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Bucano il muro per scappare dal Cpt

Un gruppo di egiziani ha scavato nella parete della camerata con i bulloni dei letti

da Il Piccolo di Trieste del 15 novembre 2007

15 novembre 2007

È cambiata la strategia degli extracomunitari al centro immigrati di Gradisca. Il tentativo di fuga è stato sventato ieri.
I protagonisti si sono dichiarati di nazionalità palestinese per rallentare le operazioni di riconoscimento e l’immediata espulsione.
Il foro aveva ormai una larghezza di 40 centimetri ed era nascosto da un manifesto.

Gradisca - Scavare un buco nel muro per fuggire verso la libertà: a prima vista può sembrare poco originale, eppure l’ultima strategia messa in atto dagli ospiti del Cpt - e sventata ieri mattina - per certi versi è una novità. Per prima cosa gli stranieri trattenuti all’interno del centro di permanenza temporanea hanno cambiato tattica.
Dopo due mesi e mezzo di tentativi frontali che hanno portato a faccia a faccia continui con le forze dell’ordine, ma a un numero davvero limitato di fughe, questa volta per tentare di lasciare la struttura ricavata nell’ex caserma Polonio gli extracomunitari hanno scelto una via «classica». Più intelletto e meno forza, più cervello e meno spettacolo. Abbandonata la poco fruttuosa via di fuga dai tetti e archiviati i tentativi di sfondamento delle vetrate interne del centro, gli immigrati hanno preso ispirazione dai libri, dai film e dalla cronaca. A differenza delle altre «bande del buco» (a Gorizia non è stata ancora dimenticato il foro fatto da uno sloveno che due anni fa è riuscito a evadere dal carcere di via Barzellini), la banda del buco gradiscana ha però fatto di necessità virtù. Non avendo a propria disposizione cucchiai o altri strumenti di metallo utili allo scavo, per aprire un’apertura nella parete ha dovuto ingegnarsi e, così, quei tanto criticati letti imbullonati al terreno presenti al Cpt, sono diventati il loro cavallo di Troia. Per scavare nell’intonaco, prima, e nel mattone, poi, i protagonisti di questa storia hanno utilizzato i bulloni svitati proprio dai letti.
Il lavoro di questi novelli Conti di Montecristo deve essere stato immane e instancabile, anche perché, a differenza degli ergastolani o di chi comunque ha sulle spalle una condanna definitiva, la loro era una corsa contro il tempo.
I dieci protagonisti della vicenda hanno tutti dichiarato d’essere palestinesi: in altre parole, la loro nazionalità è egiziana. Hanno dichiarato di appartenere a uno Stato che da un punto di vista politico-amministrativo non esiste per rendere più lunga la loro identificazione. Lo hanno fatto per rimescolare le carte di un mazzo ordinato. Italia e Egitto hanno infatti buone e strette relazioni diplomatiche e, in materia di clandestini, i rapporti internazionali tra i due Paesi sono chiari e diretti, proprio come i rimpatri. La scorsa settimana molti di loro sono stati imbarcati verso casa e gli ultimi rimasti non vogliono seguire lo stesso destino.
Il numero dei tentativi di fuga messi in atto nell’ex Polonio a partire dallo scorso 30 agosto ha sollevato molto clamore, ma nei fatti a far perdere le proprie tracce sono stati in pochi. Molti dei fuggiaschi sono stati rintracciati nelle ore seguenti all’evasione.
Per nascondere quel buco di quaranta centimetri, gli extracomunitari hanno usato un banale poster, uno di quelli che prima di abbandonare via Udine con un foglio di via, i ragazzi lasciano come «stecca» a chi arriva, come si faceva ai tempi della naia tra commilitoni. Ciò che è paradossale è che se il buco non fosse stato scoperto ieri dagli addetti del centro di permanenza temporanea, gli egiziani avrebbero continuato a scavare fino ad aprire la breccia nel muro, ma quella breccia non li avrebbe portati da nessuna parte, o meglio: li avrebbe condotti nell’ennesimo cul-de-sac. Si sarebbero trovati in un area recintata prospiciente al Centro di prima accoglienza. Per scappare da lì avrebbero quindi dovuto scavalcare un ostacolo in più rispetto al numero di ostacoli che avrebbero dovuto saltare partendo dalla zona in cui sono trattenuti.
Da lì, da quella trappola, proprio come l’abate Faria nel Conte di Montecristo, avrebbero dovuto ingegnarsi per trovare una nuova via di fuga.
Stefano Bizzi