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Serbia – No Name Kitchen denuncia violenza e abusi di potere

L’ultimo report svela il coinvolgimento dell’UE e dell’UNHCR nella violazione dei diritti umani all’interno dei campi profughi serbi

Ph: No Name Kitchen, campo di Subotica

Di Sofia Fanfani.

Mercoledì 22 maggio No Name Kitchen ha pubblicato “Watch the camp: countermapping architectures of violence in Serbia”1, un report di denuncia in cui vengono messe in luce le inaccettabili condizioni di vita all’interno di sei campi profughi serbi 2. Il progetto è il risultato di tre mesi di monitoraggio, da settembre a dicembre 2023. Tra servizi negati, violenti sgomberi e abusi di potere, le autrici svelano la corresponsabilità dell’UE e dell’UNHCR nella violazione dei diritti umani all’interno dei campi profughi serbi nel contesto dell’operazione speciale di polizia.

Joint Action Against People Smuggling

Come si evince dal report, il mese di ottobre 2023 ha segnato una svolta importante rispetto alle politiche migratorie portate avanti dal governo serbo. Il 27 ottobre infatti, dopo una sparatoria avvenuta nei dintorni di Subotica tra gang di trafficanti di esseri umani, i governi serbo e ungherese hanno avviato la Joint Action Against People Smuggling, un’operazione congiunta volta a combattere la criminalità organizzata e che, in pratica, ha portato al dispiegamento di un ingente numero di forze armate e alla totale militarizzazione del confine tra i due stati. L’operazione di polizia si è tradotta nella completa chiusura del passaggio della rotta balcanica attraverso il confine serbo-ungherese e all’intrappolamento di migliaia di persone al confine.

I campi profughi situati nel nord del paese sono andati incontro a sovraffollamenti portando all’aggravarsi delle già discutibili condizioni di vita all’interno di tali strutture. Una delle testimonianze collezionate nel report afferma:

The situation is really bad. Everything is difficult here. The cold is so aggressive. We come from Turkey with summer clothes. So we cannot stand the cold now. We don’t have money to pay for winter clothes such as jackets, shoes, socks and gloves. The food is horrible inside. Plus, we cannot eat it because we are Muslims. All we want is to let us continue our road to Europe to be in peace 3“.

Per risolvere la grave situazione il governo ha deciso di svuotare gradualmente i campi profughi situati nelle vicinanze del confine ungherese. All’interno del report viene offerta una mappatura degli sgomberi avvenuti durante l’operazione di polizia attraverso le testimonianze delle persone in movimento e i fatti osservati dalle attiviste di NNK. Le autrici denunciano la violenza degli sgomberi, gli abusi di potere da parte di autorità serbe ed europee, le condizioni degradanti e di sovraffollamento dei campi di transito e accoglienza trattando temi come l’esperienza psicofisica del campo e la necropolitica legata al campo.

Il campo come architettura di controllo e contenimento per la gestione di una popolazione indesiderata

Nel quadro dell’operazione di polizia si evince come il campo costituisca un’architettura di controllo e contenimento di una popolazione indesiderata. Partendo dal contesto serbo, il report presenta un’analisi sull’utilizzo di tale struttura come strumento carcerario che riflette le intenzioni di politiche migratorie sempre più razziste a livello nazionale, europeo e globale. Le autrici affermano:

Camps seem in fact to be shifting from a temporary response to address a perceived ‘crisis’, to the very end goal of migration management in Serbia – disrupting, containing, and preventing the movement of people towards the EU 4”.

Il nuovo accordo Europeo sancito dal New Migration Pact e la stretta securitaria dei campi in Serbia indicano infatti un ulteriore allineamento della Serbia con l’Unione Europea al fine di trattenere le persone in territori extra-UE esternalizzando ulteriormente le responsabilità in ambito migratorio. Questa svolta politica si inquadra nel contesto del border-industrial complex, un concetto che descrive l’intricato sistema di collaborazioni tra interesse pubblico e privato che trae profitto dal business del migration-management.

In ultima analisi, il report cerca di collegare gli eventi testimoniati in Serbia durante l’operazione di polizia a strutture globali di razzializzazione e oppressione sistemica. L’incertezza spaziale e temporale prodotta dalla militarizzazione del nord del paese, la chiusura della rotta balcanica attraverso l’Ungheria e i violenti sgomberi dei campi profughi serbi hanno condizionato in modo preoccupante la vita di migliaia di persone in movimento. I campi profughi hanno favorito la capacità del governo serbo di controllare e contenere migliaia di persone. In questo senso i campi in Serbia sono un esempio importante di come tali strutture funzionano come architetture biopolitiche volte a limitare la vita delle persone e il loro diritto di migrare.

  1. Scarica il rapporto completo.
  2. I campi sono: i centri di accoglienza/transito di Subotica, Sombor, Šid Stanica, Adasevci, Principovac e il centro per richiedenti asilo di Krnjaca.
  3. La situazione è davvero brutta. Qui è tutto difficile. Il freddo è così aggressivo. Veniamo dalla Turchia con vestiti estivi. Ora non possiamo sopportare il freddo. Non abbiamo soldi per pagare i vestiti invernali come giacche, scarpe, calze e guanti. Il cibo è orribile all’interno. Inoltre, non possiamo mangiarlo perché siamo musulmani. Vogliamo solo che ci lascino continuare la nostra strada verso l’Europa per stare in pace.
  4. I campi sembrano infatti passare da una risposta temporanea per affrontare una ‘crisi’ percepita fino all’obiettivo finale della gestione della migrazione in Serbia, ossia interrompere, contenere e impedire il movimento di persone verso l’UE