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Libri - Nomadi per decreto

«Figli del ghetto», un volume sulla presenza rom in Italia di Nando Sigona

da Il Manifesto dell’1 novembre 2003

1 novembre 2003

di Giovanna Boursier

Identità obbligate. Stranieri, erranti e pericolosi.
La costruzione astratta e burocratica dell’altro a
partire dall’esperienza dei campi rom

Della cultura e del mondo dei rom e sinti, in Italia,
si parla poco. Per questo quando succede bisognerebbe
cercare di farlo bene, considerato anche il fatto che
si dice di almeno 150mila uomini, donne e bambini che
vivono ormai stabilmente nel nostro paese. Ci riesce,
indubitabilmente, Nando Sigona, in un libro
importante, Figli del ghetto (Nonluoghi edizioni, pp.
154 , € 11). L’autore, ricercatore a Oxford, studioso
di politiche sociali che per anni ha frequentato i
campi rom di Napoli, usa un metodo semplice ma
efficace: parte dalla cronaca, dai fatti e dai
documenti per allargare il campo di inchiesta e
restituirci una riflessione attuale che si muove dalle
condizioni materiali in cui i rom cercano di
sopravvivere. Nei cosiddetti campi-nomadi italiani,
costruiti sull’emergenza dei flussi negli anni ‘60 e
‘70, ma che continuano a esistere in ogni periferia
urbana, dove le comunità cittadine accumulano i propri
rifiuti, a perenne monito circa la cultura
dell’accoglienza delle nostre amministrazioni.
E infatti il libro non parla dei rom, ma del nostro
modo di interagire con loro. E non é un caso che la
scrittura di Sigona ruoti intorno a due argomenti
fondamentali: la teoria del nomadismo e l’enorme
quantità di stereotipi e false definizioni che
caratterizzano il nostro rapporto con i rom. Perché i
rom, spiega l’autore, li disegniamo noi.
Se per quel che riguarda il nomadismo Sigona
puntualizza, ancora una volta, che la maggior parte
dei rom nomadi non lo sono più o addirittura non lo
sono mai stati - ma noi consideriamo a caso il
problema trattando come sedentari quelli che ancora
praticano un minimo di mobilità e come nomadi quelli
che hanno sempre vissuto in case e villaggi - utilizza
poi la stessa teoria del nomadismo per rivelare come
la costruzione di «identità burocratiche» risulti
essenzialmente funzionale al sistema politico e alla
sua azione. Perché attraverso queste identità
inesistenti, queste «invenzioni», il sistema politico
gestisce e categorizza l’altro, lo straniero. E forse
le pagine più interessanti del libro sono proprio
quelle in cui l’autore indaga come le identità sono
formate, trasformate e manipolate all’interno delle
politiche pubbliche e, soprattutto, attraverso le
pratiche burocratiche.
Il nomadismo ha costituito per secoli un «trauma
cognitivo per le popolazioni europee», i cui vari
statuti giuridici hanno sempre associato la mobilità
all’essere stranieri e perciò pericolosi. Lo
raccontano secoli di persecuzioni orrende che Sigona
ripercorre e che sfociano in quella nazifascista. Ma,
ancora oggi, chiamare nomade chi nomade non é, vuol
dire costringerlo in un certo tipo di esistenza,
segregata come estranea, e nella quale risulta
difficile riconoscere aspirazioni e modelli culturali
autentici che così, intanto, si vanno frantumando. La
teoria del nomadismo finisce per essere insieme causa
e conseguenza di un processo di misconoscimento della
complessità culturale e perciò con l’indirizzare verso
soluzioni sbagliate. Tanto che alla fine la coltre di
pregiudizi che avvolge i rom trova la sua espressione
anche architettonica, nelle politiche abitative
elaborate da comuni e regioni d’Italia. Cioé l’essere
rom coincide con il vivere nei campi, dove le
istituzioni continuano a spingerli da decenni: ghetti
che separano, permettendo di cancellare diritti e
rinchiudendo chi ci abita in categorie immutevoli
utili a non considerarli mai parte integrante della
società. Quelli che si ostinano a chiamarli «figli del
vento» - scrive l’autore - dovrebbero riflettere sul
fatto che «è del ghetto che ormai sono figli». Ed é
meglio dirlo visto che la descrizione é già parte
della prescrizione.
I rom non sono descritti come sono ma come devono
essere per necessità di ordine sociopolitico. Le
«definizioni ufficiali sono uno strumento fondamentale
in mano al potere politico, non solo per intervenire
su quelli che considera ‘stranieri’», ma anche per
tracciare i confini dentro cui ciascuno deve giocare
un ruolo. Per questo Sigona ragiona anche
sull’identità rom, spesso costretta a costruirsi a sua
volta su un’invenzione, quella dei non rom, appunto.
Perdendosi, oltretutto, nella delega. Che si prende
chi si occupa di rom, cioé enti o associazioni che,
volenti o nolenti, finiscono con il determinare la
maggior parte delle relazioni tra loro e i gagè.
Mediate, dunque, non solo dagli stereotipi ma anche
dal lavoro di volontari (o stipendiati) che si
trasformano in una sorta di frontiera tra i due mondi,
spesso ostacolandone il confronto. Così le istituzioni
evitano il conflitto perpetuandone, però, le cause. E
promuovono politiche sbagliate e discriminatorie che
continuano, ancora oggi, a caratterizzare il nostro
paese. Nel libro, attraverso ricostruzioni storiche
puntuali, si individuano le conseguenze pesanti che le
politiche abitative (i campi li abbiamo costruiti
noi), di scolarizzazione (le classi speciali per i
bambini zingari negli anni ’60), legislative (le leggi
regionali) e quindi di integrazione hanno avuto sui
rom. Politiche che tengono in ben poco conto i bisogni
e le peculiarità di coloro a cui sono indirizzate.
Accade facilmente, infatti, che la gestione del
«problema zingari» possa fare completamente a meno di
loro, le persone in carne e ossa. Parole come
partecipazione e autogestione non sono previste.
Un
copione che si ripete spesso in comunità dove non
esistono diritti, i documenti in regola sono solo di
una minoranza e le minacce di espulsione costanti.
Comunità ricattate, quindi, legittimate a esistere
solo nei ghetti che annullano la possibilità di
contatto con il mondo esterno.
Se i pregiudizi si perpetuano da oltre cinque secoli,
i campi - o ghetti - da almeno trent’anni. Sigona li
descrive non solo come luoghi di segregazione che
rispecchiano intenzioni politiche ma anche come il
prodotto di una sorta di geografia dell’emarginazione
mantenuta dall’assuefazione. Pericolosa perché, come
ha scritto lo storico francese Bensoussan nel suo
libro su Auschwitz, le menti si abituano
progressivamente al rifiuto che si trasforma in una
norma sociale. E tutto diventa una questione di tempo
e di vocabolario.