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A Lampedusa ancora immigrati lasciati partire dalla Libia

La politica del ricatto e la difesa dei diritti umani

2 maggio 2008

Negli ultimi giorni di aprile oltre mille migranti, provenienti per la maggior parte dalla Libia, hanno raggiunto l’isola di Lampedusa e diverse centinaia sono sbarcati in Sicilia.
Si registrano anche i primi morti ed alcuni dispersi.

Immediatamente è scattato il piano di trasferimento per decongestionare le strutture di permanenza temporanea di Lampedusa. Un gruppo di 50 immigrati è stato imbarcato sul traghetto di linea per Porto Empedocle, probabilmente verso uno dei centri di detenzione siciliani, altri 200 sono stati trasferiti a Bari, verso altri Cpt, con due voli speciali predisposti dalla Prefettura di Agrigento.

Nel centro lampedusano di contrada Imbriacola, che ha una capienza di circa 600 posti letto, si trovavano alla vigilia del 1 maggio ancora 700 migranti arrivati in questi ultimi giorni.
Proprio in occasione della “festa del lavoro” sono giunti nel porto di Lampedusa 234 ‘clandestini’ intercettati su un barcone di 15 metri a 15 miglia a Sud dell’isola. L’imbarcazione e’ stata scortata da motovedette della Guardia costiera. A bordo 42 donne, tre delle quali incinte, e cinque bambini. Gli extracomunitari sono provenienti da Somalia, Eritrea, Ghana e Nigeria.
Quindi ancora flussi misti, come denunciato da tempo dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite: potenziali richiedenti asilo e migranti economici.
Si arriva anche direttamente sulle coste lampedusane: sono stati scoperti sull’isola dopo lo sbarco, a 200 metri dal porto altre 40 persone, mentre un altro gommone e’ stato avvistato a 26 miglia a Sud dell’isola. Altri migranti sono giunti direttamente sulla costa siciliana nei pressi di Pozzallo, transitando come al solito dalle acque maltesi.

I nuovi massicci arrivi di migranti provenienti dalla Libia – avvenuti pochi giorni dopo le denunce mosse da questo paese nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite relativamente ai bombardamenti israeliani su Gaza; denunce seguite dalla rabbiosa reazione dei rappresentanti diplomatici che, su iniziativa del rappresentante italiano, hanno abbandonato la seduta - non si spiegano soltanto con le migliorate condizioni meteo che hanno facilitato la navigazione delle carrette cariche di donne, uomini e bambini.
Sembra assai probabile che la Libia, in un momento nel quale rischia di nuovo l’isolamento internazionale, faccia valere la consueta arma del ricatto giocato sulla pelle dei migranti irregolari che cercano di fuggire da quel paese verso l’Europa.
Il ferreo controllo delle forze di polizie libiche sulle partenze dei migranti dai porti di quel paese, malgrado il diffuso sistema di corruzione che lega le organizzazioni criminali e la polizia locale confermato da rapporti internazionali e da testimonianze dirette, consente ai vertici della polizia di Gheddafi di “gestire” i movimenti dei migranti irregolari aprendo e chiudendo le porte del lager libico, a seconda della convenienza politica del momento.
Si è così rilevato un rallentamento degli arrivi dalla Libia e la totale “scomparsa” degli eritrei tra i potenziali richiedenti asilo dopo le intese firmate alla fine dello scorso anno tra la Libia e l’Italia, mentre subito dopo la crisi diplomatica innescata all’ONU dalle dichiarazione dell’ambasciatore libico sui bombardamenti israeliani su Gaza, le partenze dalle coste libiche sono riprese come se i controlli di polizia si fossero improvvisamente volatilizzati.

Eppure, con l’accordo sottoscritto a dicembre dello scorso anno dall’Italia, si istituivano “centrali operative e sistemi di monitoraggio comuni per contrastare l’immigrazione clandestina, con il dispiegamento di unità militari italiane in acque libiche a ridosso della costa, sei imbarcazioni della Guardia di Finanza, tra le più avanzate tecnologicamente, che dovrebbero operare con equipaggi misti per respingere i migranti verso i porti di partenza”. Con l’ultima legge finanziaria oltre sette milioni di euro sono stati stanziati proprio per finanziare interventi della Guardia di Finanza in Libia.
Il Protocollo firmato a Tripoli prevedeva inoltre che l’Italia assumesse ulteriori iniziative a livello europeo per rinforzare i dispositivi di “guerra all’immigrazione illegale” come l’agenzia FRONTEX . Lo stesso protocollo evidenziava tuttavia una catena di comando che appariva burocratica ed assai poco funzionale, sovrapposta rispetto a quella caratteristica delle operazioni di Frontex, relativamente alle quali l’Unione Europea, dopo avere raddoppiato il budget da 30 a 70 milioni di euro per il 2008, si sta ora interrogando sulla effettiva utilità di questo ingente impegno finanziario.
Nel 2007 gli immigrati “intercettati” a mare nel corso delle operazioni Frontex sono stati 11.476 contro 23.438 “intercettati” nel 2006. Dal punto di vista dei burocrati della sicurezza, a Bruxelles ed a Varsavia, sede di Frontex, un fallimento totale.
In base al protocollo sottoscritto tra Italia e Libia a Tripoli nel dicembre 2007, “la direzione e il coordinamento delle attività addestrative ed operative di pattugliamento marittimo vengono affidati ad un Comando operativo interforze che sarà istituito presso una «idonea struttura» individuata dalla Libia. Il responsabile sarà un «qualificato rappresentante» designato dalle autorità libiche, mentre il vice comandante (con un suo staff) verrà nominato dal Governo italiano. Tra i compiti del Comando interforze quello di organizzare l’attività quotidiana di addestramento e pattugliamento; di «impartire le direttive di servizio necessarie in caso di avvistamento e/o fermo di natanti con clandestini a bordo»; di interfacciarsi con le «omologhe strutture italiane», potendo anche richiedere l’intervento o l’ausilio dei mezzi schierati a Lampedusa per le attività anti-immigrazione”.

Malgrado i termini dell’accordo italo-libico, le autorità militari italiane, dopo qualche isolato tentativo di delegare alle autorità libiche gli interventi di salvataggio, hanno continuato ad effettuare interventi di salvataggio. Le periodiche operazioni di FRONTEX si sono risolte in mere esercitazioni navali, con ampio spiegamento di esperti e osservatori, tutti lautamente retribuiti, ma solo in poche occasioni si sono concretizzate in respingimenti in mare o in blocchi navali. Tutti ricordano abbastanza bene cosa significa il “fermo di natanti” in mare, decine di morti e ancora processi per i comandanti, assolti subito quelli militari, sotto processo da anni quelli delle imbarcazioni civili, autori di interventi di salvataggio. Una giustizia a due velocità.

La riammissione, o il respingimento, collettivo, a mare, di migranti verso stati che non garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali, ovvero nei quali gli interessati possano essere vittime di trattamenti disumani o degradanti, sono tassativamente proibiti dall’art. 3 della stessa Convenzione Europea.
Analogamente è vietato il rinvio verso stati nei quali non vi è l’effettiva possibilità di accedere alla protezione prevista dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, convenzione che la Libia non ha ancora sottoscritto, macigno che non può essere rimosso dal consueto pretesto che lo stesso paese è parte dell’Organizzazione degli stati africani ( OUA) il cui statuto richiama quella Convenzione.
Del resto è sufficiente verificare l’impossibilità per l’ACNUR e le altre organizzazioni umanitarie di assolvere le proprie funzioni di assistenza come in tutti i paesi firmatari della Convenzione di Ginevra, per cogliere il cinismo di chi sostiene argomenti che avallano la cancellazione del diritto di asilo in Libia.

Rimane ancora molto concreto il rischio – se non la certezza – che, se da parte del nuovo governo verranno effettivamente avviati interventi di pattugliamento congiunto, praticato da unità miste italo-libiche, o dalle pattuglie miste RABIT finanziate dall’Unione Europea nel quadro delle attività di FRONTEX, si possano verificare altre stragi e vere e proprie espulsioni o respingimenti collettivi, vietati da tutte le Convenzioni internazionali, verso la Libia e da qui verso i paesi di provenienza.

La Convenzione Internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974 (Convenzione SOLAS) impone peraltro un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare “senza distinguere a seconda della nazionalità o dello stato giuridico”, stabilendo altresì, oltre l’obbligo della prima assistenza anche il dovere di sbarcare i naufraghi in un “luogo sicuro”.
In base al diritto internazionale marittimo un luogo sicuro è non solo una località dove la sicurezza dei sopravvissuti e le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possano essere soddisfatte, ma è anche un luogo nel quale i richiedenti asilo presenti tra i migranti irregolari possano godere di un accesso pieno alla procedura di asilo prevista dalla Convenzione di Ginevra del 1951, nel rispetto rigoroso del principio di non refoulement sancito all’art. 33 della stessa Convenzione.

Temiamo adesso che il nuovo governo, se si manterrà coerente con le promesse elettorali, con lo stesso Frattini, già vice-commissario europeo con delega all’immigrazione, nominato ministro degli esteri, riprenda le trattative con i dittatori del nord africa per arruolarli nella “guerra” ai migranti irregolari. Non potremo che denunciare gli accordi di riammissione e di cooperazione operativa e rappresentare i diritti delle vittime davanti alle corti europee a salvaguardia dei diritti umani.
L’opinione pubblica internazionale sarà costantemente informata sulle tragedie causate dalle politiche di respingimento e di esternalizzazione dei controlli di frontiera praticate dalle “democrazie” europee e dall’Italia in particolare ( si veda www.fortresseurope.blogspot.com).

Sulla base della esperienza maturata in questi ultimi anni, tuttavia, è ben difficile che i nuovi accordi tra Italia e Libia, o le operazioni congiunte finanziate dall’agenzia europea Frontex possano produrre gli effetti, auspicati dai governi europei, di contrastare l’immigrazione clandestina gestita dalle organizzazioni criminali, salvaguardando al contempo la vita ed i diritti fondamentali dei migranti irregolari.

In assenza di qualsiasi possibilità di riconoscimento del diritto di asilo nei paesi di transito, e senza effettive possibilità di ingresso legale per lavoro, ci si può attendere il peggio nel Canale di Sicilia, tra l’Italia, la Libia e la Tunisia, ancora mesi di tragedie, di uomini, donne e bambini, vittime delle politiche di contrasto dell’immigrazione ”clandestina”.