radici nella disuguaglianza sociale ed economica», è in sintesi il giudizio delle organizzazioni.

«Il testo in discussione in Parlamento presenta un evidente contrasto con troppi principi costituzionali che reggono il nostro ordinamento giuridico, in particolare nel campo del diritto penale, del diritto dell’immigrazione e del diritto penitenziario. Se questo provvedimento diverrà legge segnerà una deriva del sistema democratico verso un modello autoritario e repressivo nelle nostre comunità colpendo anche con intenti discriminatori, diverse situazioni di marginalità sociale», si legge nel documento.

«Le nuove disposizioni che il Governo vorrebbe introdurre appaiono, infatti, impostate ad una logica repressiva, securitaria e concentrazionaria: la sicurezza è declinata solo in termini di proibizioni e punizioni, ignorando che è prima di tutto sicurezza sociale, lavorativa, umana e dovrebbe essere finalizzata all’uguaglianza delle persone. Il disegno di legge del Governo strumentalizza, invece, le paure delle persone e contravviene ai doveri di solidarietà di cui all’articolo 2 della Costituzione» proseguono le associazioni ASGI e Antigone.

Diverse le norme contestate: «Viene infatti cancellata la possibilità di rinvio della pena per le donne in stato di gravidanza, norma dall’evidente contenuto simbolico, finalizzata a reprimere un particolare gruppo sociale, connotato sul piano culturale, ossia le donne rom».

Inoltre il nuovo reato di rivolta carceraria equiparerà le proteste violente con quelle non violente. «Se qualcuno si opporrà in maniera pacifica agli ordini in partiti in un carcere o in un centro di accoglienza o un centro di permanenza per il rimpatrio (CPR), ad esempio rifiutandosi di rientrare in una cella sovraffollata, potrà subire una pena che può arrivare fino ad 8 anni di reclusione, con anche la previsione del 4-bis, un regime particolarmente severo di cancellazione dei benefici penitenziari, pensato inizialmente per i reati di terrorismo e criminalità organizzata. In tal senso si rischia di stravolgere il modello penitenziario repubblicano e costituzionale, ricollegandosi al regolamento fascista del 1931. Nella logica repressiva delle lotte sociali che caratterizza il disegno di legge, alla polizia e più in generale all’autorità di pubblica sicurezza viene riconosciuto un privilegio, in ragione del ruolo che essi svolgono, in quanto rappresentanti dell’autorità costituita nella “pubblica piazza”, privilegio che di fatto si trasforma sul piano giuridico in una vera e propria immunità funzionale che, ancora una volta, determina una criminalizzazione dei manifestanti. Una lesione loro inferta vale di più di quella provocata dalla polizia».

«Infine, con il disegno di legge, si favorisce la proliferazione delle armi nelle strade e, più in generale, nei luoghi pubblici, consentendo a circa 300 mila persone appartenenti alle forze dell’ordine di usare un’altra arma, diversa da quella di servizio, mettendo a rischio la sicurezza delle persone, in una deriva del modello securitario che tenderebbe così ad assomigliare sempre più a quello statunitense. Più armi ci sono per le strade, più morti ammazzati ci saranno».

Anche il presidente dell’Unione camere penali, Francesco Petrelli – riporta Osservatorio Repressione – «nella sua audizione ha demolito il ddl: pene altissime, nuovi reati, criminalizzazione del dissenso e del disagio sociale, fattispecie evanescenti e dubbi di incostituzionalità. Su tutto c’è qualcosa che i penalisti non possono accettare: la possibilità di mandare in carcere le donne incinte. Un passo indietro persino rispetto al vituperato codice Rocco che “dovrebbe essere il parametro di un codice autoritario. Ma ora si fa peggio e a noi garantisti ci ripugna”, dice Petrelli a La Stampa. “Gli istituti a custodia attenuata per detenute madri sono appena 5 in tutta Italia. Finirà che le donne in attesa di partorire andranno in carceri normali e sfido chiunque a dire che è accettabile che una donna con un neonato o una puerpera possa stare in una cella dove le condizioni igieniche fanno pena, senza assistenza psicologica, in realtà sovraffollate. Non è da Stato di diritto”».

Antigone e ASGI esprimono la loro grande preoccupazione per gli effetti di questo provvedimento sul nostro ordinamento giuridico e per la deriva di natura autoritaria ed estremamente pericolosa che segnerà sui diritti dei cittadini e di determinate categorie di persone, specie le più marginali.