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Ostaggi rilasciati e richiedenti asilo detenuti in Libia e Tunisia

di Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo

24 luglio 2007

La “trionfale” conclusione della vicenda delle infermiere bulgare e del medico palestinese, torturati per anni dal governo libico al fine di estorcere le confessioni, vittime di un processo farsa che si era concluso con una sentenza di condanna a morte, e poi rimessi in libertà dopo una trattativa che ha visto in prima linea il Commissario Europeo Frattini, il presidente francese Sarkozy , la moglie di quest’ultimo, e il più alto rappresentante dell’Unione Europea per le relazioni esterne, grazie anche al pagamento di una ingente somma di denaro ai libici, impone alcune riflessioni sulle conseguenze politiche sui rapporti tra la Libia e l’Europa in materia di immigrazione ed asilo.

Si può esprimere soddisfazione per la liberazione delle persone condannate a morte, ed auspicare un avvicinamento della Libia,come degli altri paesi nordafricani, alle grandi democrazie europee. Ma sono sempre più evidenti infatti i rischi che i paesi europei, come l’Italia, piuttosto che imporre alla Libia il rispetto dei diritti fondamentali dei migranti, con particolare riguardo ai richiedenti asilo, alle donne ed ai minori, tutti vittime di abusi quotidiani, nei deserti, ai confini meridionali, e sulle coste del Mediterraneo, abbassino gli attuali standard di garanzie previste anche a livello internazionale per gli immigrati irregolari, per concordare con la Libia, come già avvenuto durante il governo Berlusconi, una collaborazione “più efficace” nella “guerra all’immigrazione clandestina”.

L’obiettivo da raggiungere nei confronti dei migranti rimane sempre lo stesso, ribadito anche dal ministro D’Alema nei suoi viaggi in Libia, realizzare un sistema di pattugliamento congiunto delle acque internazionali al fine di respingere, prima verso le coste libiche, poi verso il sud, verso il deserto, di quei migranti irregolari che sono costretti ad attraversare la Libia per conquistarsi in Europa una speranza di vita. Insomma il “modello Albania” applicato alla Libia, con la “piccola” differenza che dall’Albania ( un fazzoletto di terra rispetto alla Libia) arrivavano in prevalenza albanesi, e che negli anni i fattori di spinta si sono esauriti, con la fine delle guerre balcaniche, mentre dalla Libia arrivano esclusivamente migranti provenienti da altri paesi, dai quali sono costretti a fuggire per le guerre, le persecuzioni etniche, i disastri ambientali.

Adesso che con una grande operazione mediatica le infermiere ed il meduco palestinese sono stati restituiti all’Europa, ad un prezzo politico assai più alto dei milioni di euro versati alla fondazione delle famiglie dei bambini infettati dal virus dell’AIDS, si aprono le porte per una collaborazione più fruttuosa tra l’Europa, l’Italia in particolare, e la Libia di Gheddafi, nelle politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, come se il rilascio di ostaggi potesse equivalere alla assoluzione definitiva dei sequestratori e del sistema politico giudiziario che in questi anni ha utilizzato il processo per ricattare l’Europa. Ma, si sa, nella lotta contro l’immigrazione clandestina, e nel nome dei superiori interessi economici che legano Italia e Libia non si guarda tanto per il sottile, e si dimenticano presto inchieste giornalistiche e i Report del Parlamento Europeo, per non parlare delle denunce di Amnesty ,che hanno puntualmente documentato le violenze alle quali sono sistematicamente soggetti i migranti in Libia alla mercè delle forze di polizia e nella più totale assenza di un controllo giurisdizionale.

E’ noto a tutti, inoltre, che la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra a protezione dei rifugiati, e che detiene attualmente nel carcere di Misurata oltre 440 eritrei che saranno quasi certamente riconsegnati al paese dal quale erano fuggiti, con la conseguenza di uccisioni e torture, anche ai danni di parenti, che abbiamo già visto documentati in passato.

Nel maggio di quest’anno sono state diffuse le conclusioni e le raccomandazioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ( CAT) riguardanti l’Italia. E’ utile ricordare alcuni passaggi di questo rapporto per indicare modifiche nella nostra legislazione e, soprattutto, nelle prassi applicative, che impediscano in futuro che anche l’Italia si avvicini agli standard giudiziari e polizieschi dei paesi del Nord-Africa.

Il Comitato contro la tortura ha espresso preoccupazione “circa certe asserzioni in base alle quali le garanzie legali fondamentali per le persone arrestate dalla polizia, incluso il diritto di accesso alla difesa, non sarebbero rispettate in tutte le situazioni. A tale riguardo il Comitato è preoccupato che la legge n. 155/2005 ( cd. Decreto Pisanu) comprenda una disposizione che estende il periodo ammissibile di privazione della libertà personale da parte della polizia a scopo di identificazione da 12 a 24 ore. In aggiunta, una persona accusata può essere detenuta per cinque giorni su decreto motivato adottato dal giudice delle indagini preliminari prima di essere autorizzata a contattare un avvocato (articoli 2, 13 e 16)”
Il CAT, da non confondere con l’omonimo Comitato del Consiglio d’Europa (CPT), osserva come “lo Stato Parte dovrebbe adottare misure effettive affinché le garanzie legali fondamentali delle persone arrestate dalla polizia siano rispettate. Lo Stato Parte dovrebbe ridurre il periodo massimo di custodia cautelare a seguito di un arresto per un’accusa penale, anche in circostanze eccezionali, a meno degli attuali cinque giorni . Inoltre, lo Stato Parte dovrebbe garantire che le persone in custodia cautelare godano di un effettivo diritto di accesso alla difesa, fin dal primo momento della privazione della loro libertà personale”.

Il Comitato ha espresso “soddisfazione per il nuovo disegno di legge sull’asilo (DDL Camera 2410) che è stato presentato alla Camera dei Deputati il 19 marzo 2007…………………… tuttavia il Comitato è preoccupato che ad alcuni richiedenti asilo possa essere stato negato il diritto di chiedere asilo e di ottenere che la loro richiesta di asilo fosse valutata individualmente secondo una procedura equa e soddisfacente (articoli 2 e 6)”.
Secondo il Comitato “lo Stato Parte dovrebbe adottare misure appropriate per garantire a tutti i richiedenti asilo accesso ad una procedura equa e rapida. In tale ottica il Comitato ricorda l’obbligazione dello Stato Parte di garantire che la situazione di ogni migrante sia esaminata individualmente. Il Comitato raccomanda inoltre che lo Stato Parte proceda con la adozione di una legislazione organica sull’ asilo”.

Il Comitato ha osservato “con preoccupazione che gli individui possono non essere stati messi in grado in alcuni casi di godere della piena protezione riconosciuta dagli articoli della Convenzione che riguardano l’espulsione, il ritorno o il rimpatrio in un altro paese. Il Comitato è particolarmente preoccupato per i casi di espulsioni collettive e forzate dall’isola di Lampedusa verso la Libia di persone non di origine libica (articoli 3 e 16)”.

Il Comitato rileva che “lo Stato Parte dovrebbe assicurare che adempie pienamente al dettato dell’articolo 3 della Convenzione e che gli individui soggetti alla sua giurisdizione ricevono la considerazione appropriata da parte delle autorità competenti e un trattamento equo e garantito a tutti i livelli del procedimento, compresa l’opportunità di una riesame effettivo, indipendente ed imparziale delle decisioni di espulsione, ritorno o rimpatrio.

A tale riguardo lo Stato Parte dovrebbe garantire che le autorità competenti in materia di immigrazione effettuino un esame approfondito, prima di emettere un ordine di espulsione, in tutti i casi riguardanti stranieri che sono entrati o che sono rimasti in Italia irregolarmente, in modo da garantire che la persona in questione non sia soggetta a tortura, trattamento o punizione disumana o degradante nel paese in cui venga rimpatriato”.<>

Il Comitato tra le altre osservazioni si dichiara “particolarmente allarmato dal fatto che l’articolo 3 del “Decreto Pisanu” ha introdotto una nuova procedura di espulsione di migranti regolari e irregolari sospettati di essere coinvolti in attività terroristiche. Tale articolo, secondo lo Stato Parte, rimarrà in vigore fino al 31 dicembre 2007 come misura eccezionale di prevenzione. Il Comitato esprime anche la propria preoccupazione circa la immediata applicazione di tali ordini di espulsione, senza possibilità di riesame giudiziale e teme che questa procedura di espulsione non offra una protezione effettiva di non refoulement. (articoli 2 e 3)

Il Comitato ricorda la natura assoluta del diritto di ogni persona a non essere espulso verso un paese dove può incorrere nella tortura o in maltrattamento e sollecita lo Stato Parte a riconsiderare questa nuova procedura di espulsione. Nel determinare la applicazione dei suoi obblighi di non-refoulement di cui all’articolo 3 della Convenzione, lo Stato Parte dovrebbe esaminare attentamente il merito di ogni caso individuale e assicurare che siano posti in essere adeguati meccanismi giudiziari per il riesame della decisione”.

Al di là delle osservazioni del rapporto emerge come i diritti fondamentali della persona, riconosciuti dalle Convenzioni internazionali possono acquistare una specifica dimensione operativa, in ambito extraterritoriale, e non restare dunque lettera morta.

I paesi del Nord-africa come la Libia e la Tunisia, dove nei giorni scorsi sono “scomparsi” nel nulla i migranti respinti a Sfax, tra cui donne e bambini, dopo il tentativo di dirottamento di un peschereccio tunisino verso Lampedusa, al punto che neppure l’Alto Commissariato per i rifugiati è riuscito ad avere loro notizie dopo lo sbarco in Tunisia, sono comunque soggetti alle regole della Convenzione contro la Tortura delle Nazioni Unite, che hanno sottoscritto.

E’ importante che singoli ed associazioni moltiplichino il lavoro di denuncia rivolgendosi direttamente al Comitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura, per difendere i migranti vittima degli accordi di riammissione e di pattugliamento congiunto, un modo anche per evitare che gli standard giudiziari e polizieschi dei paesi nordafricani vengano accettati come un fatto compiuto dai governi europei. Ancora una volta si tratta di difendere il principio di legalità e lo stato di diritto, basato sulla separazione dei poteri e sul riconoscimento effettivo delle carte costituzionali e del diritto internazionale: ogni giorno, sulla pelle dei migranti, è in gioco la nostra democrazia.