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Emilia romagna - "Attenzione, la discriminazione può anche essere inconsapevole"

Intervista a Viviana Bussadori del Centro regionale contro le discriminazioni

da Città Meticcia - aprile 2009

2 maggio 2009

Nel 2007 l’Emilia Romagna è stata la prima regione in Italia ad avviare un Centro regionale contro le discriminazioni che di recente ha aperto alcuni sportelli anche a Ravenna. La referente del Centro è Viviana Bussadori, cui chiediamo di illustrarci l’attività di questo servizio.

Quali funzioni svolge il Centro regionale contro le discriminazioni?

«Le principali funzioni sono quelle di consulenza e orientamento, prevenzione delle potenziali situazioni di disparità, monitoraggio e sostegno ai progetti e alle azioni volte a eliminare le situazioni di svantaggio. Come primo passo la Regione ha voluto definire il modello di centro regionale, avviare la sua costituzione e le azioni di sistema per sostenerne le attività territoriali. In questo modo dopo due anni di lavoro siamo arrivati oggi ad avere una rete con 144 punti antidiscriminazione distribuiti in tutta la regione».

Attraverso la rete che state costruendo sul territorio, state già riuscendo a farvi un’idea della situazione rispetto al problema della discriminazione? Esiste un “problema razzismo” in Emilia Romagna e più in generale in Italia?

«Stiamo iniziando solo ora a rilevare i casi attraverso i punti della rete regionale per cui è ancora impossibile dire se esiste un problema “razzismo” in Emilia Romagna. Certamente la rilevazione dei casi e la loro valutazione sarà estremamente importante ma, a prescindere dai risultati e dalle conclusioni a cui arriveremo, già da ora occorre lavorare sul tema della prevenzione e della sensibilizzazione ai fenomeni di razzismo e intolleranza. Per questo stiamo avviando una serie di iniziative con le scuole e in generale con il mondo giovanile. Poi bisogna sottolineare che oggi la situazione è cambiata rispetto al 2007. Oggi occorre tener conto anche delle pressioni che derivano e deriveranno dalla crisi economica. Sono fattori che non bastano a spiegare i fenomeni di razzismo, ma che possono pesare tantissimo e i fatti di cronaca che si susseguono sempre più frequentemente negli ultimi tempi a nostro avviso ne sono un segnale».

A volte si ha l’impressione che manchi persino consapevolezza rispetto alla discriminazione, sia da parte di chi discrimina che da parte di chi è discriminato. Cosa ne pensa?

«Che è senz’altro vero e che questo rappresenta uno dei problemi che come Centro regionale dovremo affrontare. Dal punto di vista delle persone che hanno subito la discriminazione le cause di questa sottovalutazione, o non percezione del problema, possono essere molteplici e con diverse gradazioni: si va dalla non consapevolezza alla tendenza a minimizzare il problema, dalla paura di ritorsioni alla sfiducia nella possibilità di arrivare a una soluzione. Dal punto di vista di chi discrimina la mancanza di consapevolezza è spesso attribuibile alla non conoscenza di cosa significa fare una discriminazione. In questo senso sono particolarmente insidiose le discriminazioni indirette, quelle cioè che nascono da disposizioni, criteri o prassi che dietro una presunta oggettività nascondono una discriminazione nei confronti di qualcuno, ad esempio per la sua origine etnica, il genere, l’età e via dicendo. Come Centro regionale abbiamo proprio di recente affrontato un caso che rientra in questa tipologia: ci siamo infatti accorti che almeno un paio di pubbliche amministrazioni della regione hanno incluso nei propri bandi per collaborazioni esterne il requisito della cittadinanza italiana o di uno degli stati membri dell’Unione Europea. Grazie al coinvolgimento del Difensore civico regionale con cui stiamo lavorando a stretto contatto, è stato fatto un approfondimento sugli aspetti normativi e, rilevato che il requisito della cittadinanza non è necessario soprattutto laddove si tratta di incarichi di collaborazione o professionali, il Difensore civico ha provveduto a segnalare alle amministrazioni interessate il problema. Tanto più che anche la Regione, nel regolamento sull’accesso agli organici regionali prevede come unici requisiti l’essere in regola con le vigenti norme in materia di soggiorno nel territorio italiano e della conoscenza della lingua italiana. Immediatamente l’amministrazione che aveva incluso il requisito nel proprio regolamento per il conferimento di incarichi ha comunicato che procederà alla modifica. Questo esempio indica che a volte situazioni di discriminazione possono essere anche generate da erronee interpretazioni normative e che fa parte dei nostro compito segnalarle e cercare di ricomporle attraverso un lavoro che in prima istanza deve essere di mediazione».

Che cosa può aspettarsi una persona che si rivolge a uno sportello antidiscriminazione?

«Intanto una piccola precisazione: abbiamo pensato e costruito una rete fatta di tre diverse tipologie di punti anti-discriminazione: le antenne, gli sportelli e i nodi di raccordo. Tutti fanno azioni di informazione e sensibilizzazione: le antenne fanno orientamento e funzionano da sensori rispetto alle situazioni del territorio; gli sportelli possono raccogliere le segnalazioni e iniziare a gestire il caso; se quest’ultimo è particolarmente complesso lo passano ai nodi di raccordo, che sono il punto di riferimento per il distretto e che nella gestione del caso devono essere in grado di attivare risorse non solo di mediazione linguistico-culturale, ma anche di mediazione e ricomposizione dei conflitti e di orientamento legale. Pertanto la persona che ritiene di avere subito una discriminazione e che si rivolge a uno sportello o a un nodo di raccordo può innanzitutto segnalare il proprio caso; gli operatori faranno una prima valutazione per stabilire se si tratta effettivamente di una discriminazione o di altro. Nel primo caso si procederà con l’attivazione delle misure di mediazione volte alla ricomposizione del conflitto e soprattutto alla risoluzione della problematica. Se si tratta di controversie con la pubblica amministrazione si attiveranno i difensori civici locali o, nel caso di una situazione generalizzata, il Difensore civico regionale. Se, ad esempio, si tratta di controversie nate in ambito lavorativo si potranno attivare le consigliere di parità e in generale tutte le risorse, pubbliche e private, competenti in materia. L’obiettivo è risolvere le controversie attraverso la mediazione e non ricorrere subito alle vie legali. Anche se, come noto, occorre avere attenzione anche per le cosiddette “cause strategiche”, quelle cioè che possono determinare un cambiamento a livello giurisprudenziale e di opinione pubblica, in grado sostanzialmente di contribuire a migliorare la tutela dei diritti umani».


Per contattare il Centro regionale contro le discriminazioni: 800 66 22 00

A cura di Francesco Bernabini