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Il governo delle migrazioni: un modello orientato all’inclusione subordinata

Intervista ad Alessandro De Giorgi

15 marzo 2007

Autore di Zero Tolleranza. Strategie e pratiche della società di controllo (2000) e di Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine.

Con lui abbiamo provato ad analizzare l’attuale situazione delle leggi sull’immigrazione e le proposte che il governo ha formulato per il futuro.

Emerge un quadro in cui il leit motiv della sicurezza e il continuo approccio securitario delle politiche di governo dei flussi migratori si estendono alla società intera, come condizioni per esercitare il controllo sulla produzione contemporanea.

D: Quando parliamo di sicurezza emerge sempre, di pari passo, la questione dell’immigrazione. I migranti sono soggetti pienamente inclusi nella produzione metropolitana ma continuamente gettati ai margini. Oggetto di negazioni e anche di strategie complesse e articolate di controllo. Perché tanta attenzione a legare clandestinità e diversità a pericolosità e paura?

R: Credo che la risposta sia in qualche modo già contenuta nella domanda: pienamente inclusi nella produzione metropolitana e (non “ma”) gettati – ma forse direi “contenuti” – ai margini. Penso in altri termini che tra il posizionamento della forza lavoro migrante al cuore della produzione contemporanea – nei suoi elementi di precarietà, insicurezza, ed esposizione alle forme più esplicite di violenza del capitale – e le attuali strategie di contenimento punitivo della mobilità dei migranti, esista una relazione profonda. E d’altra parte il consolidamento di rappresentazioni diffuse dell’immigrazione quale fenomeno essenzialmente criminogeno se non “criminale” – prima conseguenza di politiche proibizioniste come quelle veicolate dalla legge Bossi-Fini – contribuisce a irrigidire ulteriormente le dinamiche di quel contenimento. Insomma, il controllo della mobilità dei migranti si esercita in modo decisivo attraverso politiche selettivamente punitive, legittimate da una retorica della pericolosità che normalizza l’illegalità sino a farne una condizione ontologica.
Aggiungerei solo due punti che mi sembrano decisivi. Da una parte, proprio la produzione giuridica e politica dell’illegalità (esposizione permanente alla clandestinità e dunque alla detenzione e all’espulsione) costituisce un dispositivo formidabile di scomposizione dello statuto di cittadinanza dei migranti: in questo senso il legame tra contratto di lavoro e regolarità del soggiorno – che rappresenta ormai un pilastro del regime di controllo delle migrazioni a livello europeo e non solo – nel rimettere di fatto al capitale la concreta definizione della condizione giuridica dei migranti, si rivela funzionale al loro posizionamento subordinato nelle maglie della produzione contemporanea come anche a un contenimento preventivo dei conflitti sociali che da questa presenza possono derivare. Dall’altra parte, sebbene questi elementi sembrino alludere a un carattere singolare e quindi in qualche modo “eccezionale” della condizione migratoria dal punto di vista del rapporto tra strategie del controllo e geografie della produzione, penso che sia invece necessario non perdere di vista il potenziale espansivo di questo modello di regolazione punitiva.
In definitiva, il rapporto simbiotico tra strategie punitive (di matrice penale o extrapenale) e articolazione del comando sul lavoro non costituisce una peculiarità della società contemporanea – lo vediamo infatti dispiegarsi, in forme diverse, lungo l’intera storia del capitalismo, dall’accumulazione originaria in poi – e soprattutto esso non coincide esclusivamente con l’attuale regime di controllo dei movimenti migratori: al contrario, quel rapporto si estende potenzialmente alla forza lavoro contemporanea nel suo complesso.

D: Viviamo in uno stato permanente di eccezione, uno stato di emergenza che ridefinisce continuamente nuove strategie di controllo. Questo riguarda la guerra, il proibizionismo e soprattutto la mobilità globale. Possiamo dire che se quella della governance è la forma con cui si esprime il comando, lo stato di eccezione permanente è la strategia che consente ai governi di rinnovare continuamente la loro legittimità? La forma del comando è cioè la crisi permanente?

La domanda, certamente non facile, intreccia ambiti disciplinari diversi. Tenterò allora di rispondere a partire dal campo a me più vicino, vale a dire quello di una critica delle strategie di controllo sociale, e più specificamente di un’economia politica delle tecnologie di governo penale della società attualmente emergenti negli Stati Uniti e (in misura diversa) in Europa. Da questo punto di vista, altrove ho cercato di evidenziare i nessi materiali e simbolici che mi sembrano legare l’attuale guerra al terrorismo – sostanzialmente intesa come strategia di neutralizzazione preventiva di una pericolosità prodotta discorsivamente intorno a immagini razzializzate e stigmatizzanti dei “poveri globali” – ad altre “guerre” di lungo corso combattute sul versante metropolitano, ancora una volta soprattutto (ma non solo) negli USA: dalla guerra alla droga e alla criminalità, fino alla guerra all’immigrazione clandestina.
In prima analisi, in tutti questi casi il linguaggio della guerra (che è sempre anche un linguaggio dell’emergenza) agevola la diffusione di pratiche discorsive orientate a disumanizzare i nemici pubblici del momento, si tratti dei “predatori” di strada negli Stati Uniti o dei “clandestini” alle porte dell’Europa, descrivendo in modo speculare appartenenze solcate da una retorica dell’assedio (dalle gated communities americane alla cittadinanza europea) e quindi costitutivamente fondate sull’esclusione di categorie di individui a diverso titolo “indesiderabili”. Da qui l’affermazione periodica della necessità di limitare la mobilità di questi ultimi moltiplicando quei confini che ne permettono un governo a distanza: si tratti degli homeless nelle zone riqualificate delle metropoli tardo-industriali o degli immigrati illegali in Europa.
Al contempo, i referenti principali di queste pratiche discorsive e delle tecnologie punitive e di controllo che esse invocano – dalla detenzione amministrativa alla deportazione, dall’incarcerazione di massa fino a Guantanamo – tendono a sovrapporsi: se nelle retoriche metropolitane dell’insicurezza e della guerra alla criminalità si parla sostanzialmente di poveri urbani marginalizzati e resi eccedenti dalla ristrutturazione capitalistica e da politiche di impronta neoliberista che amplificano le disuguaglianze sociali, nelle retoriche globali della guerra al terrorismo “siamo minacciati da tecnologie catastrofiche nelle mani di pochi scontenti” come recita il National Security Strategy of the United States of America (p. 1) emanato dalla Casa Bianca il 17 settembre 2002. In un caso e nell’altro siamo di fronte ad “effetti collaterali” del neoliberismo che la globalizzazione contemporaneamente proietta al centro delle metropoli occidentali e confina entro le diverse “periferie” del pianeta, svuotando di senso questa distinzione. Penso che la governance sia la forma di gestione ordinaria e “normale” di questi processi e dei molteplici confinamenti che essi implicano a diverse latitutini, mentre la crisi emerge con le sue narrazioni emergenziali quando quei confinamenti vengono in qualche modo “forzati” – dai comportamenti sociali del stessi indesiderabili o dalle istanze politiche dei movimenti.

D: Come dicevamo c’è un continuo intreccio tra pericolo e immigrazione, tra strategie di controllo e governo della mobilità. I Cpt sono stati per i movimenti il simbolo della violenza e della segregazione. Sappiamo che sono però solo le punte di un sistema complesso di governo dei flussi migratori in funzione del mercato del lavoro. Il Cpt sembra essere un dispositivo che si allunga sull’intera società. Non solo la sua proiezione come minaccia, ma anche come modello: ghetti, zone di non- libertà e quartieri degradati. Si parla molto del lavoro della Commissione De Mistura sui Cpt. Leggendo la relazione che ha prodotto verrebbe subito da chiedersi come mai queste strutture ancora esistono. Mentre si parla di svuotamento dei Cpt e nelle città, di svuotamento dei ghetti. Svuotarli potrebbe significare riarticolare nuove e più raffinate strategie di controllo su tutta la società? Cpt per gli irriducibili, detenzione amministrativa, muri, retate, ronde cittadine?

Credo che l’istituzione di un “doppio binario” sia un pericolo concreto rispetto al futuro prossimo dei Cpt. Anzi, forse si tratta di una conseguenza quasi automatica che si determina ogniqualvolta un’istituzione punitiva viene contestata e delegittimata senza che però questa critica coinvolga nel loro insieme le coordinate politiche al cui interno quell’istituzione si colloca. Ma ancora una volta, si tratta di derive che si sono già osservate altrove – per esempio nell’universo carcerario, rispetto al quale negli anni ’80 alcuni sociologi angloamericani parlavano di un processo di bifurcation: pene sempre più dure per lo “zoccolo duro” dei recidivi e percorsi alternativi per i soggetti meno pericolosi. E che altro significa lo svuotamento dei Cpt, se non di fatto il mantenimento di quelle strutture per gestire specifiche popolazioni selezionate sulla base di particolari fattori di rischio? Non c’è nulla di radicale in questo.
Insomma, erano proprio i riformatori penitenziari del diciannovesimo secolo a lamentare la promiscuità e l’ingestibilità delle vecchie case di detenzione, in cui si ammassavano indistintamente vagabondi, prostitute, poveri inabili al lavoro e criminali di lunga carriera. E il carcere moderno non è altro che il frutto di un parziale svuotamento – vale a dire, di una razionalizzazione – di quelle prime istituzioni di internamento.
Un altro pericolo (oltre all’evidente intenzione di preservare e razionalizzare i Cpt) che vedo dietro al compromesso dello svuotamento, è quello di un complessivo allargamento delle maglie del controllo nei confronti dei migranti: con i Cpt ufficialmente “svuotati” (anche se nei fatti si tratterà di un riempimento selettivo) emergerà il problema di come distinguere i migranti che effettivamente dorvranno farvi ingresso perché “irriducibili” e pericolosi, da quelli che invece si potranno gestire “in libertà”. Questo significa moltiplicare i dispositivi di sorveglianza e di prevenzione al di fuori dei Cpt, per esempio moltiplicando “servizi” che di fatto funzionano come strumenti di “filtraggio” delle popolazioni immigrate: ancora una volta, questo è quanto si è verificato in ambito penale, dove le sanzioni “alternative” al carcere non svuotano le prigioni, ma al contrario contribuiscono a selezionarne la popolazione.

D: Quando si parla di immigrazione c’è sempre un gran vociare intorno al termine “integrazione”. Il modello della “mixitè” francese ha già manifestato tutti i suoi limiti, e lo ha fatto nella maniera più “pirotecnica”. Essere inclusi pur rimanendo ai margini, a Padova mentre veniva alzato il muro in via Anelli e intensificate le retate in città, venivano istituiti 3 consiglieri migranti aggiunti in consiglio comunale, senza diritto di voto, e affiancati ai vigili urbani dei facilitatori senegalesi per rapportarsi con gli immigrati. Cosa vuol dire integrazione oggi? Incorporare? Addomesticare? Neutralizzare?

R: Penso di non dire nulla di nuovo nel rispondere intanto che l’opposizione tra inclusione ed esclusione riveste scarsa utilità rispetto a qualsiasi analisi critica delle politiche contemporanee sull’immigrazione, tanto a livello globale quanto nel contesto metropolitano. In diverse occasioni Sandro Mezzadra ha giustamente evidenziato come il paradigma emergente di governo delle migrazioni (a partire dal regime mobile e ibrido dei confini) sia improntato a un modello di “inclusione differenziale”, esito sempre provvisorio di una moltiplicazione delle posizioni giuridiche possibili all’interno di una cittadinanza flessibile qual è quella che si va determinando attualmente, almeno in Europa. La condizione migratoria si muove dunque entro le coordinate dell’inclusione (prima di tutto – ma non solo – nelle reti della produzione), ma al tempo stesso sui margini di un’illegalità continuamente rigenerata da politiche di riconoscimento selettivo – cioè di negazione – dei diritti. E tornando per un attimo a quanto dicevo prima sulla sostanziale ambiguità delle critiche che attualmente vengono mosse ai Cpt da ambienti istituzionali, si può aggiungere che anche in questo caso dietro l’apparente schizofrenia di una politica immigratoria che da una parte offre “rappresentanza” alle istanze di cui sarebbero portatori i migranti (per esempio istituendo i consiglieri comunali) e dall’altra registra come ordinarie le deportazioni in massa e le detenzioni amministrative, è possibile vedere una logica della differenziazione (per esempio tra migranti laboriosi e migranti potenzialmente pericolosi) del tutto coerente con il paradigma attualmente dominante di governo delle migrazioni: un modello orientato all’inclusione subordinata.