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Per Zaher, perché nessuno perda più la vita a causa dei controlli di frontiera

Report dalla manifestazione del 20 dicembre al porto di Venezia

21 dicembre 2008

Il 20 dicembre, di fronte all’ingresso del porto di Venezia, gli aquiloni volavano alti portando sulle loro ali le poesie di Zaher Rezai, il ragazzino morto sotto il tir sul quale si era nascosto per sfuggire ai controlli di polizia proprio lì, alla frontiera del porto.
Altri giovani afghani come lui hanno costruito quegli aquiloni e hanno scritto sopra le sue parole. "Perchè gli aquiloni nel nostro paese sono un simbolo importante, prima ancora che un gioco" ha spiegato Hamed, regista e rifugiato politico afghano. "Volano in aria, liberi, in cielo dove non ci sono confini e frontiere".

La manifestazione promossa da Razzismo Stop con la rete di associazioni Tuttidirittiumanipertutti ha visto un centinaio di persone, tra cui molte dei centri sociali del Nordest, chiedere a gran voce giustizia per Zaher.
Giustizia per lui che è morto ma anche per tutti quelli che come lui cercano di raggiungere "l’Europa dei diritti umani" che invece sembra solo chiudere la porta in faccia a queste persone.
I manifestanti hanno chiesto che vengano sospesi i respingimenti collettivi e informali verso la Gracia, attuati secondo una prassi che, oltre che poco umana, non è neppure rispettosa della normativa vigente in materia di immigrazione e asilo, di tutela dei diritti fondamentali e di protezione dei minori.
Alcune sagome sono state disegnate sull’asfalto di fronte all’ingresso del porto. Accanto ad esse la scritta: Basta morte.
A coprire il cartello con l’indicazione per i traghetti che si imbarcano verso la Grecia c’erano delle lettere che componevano il nome di Zaher Rezai, mentre su un grande striscione si leggeva: "Non fermate i cacciatori di aquiloni".
Una delegazione ha poi incontrato alcuni funzionari dell’autorità doganale visto che quella portuale era irreperibile. Anche loro sembravano condividere la preoccupazione rispetto alla situazione dei respingimenti al porto, anche loro hanno denunciato, per varie ragioni, il mal funzionamento del servizio di accoglienza.
Nel frattempo è arrivata la prima risposta del Cir alla richiesta delle associazioni di subordinare la partecipazione a questo servizio alla garanzia di alcune condizioni minime, prima fra tutte il pieno rispetto dei diritti di migranti e richiedenti asilo al porto.
Il Cir ha dichiarato di condividere molte delle istanze delle associazioni, ma ha altresì detto che, stando così le cose, "è meglio esserci che non esserci".
Il rischio, però, resta quello di venire strumentalizzati all’interno di un sistema di controlli che provoca morti come quella di Zaher e che si regge in piedi anche grazie alla presenza formale di un servizio di accoglienza, scrivevano le associazioni nella loro lettera.
In ogni caso, che al porto di Venezia, come negli altri porti dell’Adriatico, ci sia qualcosa che non funziona sembra oramai una realtà comprovata. I mezzi stampa sono allertati su queste vicende come non lo sono mai stati e trasmissioni come "Chi l’ha visto" dedicano ampio spazio a questa problematica.
Di fronte a tutto ciò ben poca cosa sembra la soluzione prospettata dal presidente dell’autorità portuale Paolo Costa che si è detto convinto che sofisticate apparecchiature a raggi infrarossi in grado di individuare i profughi intrufolatisi nei tir siano il rimedio possibile.
Certo - verrebbe da obiettare - trovare le persone nascoste nei cassoni o nelle celle frigorifere può salvare loro la vita per quel giorno, ma se le si rimanda in Grecia un minuto dopo e se non si affrontano i motivi del loro nascondersi, pur avendo diritto a richiedere protezione internazionale, le si condanna comunque a rischiare ancora la propria vita.
Ben più consapevole appare invece l’assessore di Venezia Luana Zanella, quando, a proposito della morte di Zaher parla di "giovanissime vite spezzate così
crudelmente e colpevolmente".
Le associazioni annunciano ora la strada dell’esposto alla procura della Repubblica e agli organismi europei deputati alla tutela dei diritti fondamentali, mentre anche durante queste vacanze di natale altri ragazzi come Zaher cercheranno di partire ed inseguire i loro sogni.
Speriamo che nessuno e niente riuscirà fermarli.