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“Vite Ferme. Storie di migranti in attesa”. Intervista a Paolo Boccagni

«A forza di tagli non si fa un dispetto agli altri, ma si peggiorano le condizioni per tutti»

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Di Gaia Facchini 1.

“Vite Ferme. Storie di migranti in attesa” (il Mulino) è l’ultimo libro di Paolo Boccagni, professore di sociologia all’Università di Trento 2.  Frutto di una ricerca etnografica condotta tra il 2018 e il 2022 in un centro di accoglienza, questo libro ci trascina nel cuore della vita quotidiana di un mondo spesso nascosto e invisibile.

Boccagni ci porta a conoscere da vicino i vari protagonisti della struttura, dalle persone accolte, agli operatori/trici, ai volontari/e, fino al portinaio, offrendoci uno sguardo unico e profondo su (questi) micromondi di attese e speranze.  

 Cosa l’ha spinta a scegliere un centro di accoglienza come oggetto della sua ricerca?   

Ho scelto un centro di accoglienza in parte per motivi pratici, perché ho avuto l’opportunità e il privilegio di avervi accesso e di mantenerlo nel tempo, grazie alla disponibilità delle organizzazioni che lo gestivano. L’ho scelto perché è un luogo preciso in cui un fenomeno globale, di rilevanza politica, sociale e culturale, come le migrazioni, si ancora a un territorio e contesto particolare, diventando sostanzialmente invisibile. Si sa che c’è, ma, per motivi di sostenibilità politica e di consenso, deve restare meno visibile possibile per essere accettato. La conseguenza è che se ne sa molto poco. 

Quali erano i principali obiettivi che si prefiggeva di raggiungere e quali le principali conclusioni emerse?  

I principali obiettivi erano quelli di conoscere meglio la quotidianità delle persone e capire se e come un’infrastruttura fisica, che ha il mandato di proteggere la gente, o perlomeno di darle un posto letto, può essere anche uno spazio che dà un senso di ospitalità, accettazione e inclusione. Ho osservato molte cose legate al contrasto tra la percezione iniziale di un luogo vuoto, in cui le persone si sentono senza nulla da fare, spesso demotivate perché costrette a restare lì per mancanza di alternative, faticando a vedere progetti di vita per il futuro, e la realtà per cui la vita della gente continua, con tutte le fatiche, sofferenze e contraddizioni del caso. Ci sono modi di stare al mondo, di adattarsi, di consumare il tempo in modo che non sia un tempo sprecato e basta.   

Com’è vissuta e percepita l’accoglienza, l’essere accolti lì nel Centro, da chi ci vive?  

Comincerei ad affrontare questa domanda dal versante opposto e complementare: come è percepita l’accoglienza nel senso comune, nell’esperienza del cittadino medio, di chi abita qui? È percepita in termini giuridicamente, tecnicamente non appropriati. In senso giuridico, l’accoglienza è un diritto. Non è qualche cosa che si fa perché si è buoni, perché si vuole bene agli immigrati, ma è il meccanismo istituzionale di risposta al riconoscimento del diritto a presentare domanda di asilo. Nel registro di senso comune questa cosa passa poco, spesso si vuole anche far passare poco, ed è percepita come una benevolenza per la quale i destinatari dovrebbero essere grati e stare zitti e basta.   

Dal lato delle persone che ci abitano la situazione è complessa. C’è la consapevolezza dell’opportunità che per un po’ di tempo hai un posto letto, un tetto sopra la testa, uno spazio-tempo tuo che non sai bene quanto dura, in cui comunque potresti fare qualcosa. Un atteggiamento che cambia con il tempo. Chiunque si trova sufficientemente bene in un centro di accoglienza se lo vede come una transizione, come un trampolino di lancio che dovrebbe portare verso qualcosa che si chiama lavoro, permesso di soggiorno, abitare autonomo e così via. La maggior parte delle volte ci si rende conto che non è così, che i tempi sono molto più lunghi, i meccanismi burocratici molto più opachi e faticosi, e che è difficile accedere al mercato del lavoro. Questo senso di demotivazione e insoddisfazione tende a trasformarsi in disincanto.  

C’è anche una questione quasi esistenziale che si fatica a capire. Tante persone che ho incontrato mi raccontano “Se sono vivo è grazie all’Italia. È grazie al salvataggio in mare che sono arrivato qui. Ma come è possibile che questo stesso paese che mi ha salvato la vita, adesso mi lascia qui, non mi dice più niente, non mi fa più sapere?”. C’è come un non-senso tra quello che è successo prima e quello che succede dopo.  

La posizione del Centro lo rende isolato e nascosto dalla comunità. Come questo isolamento e separazione sono vissuti dalle persone che ci abitano, dagli operatori e dalla comunità locale?             

La separazione è molto ambigua perché è intesa istituzionalmente a rendere questo luogo nascosto. L’isolamento potrebbe anche essere letto in positivo, come un meccanismo per de-eccezionalizzare, per non far passare il migrante di turno come il fenomeno da baraccone. Queste persone, con la loro storia, hanno uno spazio protetto, hanno diritto, come tutti, a una loro privacy. Quello che succede, in pratica, è che tutti sanno che questo posto c’è…. ma che non conta.  

Nei periodi in cui c’è maggiore investimento da parte delle politiche dei servizi, per cui l’ente gestore può permettersi di fare un lavoro con l’esterno, si cerca anche di fare lavoro di quartiere, di creare momenti di partecipazione e spazi di scambio.   

Nella maggior parte del tempo però si va avanti con indifferenza reciproca. Le persone che sono più estroverse, più capaci di mettersi in discussione, si fanno la loro vita a prescindere dal fatto che il centro stia in un determinato quartiere. Per quelli più fragili, che fanno già più fatica con la lingua, per carattere, per minori risorse, invece, il fatto che il centro sia isolato (e lo diventi sempre di più per i tagli nelle politiche pubbliche) fa una differenza in negativo, perché vuol dire che rischi di più di starci chiuso dentro per anni. E ciò vuol dire essere isolato, avere meno capitale sociale da spendere per quando si uscirà fuori, perché prima o dopo arriverà il giorno in cui bisogna andarsene.   

Dal libro emerge un aspetto fondamentale della vita nel Centro, ovvero l’affermazione della propria presenza e identità in un contesto collettivo e condiviso (anche la propria stanza). Come incide il vivere nel Centro sul controllo del corpo, dell’intimità e dello spazio privato di ciascuno?  

Vivere nel centro, e in qualsiasi struttura di accoglienza su ampia scala (in questo caso per maschi adulti soli), vuol dire non avere spazi di intimità, per la vita sentimentale, affettiva o sessuale. Vuol dire avere uno spazio per sé, ma limitato. Tipicamente questo ha a che fare con la stanza in cui stai, con il posto letto, anche se è sempre un luogo in cui ogni operatore ha diritto ad entrare per questioni di ordine, pulizia, disciplina. Ed è comunque un luogo in cui sei con qualcun altro, con il tuo vicino di stanza. Il principale spazio per te soltanto è quello del cellulare, lo spazio online che ti costruisci su Internet, sui social media.   

Il corpo è la principale risorsa che hai, è l’unica scala di spazio su cui puoi completamente decidere tu. Quello che puoi fare sta nello spazio della tua corporeità e del modo in cui ti prendi cura di te, i vestiti che ti metti, il cibo che compri, i soldi che hai, le attività sportive che fai, la musica che ascolti, le tue preghiere.   

Dopodiché, come per tutti, la differenza la fa quanto si riesce ad allargare il raggio di quello che conta, di quello di cui vale la pena prendersi cura ben al di là del tuo corpo. Qualcuno riesce a farlo, qualcuno fa più fatica.  

Prima ha accennato ai tagli che ci sono stati e anche nel libro più volte viene evidenziato come il Centro abbia subito dei cambiamenti durante i quattro anni in cui lei vi ha svolto la ricerca. Come il Centro, la sua gestione sono cambiati a partire dalla fine del 2018, in particolare con l’introduzione dei decreti sicurezza e l’insediamento della nuova giunta in Trentino?  

La diminuzione dei fondi a disposizione e il ridimensionamento del mandato in capo agli enti gestori di accoglienza si sono tradotti in un intervento di qualità più bassa, quindi molto meno percorsi di accompagnamento socio-relazionale, educativo, psicologico, di orientamento al lavoro, di apprendimento alla lingua e così via. Molta più dipendenza dal fatto che ci siano o meno reti di volontari, supporti esterni al centro. E in parte questo ha fatto la differenza perché, se sei in un rapporto di uno a 70 tra operatore e ospiti non puoi fare evidentemente le cose che faresti in un rapporto di uno a 12.  

Dopodiché, oltre a tutto questo è arrivato il Covid. C’è stato questo effetto indipendente di isolamento importante nella vita della gente.   

Nel caso specifico della provincia di Trento, il taglio degli investimenti pubblici ha penalizzato il possibile effetto volano e l’effetto moltiplicatore dell’accoglienza. Perché investire di più vuol dire anche creare più opportunità per chi lavora nella mediazione, nell’accompagnamento scolastico, nell’orientamento lavorativo e psicologico… Quindi tutto questo valore aggiunto economico che c’era prima è venuto meno.  

È successo allo stesso tempo che l’orientamento deliberato del decisore pubblico è stato quello di concentrare le persone nei grandi centri a discapito dell’accoglienza diffusa, che ha voluto dire arretramento dei percorsi di accoglienza sul territorio che c’erano prima.  

Ad oggi il concentrare il grosso delle presenze a Trento non ha sortito alcun effetto nel peggiorare il clima della convivenza interetnica, ma ha penalizzato le condizioni di chi sta in accoglienza e di chi ci lavora. Dopodiché ci sono segnali che si moltiplicano nel tempo che ci dicono che un orientamento politico intenzionale, sotto, c’è.  

Dalle conclusioni e in base alle esigenze, bisogni e desideri emersi dalla sua ricerca, come pensa che dovrebbe essere progettato e strutturato il sistema di accoglienza in Italia?  

Il dato di fondo è che il taglio di investimento della spesa pubblica nelle politiche di integrazione porta, se va bene e ammesso che sia vero, a un risparmio di spesa immediato nel breve ma non nel medio-lungo periodo, perché banalmente crea più marginalità, povertà e insicurezza di quello che c’era prima. Al di là di questo, l’accoglienza dei richiedenti asilo rimane un’attività complessa, faticosa da gestire, con tante contraddizioni… tra cui l’elevata disuguaglianza tra territori, tra nord e sud, tra città con competenze e operatori specializzati, e città che non li hanno.   

Un maggiore investimento in percorsi di accompagnamento psicosociale, orientamento al mercato del lavoro, sostegno sul territorio non solo risponde all’interesse, alle esigenze o al diritto di alzare la qualità dell’accoglienza, ma anche a un più ampio interesse collettivo: non soltanto creare più posti di lavoro, ma far crescere la competenza professionale di persone, soprattutto giovani, che potrebbero poi spenderle in tanti altri ambiti. Un maggiore investimento di fondi pubblici per iniziative di sostegno psicosociale, linguistico, lavorativo e così via, accanto all’impegno della società civile, è funzionale a rafforzare il capitale umano del territorio.   

A forza di tagli non si fa un dispetto agli altri, ma si peggiorano le condizioni per tutti.  

  1. Dopo una laurea in Studi Internazionali a Milano, ho continuato i miei studi in diritto e politiche migratorie. Sto svolgendo un tirocinio con Melting Pot ODV, affiancando lo sportello di orientamento legale di Libera la Parola a Trento.
  2. Paolo Boccagni insegna Sociologia e Diversità e relazioni interculturali all’Università degli Studi di Trento. Fra i suoi i libri recenti segnaliamo «La lotta per il tempo» (con E. Fravega e D. Giudici, Meltemi, 2023) e «Handbook on Home and Migration» (a cura di, 2023).