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Cambiano le sigle, rimane la detenzione amministrativa

Rapporto sull’ispezione al Cpt di Pian del Lago: un esempio emblematico.

7 luglio 2008

Domenica 6 luglio nel “Centro polifunzionale” di Pian del lago a Caltanissetta si è svolta una visita da parte di una delegazione guidata da Rita Bernardini del Partito Radicale. Alla visita hanno partecipato anche Fulvio Vassallo Paleologo dell’Università di Palermo e l’avvocato Giovanni Annaloro dell’ASGI.

La delegazione ha avuto la possibilità di entrare sia nel centro di identificazione e di accoglienza (CID/CARA) che nel centro di identificazione ed espulsione CIE ( ex CPT), presenti all’interno di recinti separati nella struttura di Pian del lago, dove è peraltro ubicato anche un nuovo centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) per i migranti che hanno fatto istanza di richiesta di asilo e sono in attesa di una decisione da parte della commissione territoriale di Siracusa. Questa è infatti la commissione competente (!) per i migranti trattenuti a Caltanissetta, o che hanno presentato un ricorso, dopo avere ricevuto un diniego.
In questo caso la Questura di Caltanissetta non rilascia alcun titolo di soggiorno ed i richiedenti asilo sono costretti ad aspettare all’interno del CARA l’esito del riesame da parte della Commissione o del ricorso al Tribunale, ma non quello di Caltanissetta, perchè la competenza è fissata dalla legge nel Tribunale di Catania(!).
Con quale possibilità di effettivo esercizio venga riconosciuto il diritto di difesa e di impugnazione previsto dall’art. 24 della Costituzione è ancora tutto da scoprire !

L’audizione dei richiedenti asilo “ospitati” a Caltanissetta da parte della competente commissione territoriale di Siracusa (a Caltanissetta manca una commissione territoriale) si svolge con trasferimenti periodici della commissione all’interno del centro polifunzionale di Caltanisetta, oppure, al contrario, con il trasporto su autobus dei richiedenti asilo da Caltanissetta fino a Siracusa.
Una autentica follia amministrativa. Ore di bus e migliaia di euro di spesa per una audizione di pochi minuti. Una audizione che può decidere le sorti di una vita.
Le audizioni sono spesso assai brevi, anche meno di quindici minuti denunciati in un recente articolo dal giornalista Bellu, come tempo medio per decidere sulla vita o sulla morte di un richiedente asilo. Per alcune nazionalità non ci sono speranze, ad esempio per chi proviene dalla Nigeria, dalla Liberia o dal Ghana, anche se potrebbero esserci situazioni individuali che meriterebbero con maggiore attenzione il riconoscimento della protezione internazionale, l’esito dell’istanza è scontato e le formule dei dinieghi di rito si ripetono con monotonia. Il governo, tramite la Commissione centrale, ha dato il suo orientamento. Chi deve esprimere il suo giudizio individuale è avvertito.

A distanza di poche decine di metri, nelle diverse strutture del centro “polifunzionale” di Pian del lago, si trovano migranti di varia nazionalità, alcuni appena arrivati a Lampedusa, altri in Italia da anni, espulsi perché non erano riusciti a rinnovare il permesso di soggiorno o dopo un periodo di detenzione, con uno status giuridico assai differenziato, e con provenienze che coprono tutte le aree geografiche del mondo.

Chi è in procedura di asilo può uscire dal CARA e dal CID/CARA, dalla mattina alla sera, chi è all’interno del CIE (ex CPT), anche se ha presentato una istanza di asilo, o potrebbe ancora presentarla, non può uscire neppure dal recinto più interno. Una gabbia, diverse gabbie dentro una gabbia più grande, questo è un centro “polifunzionale”, invenzione del ministro Pisanu ai tempi del precedente governo Berlusconi, ancora in auge, nel 2008, malgrado la Commissione De Mistura ed i tentativi di “superamento” del sistema dei CPT da parte del governo Prodi. E siamo anche alla vigilia dell’ennesimo imbarbarimento della normativa e delle prassi amministrative.

Su un punto tutti gli immigrati che hanno parlato si sono mostrati d’accordo, soprattutto quando hanno potuto comunicare da soli con gli esponenti della delegazione, senza la sorveglianza dei rappresentanti dell’ente gestore. Nelle diverse strutture del centro polifunzionale di Caltanissetta ci sono ancora disservizi per quanto concerne la erogazione dell’assistenza medica, malgrado le ambulanze sempre presenti, i protocolli di intesa con le A.S.L. e le turnazioni dei medici, che, secondo il responsabile della struttura, coprirebbero l’intera giornata per 24 ore.

Tutti gli immigrati intervistati dalla delegazione hanno confermato ritardi negli interventi in soccorso del ragazzo ghanese morto la notte di domenica 29 giugno, e non la mattina successiva, come era sembrato in un primo momento. Sembrerebbe che gli stessi immigrati avessero promosso quella stessa sera una manifestazione di protesta per sollecitare i soccorsi, mentre il responsabile dell’ente gestore ha fornito una versione opposta, secondo la quale gli immigrati che si trovavano in prossimità del container 17 nel quale era rinchiuso il ragazzo, già sofferente da giorni per dolori al petto, e che nel pomeriggio si era sentito ancora una volta male, dopo due visite del medico di guardia nell’arco di qualche ora, avrebbero poi ostacolato l’intervento dei sanitari creando una sorta di muro umano, limitandosi ad adagiare il malato nelle prossimità del condizionatore, unica fonte di sollievo dentro piccoli container che altrimenti, in questi giorni di afa soffocante, rimarrebbero infuocati anche di notte.

Il centro di identificazione ed accoglienza ( CID/CARA) è strutturato con più di venti container metallici, nei quali si trovano uomini e donne in attesa di identificazione o di accesso alla procedura di asilo.
All’interno della stessa struttura chi è stato identificato può uscire dalla mattina alla sera, mentre gli altri devono aspettare anche una settimana, prima di potere usufruire di questa modesta libertà di circolazione.

Il ragazzo ghanese morto tra domenica 29 e lunedì 30 giugno, nella notte, era ancora in attesa di identificazione ed era ospitato nel container n.17. Numerosi “ospiti” degli altri container, che distano pochi metri uno dall’altro, i container sembrano quasi ammassati, sono stati testimoni diretti di quanto avvenuto, che dovrebbe essere documentato anche dalle videocamere del circuito di sorveglianza.
Ha avuto conferma la notizia che il primo intervento di soccorso nei pressi del container è stato operato con una macchina con targa civile, che avrebbe portato il ragazzo ghanese in prossimità della zona dei servizi del centro dove sono parcheggiate le ambulanze. Questo perché tra i container del centro di identificazione l’ambulanza non sarebbe passata, almeno così ha affermato il responsabile dell’ente gestore, ed anche allo scopo di non creare “allarme” tra gli ospiti della struttura. In realtà lo spazio per fare avvicinare una ambulanza al container, seppure dalla parte posteriore, è apparso alla delegazione più che sufficiente. E’ possibile che l’intervento dell’ambulanza non si sia verificato immediatamente in prossimità del container per non aumentare il clima di forte tensione che si respirava nel centro la sera e la notte di domenica 29 dopo le ripetute proteste per le modalità dell’assistenza sanitaria. Ma questa circostanza potrebbe avere influito sul decesso, soprattutto se la morte fosse poi avvenuta proprio all’interno dell’ambulanza, che è dotata di strumenti di rianimazione che non sono certo presenti all’interno di una normale vettura.

Secondo quanto dichiarato dal responsabile dell’ente gestore, il ragazzo sarebbe morto nell’ambulanza, nel cuore della notte, durante le concitate fasi del trasporto in ospedale, dove quindi, stando sempre alle dichiarazioni rese pubblicamente dallo stesso responsabile alla presenza dei giornalisti e della parlamentare Bernardini, il giovane sarebbe arrivato cadavere. Ieri sabato 5 luglio, però, altri testimoni avevano sostenuto la tesi che il ragazzo sarebbe morto dopo essere giunto vivo in ospedale. Per la cronaca, una ambulanza impiega circa cinque minuti, di notte, tra il centro di detenzione e l’ospedale di Caltanissetta.
Non si può che prendere atto, con grande amarezza, che il decesso di una persona che si sentiva male già da giorni sia avvenuto proprio durante il trasporto dal centro di Pian del lago all’ospedale o nell’immediatezza del ricovero. Alla fine potranno essere diverse le responsabilità personali, ma il risultato non muterà e comunque questa morte potrà solo insegnare per il futuro.
Sarà come al solito la magistratura, anche sulla base dell’autopsia che è stata già effettuata, ad appurare la verità su una vicenda tristissima che continua a presentare numerosi aspetti ancora oscuri e gravi contraddizioni.

La carenza di assistenza medica e legale nei centri di trattenimento italiani, comunque denominati, non è una caratteristica esclusiva della struttura di Pian del Lago ma
risale ad anni fa ed è stata altresì rilevata dalla Commissione Libertà civili e giustizia del Parlamento Europeo ancora nell’ultima relazione del dicembre 2007.
Appare assai preoccupante l’assenza di un intervento organico nei confronti dei tossicodipendenti, e l’uso diffuso di psicofarmaci ( dei quali però, secondo quanto affermato dai responsabili, nel cpt di Caltanissetta si farebbe un uso minimo e sotto il controllo del medico).
Nel caso di Caltanissetta, sul piano formale, le dotazioni di strutture e personale dovrebbero garantire un buon livello di assistenza sanitaria sulle 24 ore. Eppure malgrado interventi migliorativi negli ultimi due anni, malgrado le denunce dei migranti e delle associazioni, e nonostante le critiche contenute nella relazione della Commissione De Mistura, alla fine del 2006, nei centri di detenzione si continua a morire, come è successo a Caltanissetta e ancora poche settimane fa nel Cpt ( adesso CIE) di via Brunelleschi a Torino.

Si deve anche ricordare che i tagli alla sanità e la privatizzazione delle strutture sanitarie hanno fatto scendere ai minimi storici i livelli di assistenza sanitaria nella regione Sicilia, un immigrato senegalese è morto giorni, dopo essere stato inutilmente ricoverato in un ospedale agrigentino, e non passa mese senza che si abbia notizia di un decesso (di cittadini italiani) per omissioni di cure o per errori medici negli ospedali e nelle case di cura private in Sicilia. Ma tutto questo non giustifica una minore tempestività nei confronti dei migranti trattenuti nei centri di detenzione, perché privati della loro libertà personale e senza mezzi, mentre l’art. 32 della Costituzione riconosce il diritto alla salute per tutti, anche per gli immigrati irregolari.

Il centro polifunzionale di Caltanissetta contiene al suo interno un Centro di permanenza temporanea (CPT) denominazione adesso trasformata per decreto in CIE (Centro di identificazione ed espulsione).
La delegazione ha quindi visitato questa struttura, altrimenti preclusa alle associazioni non convenzionate, ai giornalisti ed ai fotografi, in assenza di un parlamentare nazionale, o di una specifica autorizzazione del Prefetto, ed ha verificato come malgrado i tentativi di “umanizzazione” dei centri di detenzione amministrativa portati avanti dal governo Prodi la situazione non risultava particolarmente mutata rispetto al passato.
Certo, le strutture murarie ed i servizi sono migliorati, come è diminuita la presenza visibile della polizia, sostituita dagli onnipresenti (almeno durante la visita) dipendenti e mediatori dell’ente gestore, ai quali di fatto è demandata quasi per intero la attività di sorveglianza del perimetro interno del centro di detenzione e delle altre strutture (CID e CARA).
Il clima nel centro di identificazione ed espulsione ( ex CPT) non sembra diverso perché mentre gli immigrati apparivano poco disposti a parlare fino a quando la delegazione procedeva alla presenza dei funzionari e dei dipendenti dell’ente gestore, diventavano immediatamente loquaci quando il colloquio poteva avvenire più riservatamente, senza orecchie e sguardi pronti a registrare ed a intimidire.
Un ragazzo maghrebino che si era limitato a segnalare un piccolo disservizio nella erogazione dell’acqua, avvertendoci che alcuni lavori di manutenzione erano stati completati il giorno prima della nostra visita, dopo alcune occhiatacce ricevute da un mediatore culturale che ci aveva raggiunto, ci ha lasciato il numero di cellulare chiedendoci di richiamarlo nei giorni successivi, perché temeva che la sua eccessiva loquacità sarebbe stata punita. Questo è il clima di sempre nei CPT, un clima che diventerà esplosivo se il governo porterà a diciotto mesi la detenzione amministrativa.

Come al solito, è sempre successo tutte le volte che delegazioni parlamentari sono entrate nei centri di detenzione italiani, all’interno del Centro di identificazione ed espulsione (CIE) sono stati trovati tre migranti che asserivano di essere minori, e che se risultassero tali, non potrebbero essere rinchiusi con gli adulti nel centro di detenzione. Il responsabile della struttura ci ha avvertito che nei prossimi giorni i tre giovani saranno sottoposti all’accertamento radiografico per stabilire l’età, con la ben nota approssimazione di circa due (!) anni.

Non si comprende per quale ragioni questi accertamenti non siano stati ancora eseguiti. Evidentemente la circolare del precedente ministro dell’interno che, nei casi dubbi, suggeriva agli uffici di polizia di evitare l’internamento nei CPT, prima di un accertamento definitivo dell’età, è ormai carta straccia. Un esempio ancora di come le leggi sull’immigrazione possono anche restare immutate, basta cambiare le prassi amministrative.

Durante la visita nel centro di identificazione ed espulsione ( CIE), una visita effettuata senza la possibilità di svolgere approfonditi colloqui individuali, né era questo lo scopo della delegazione, sono stati comunque trovati due giovani immigrati, nati entrambi nel 1978, provenienti dalla Guinea Equatoriale, paese che notoriamente è interessato in queste ultime settimane da gravi conflitti interni, diversi immigrati afgani, un immigrato somalo di appena diciannove anni, che ne dimostrava qualcuno in meno, un altro immigrato sudanese, tutte persone che generalmente avrebbero diritto al riconoscimento della protezione internazionale.
Siamo ben consapevoli che le dichiarazioni di nazionalità rese da queste persone potrebbero essere non veritiere, tuttavia è certo che un atteggiamento di esclusione generalizzata da parte della commissione territoriale che riconosce lo status di rifugiato, sulla base esclusiva della nazionalità attribuita al richiedente, non può che alimentare false dichiarazioni di nazionalità, perché chiunque tenderà a dichiarare una nazionalità che non gli precluda automaticamente il riconoscimento di uno status di protezione internazionale.

Era così nel 2004, ai tempi della vicenda che ha coinvolto la nave umanitaria Cap Anamur, rimane ancora così oggi.
Sempre più spesso i documenti di viaggio rilasciati dalle rappresentanze diplomatiche in Italia dei paesi di transito consente la deportazione di persone che non hanno la cittadinanza del paese verso il quale sono espulsi, come si verificò anche nel caso dell’espulsione di un naufrago salvato dalla Cap Anamur. E’ questa la paura principale di chi ha sofferto ogni genere di abusi in Egitto, in Libia, in Algeria, in Marocco e negli altri paesi di transito.
Essere rigettati indietro nell’inferno. Questa la principale paura che si leggeva negli occhi e nelle parole degli immigrati trovati nelle diverse strutture detentive del centro polifunzionale di Pian del lago a Caltanissetta. E questa potrebbe essere la conseguenza della attuazione in Italia della direttiva comunitaria sui rimpatri che prevede appunto la possibilità di una deportazione (perché di questo si tratta) dei migranti irregolari anche nei paesi di transito, piuttosto che nei paesi di origine, un autentico sostegno alle organizzazioni criminali che sfruttano l’immigrazione clandestina, ed agli schiavisti che si appropriano del lavoro di chi è in cerca dei mezzi per raggiungere l’Europa.

La delegazione non ha potuto verificare i dettagli delle posizioni individuali, né ci sono state le condizioni di tempo per esaminare modalità di ingresso, provvedimenti di respingimento e di espulsione, eventuali condanne e procedimenti penali, ed ancora la eventuale presentazione di una istanza di asilo, riservandosi di segnalare all’ACNUR i nominativi delle persone che ci hanno contattato, per un approfondimento e per seguire l’andamento delle procedure per il riconoscimento dello status presso le commissioni territoriali di Siracusa e di Trapani.

La maggior parte delle persone trattenute nel CIE di Caltanissetta, incontrate dalla delegazione, provenivano comunque dal carcere o erano state arrestate dopo essere state trovate nel territorio italiano, spesso nelle regioni settentrionali, senza un valido documento di soggiorno. <br<Sono questi i casi più disperati, per i quali non è facile trovare tutele efficaci, perché il migrante economico irregolare può essere spremuto fino all’osso in un cantiere, in una azienda agricola o in una famiglia, ma quando incappa nei controlli di polizia non riesce neppure a recuperare gli effetti personali ed i crediti di lavoro.
Se si commette un reato anche lieve, che per un italiano è una inezia, se si è irregolari non c’è scampo e la sanzione può essere anche quadrupla ( di fatto) rispetto a quella prevista per gli italiani che commettono lo stesso reato. Si viene internati, anche diverse volte, e poi se il paese di provenienza collabora si viene accompagnati in frontiera, altrimenti si rimane clandestini a vita ed il circuito infernale può riprendere in qualsiasi momento. La espulsione spezza la vita di un essere umano, e costituisce comunque la condanna definitiva alla clandestinità, senza speranza di regolarizzazione, spesso senza neanche la speranza di un dignitoso ritorno a casa. Così, tutti insieme, con il loro carico di disperazione nel centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Caltanissetta si trovano accanto ad alcuni potenziali richiedenti asilo, giovani adulti e ragazzi, ex detenuti e lavoratori espulsi dopo anni di lavoro in Italia, magari anche dopo avere avuto un permesso di soggiorno.

Una miscela esplosiva, che dalla strage del Vulpitta nel 1999, i vari governi hanno cercato di disinnescare razionalizzando, ad esempio, le procedure di espulsione e di identificazione dei detenuti destinatari di provvedimenti di allontanamento forzato, che dovrebbe avvenire direttamente dal carcere, o con l’intimazione a lasciare entro 5 giorni il nostro paese, senza ulteriore detenzione amministrativa nei CIE che gli ex detenuti avvertono come una vessazione, sia perché hanno scontato per intero la pena, a differenza di molti italiani, sia perché la scarcerazione è avvenuta a seguito di una assoluzione, ma una volta perso il permesso di soggiorno il rientro nella legalità rimane precluso per sempre.

Se le misure contenute nel pacchetto sicurezza saranno approvate dal Parlamento, come oggi appare assai probabile, la situazione dei centri di detenzione amministrativa ( perché questo diventeranno anche i CARA se il governo escluderà la pur limitata libertà di circolazione concessa oggi) sfuggirà al controllo e l’ordine non potrà che essere affidato ai manganelli ( con la minuscola) di turno, e forse persino all’esercito.

Il sottosegretario al ministero dell’interno ha annunciato che tra poche settimane saranno aperti sette nuovi centri di identificazione ed espulsione (CIE).
Staremo a vedere ed a protestare per questa ulteriore misura che non modificherà per nulla la percentuale degli immigrati che potranno essere effettivamente espulsi. E sembra che neppure i magistrati potranno esercitare una effettiva giurisdizione sui provvedimenti della polizia che limitano la libertà personale perché i ricorsi non avranno più alcun effetto sospensivo, neppure nel caso dei richiedenti asilo. Muterà anche sostanzialmente il ruolo delle associazioni, delle cooperative, degli enti gestori che concorrono a tenere in piedi il sistema italiano della detenzione amministrativa, nel senso che le loro attività saranno sempre meno assistenziale e sempre più vicine a quelle proprie degli agenti penitenziari. Di fatto una ulteriore privatizzazione dei luoghi di detenzione.
Se poi si dovesse arrivare alla introduzione del reato di immigrazione clandestina l’intero sistema carcere-CIE collasserà immediatamente, sulla pelle dei migranti naturalmente, ma con la creazione di tante schegge impazzite, i migranti irregolari rigettati come criminali nella clandestinità, una prospettiva che dovrebbe davvero togliere il sonno ai cittadini che aspirano alla sicurezza e che si illudono di poterci arrivare con la tolleranza zero nei confronti dei cd.clandestini.