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«Nessuno ci ascolta, dovete aiutarci». Un appello dal CPT di Modena

da La Gazzetta di Modena del 18 ottobre 2007

18 ottobre 2007

Andrea Marini
La telefonata di una ragazza reclusa: «Ora non mangeremo più»

«Non mangeremo più fino a quando non ci staranno a sentire. Vogliamo che il presidente Napolitano ci ascolti. Non siamo qui per aver ammazzato, ma solo perché non abbiamo il permesso di soggiorno. Stare qui dentro è peggio che essere in galera... Aiutateci o finiremo come quel ragazzo».
L’appello arriva dal cuore del Cpt, dal blocco in cui sono ospitate le donne. All’altro capo del telefono una giovane donna straniera, attorniata da un gruppo che suggerisce temi da denunciare.
Hanno chiamato ieri mattina da uno dei telefoni a scheda con i quali i detenuti possono comunicare con l’esterno. Una chiamata di aiuto per far sapere qual è il loro stato d’animo per quanto accaduto e, soprattutto, per quelle che sono le condizioni vivono al Cpt. Edjel - questo il nome della ragazza sudamericana - ci spiega i motivi della protesta che a ieri mattina alle 13 era ancora in atto.
«Non mangeremo più e prenderemo solo acqua fino a quando qualcuno non ci starà a sentire. Quel ragazzo ieri sera è morto qui sotto gli occhi dei poliziotti, loro potevano vedere con le telecamere cosa stava accadendo. Perché non sono intervenuti? Abbiamo deciso di fare casino, di spaccare tutto perché volevamo che voi giornalisti veniste qui per vedere».
Facciamo presente che la stampa non è assolutamente ammessa all’interno del Cpt, per ordini che arrivano dalla Prefettura, tramite il ministero. Una norma che non comprendiamo, ma che dobbiamo rispettare. Comunque siamo pronti ad ascoltare il loro racconto. «Questa notte abbiamo bruciato i materassi, loro ci hanno riempito di acqua e adesso qui è tutto allagato, tutto distrutto. Quello che è successo a quel ragazzo magari domani può accadere a chiunque. E’ inevitabile stando qui dentro tutto il giorno a non fare nulla, veramente nulla da mattino a sera».
E qui Edjel, 27 anni, ci racconta i dubbi e la vita dentro la struttura di via La Marmora. «Tu ci riesci a spiegare come mai, pur sapendo chi siamo e da dove veniamo, ci fanno stare qui per 60 giorni? Se hanno anche i nostri documenti, perché non ci fanno tornare subito nel nostro Paese? Invece ci tengono qui fino al 59esimo giorno... Almeno riducessero il periodo di permanenza da 60 a 30 giorni. Vivere qui dentro è un incubo. Ci trattano male, ci danno da mangiare delle cose non buone. Le giornate qui dentro non passano mai. Abbiamo la televisione, ma se chiediamo di accenderla dobbiamo suonare il campanello e poi ci fanno aspettare un’ora prima di accontentarci».
Chiediamo se per caso non vengono organizzati delle iniziative o dei corsi per tenere impegnate la loro giornata.
«Ma cosa dici? Qui è peggio del carcere, della galera. Là di sicuro li trattano meglio. Non facciamo niente tutto il giorno, non ci danno i giornali. Ci viene la depressione».
Ma tu come mai sei finita al Cpt?
«Io sono boliviana, ho 27 anni. Vivevo a Bergamo dove lavoravo e ho lasciato mio figlio in una parrocchia quando mi hanno portato qui. Mi presero alla stazione durante un controllo. Non avevo il permesso di soggiorno, il poliziotto mi ha detto che mi avrebbe rispedito al mio Paese, invece senza dirmi niente mi ha fatto venire qui dentro. Ormai è un mese che sono qui. Eppure sanno chi sono, ma non mi fanno tornare a casa. Non mi fanno parlare con un avvocato. E l’ho chiesto più volte, anche alle ragazze della Misericordia. Loro mi dicono solo di credere in Dio...».
Ma se lavoravi come mai sei finita al Cpt?
«Perché la mia padrona mi diceva detto che serviva una legge per mettermi in regola... Che non poteva ancora farlo... Prima ero badante, poi sono passata a fare le pulizie in una casa. Ma non avevo il permesso».
Ci puoi spiegare cosa è accaduto ieri notte.
«Ci siamo ribellati, e ora faremo lo sciopero della fame. Non si può morire come quel ragazzo. Ora è capitato a lui, ma potrebbe accadere a chiunque qui dentro. Vi prego scrivete queste cose, fatele sapere: aiutateci».