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La lunga notte nell’esercito eritreo

Il racconto di un ex-militare in fuga dal servizio di leva

19 giugno 2009

Yonas ha una voce calda e tranquilla, è un ragazzo timido e riservato che decide di parlare della sua esperienza attraverso questa breve testimonianza.
Qui di seguito riportiamo le sue parole, nelle parti più significative del nostro incontro.
All’inizio, è per lui difficile ricostruire tutto quello che probabilmente ci vorrebbe dire, per aprirci alla comprensione di un mondo a noi sconosciuto, come la storia del suo paese e della sua famiglia, come la lunga e sanguinosa guerra fra lo stato d’ Etiopia e l’ Eritrea, ma poi il silenzio si rompe e lascia il posto alle parole. Parole che come un flusso costante si dispiegano nel racconto lineare del suo percoso, di come ha vissuto la sua vita di ventenne e di cosa lo ha portato a metterla in gioco pur di lasciare il campo militare nel quale era costretto a prestare un servizio a tempo indeterminato, contro la sua stessa volontà.
Per lui come per moltissimi altri giovani reclute etiopi e eritree la diserzione e quindi la fuga è l’unico modo per abbandonare le armi e riappropriarsi della propria esistenza, dei propri sogni e progetti a costo di rischiare tutto.

Mi chiamo Yonas ho 29 anni, sono nato a Addis Abeba in Etiopia, sono figlio di madre etiope e di padre eritreo, sono l’ultimo di tre fratelli. Nella città dove ho vissuto insieme alla mia famiglia, ho frequentato la scuola fino all’età di quindici anni svolgendo una vita normale.
Nel 1991 quando l’Eritrea ha ottenuto l’indipendenza a seguito della ritirata delle truppe etiopi dal confine, io e mio fratello in quanto figli maschi ci siamo trasferiti insieme a nostro padre nello stato d’Eritrea.
Mio padre era un militare colonnello e aveva un’elevata istruzione scolastica, con la conquista dell’indipendenza avvenuta a tutti gli effetti a seguito del referendum popolare, era stato chiamato a lavorare per il governo guidato da Isaias Afeworki.
Il suo ruolo in quanto militare era di una certa importanza già nel regime dittatoriale di Derg e a seguito della nuova situazione politica, considerato anche il divorzio che era in corso con mia madre noi eravamo tenuti a seguirlo.

Avevo allora diciassette anni nel 1995, quando mi trovai davanti ad una nuova vita.
Arrivato in Eritrea (..) ho inizialmente ripreso gli studi, ma il mio desiderio era un altro, volevo lavorare e riuscire ad esercitare una mia professione legata al commercio e alla vendita, occorreva però una licenza e per ottenerla mi dissero che ero tenuto a fare il servizio militare della durata di una anno e mezzo.
Entrai nella leva con la prospettiva di rimanervi per questo periodo, ma una volta concluso il servizio, ricominciano i disordini e nel 1997 scoppia la guerra con l’Etiopia, così fui costretto a rimanere.

Il mio ruolo nell’esercito era come militare operatore addetto alle comunicazioni radio e il mio lavoro consisteva nel controllare ogni tipo di comunicazione trasmessa.
In genere dai superiori arrivavano dei messaggi che io dovevo decodificare e a mia volta riferire all’esercito. Dai vertici s’impartivano ordini sulle strategie e i rifornimenti, sugli attacchi e le armi, tutti i miei compagni dovevano essere informati così come per le informazioni di carattere militare che potevano riguardare il nemico.
Rimanevo fermo vicino a questi apparecchi radio tutto il tempo per lunghe giornate nei diversi appostamenti militari dislocati lungo il confine, prima vicino alla città di Asseb poi nei pressi di Badme, nel distretto di Gash-Barka. Controllavamo parti di quel territorio da lungo conteso nella nostra storia politica.

Il conflitto con l’Etiopia continua e il momento più critico arriva nel 2000. Ogni giorno si contano morti e feriti.
Fortunatamente in quanto militare non avevo il compito di sparare, avevo solo fatto addestramento con le armi nelle esercitazioni di preparazione e dato il mio ruolo non ero tenuto a sparare con armi da fuoco, ma in quegli anni ho visto morire fra i miei più cari amici, molti civili e militari.
In momenti di fuga dagli scontri ricordo di una volta che scappammo passando sopra innumerevoli corpi di vittime, fra i nostri stessi compagni dell’esercito calpestando i loro cadaveri.
Con la fine del conflitto e l’arrivo dei caschi blu delle Nazioni Unite (ONU) tutti speravamo e ci aspettavamo di uscire dall’esercito e di poter finire del tutto la vita militare.
La paga ridottissima che ci dava l’esercito era stata aumentata e da uno stipendio che corrispondeva all’incirca ai tre dollari al mese passammo ai 6,50 dollari, fino a arrivare a 14 dollari negli ultimi anni. Presto capimmo che questo era solo un modo per tenerci in silenzio, per garantire un reddito minimo a noi giovani leve, ma in realtà il governo non ci voleva fare uscire!.

Passano mesi e poi anni, fino al 2005 continuano gli scontri, nonostante la presenza dei caschi blu, a guerra ufficialmente finita.
Dentro di me però le cose erano profondamente cambiate poichè non riuscivo ad accettare di rimanere un solo giorno in più, così nella notte del 2 settembre decisi di iniziare la mia fuga.

La fuga verso il Sudan

Quel giorno ero al turno di guardia e ho aspettato che tutti s’addormentassero per cominciare la mia corsa al di fuori del campo.
Era notte fonda e potevi facilmente scappare passando inosservato, questo lo sapevo (…) ma era ciò che c’era fuori che rappresentava il vero pericolo.
Nelle vicinanze, dopo aver camminato per ore mi trovai presto davanti al fiume che in quel periodo era in piena, mi sono gettato e ho nuotato tentando la traversata. Solo una volta raggiunta la sponda mi sono accorto di quanto questo, ovvero il fatto di sapere stare a galla e nuotare, mi abbia permesso di riuscire a fare la traversata in quelle acque, dove molti sapevo avevano perso la vita, in un momento in cui le piogge estive avevano aumentato fortemente la corrente.
Dopo l’attraversamento del fiume dovevo spingermi il più possibile a nord per arrivare al confine con il Sudan. Qui, il pericolo non era solo rappresentato dai soldati che potevano controllare la zona appena a poche miglia dal campo, ma la vegetazione che si stendeva davanti a me…la mia vera preoccupazione era se mi fossi trovato a fare i conti con i serpenti….
Io non so come, ma superata la boscaglia dovevo solo orientarmi per trovare la direzione giusta che mi portasse verso il confine, sapevo orientarmi solo seguendo alcuni punti di riferimento. Avevo imparato durante il servizio di guardia a capire dal cielo e dalle stelle le direzioni…solo le montagne di quel altopiano mi separavano a quel punto dalla mia salvezza.
Inoltre, ero solo e non c’era nulla, nel buio in piena zona semidesertica ci s’imbatte spesso con la presenza di branchi di lupi capaci di attaccarti durante la notte. Si muovono in branco e nella notte puoi cogliere lo scintillare dei loro occhi…ero ormai in preda al delirio e alla stanchezza quando dopo aver corso per ore e ore con il peso dei miei scarponi caddi a terra stremato e arreso.
Da lì non ricordo più nulla.

La mattina, con le prime luci del giorno mi ritrova stordito a terra un contadino, m’informa che ero in territorio sudanese e che dovevo arrendermi ai soldati sudanesi per consegnarmi al centro di detenzione. Così lo seguii, mi hanno accettato come rifugiato e da allora per poter mangiare ero disposto a fare anche dei lavori saltuari e una volta accumulato l’indispensabile mi sono finalmente diretto a Khartoum.
Da li a poco, avrei contattato la famiglia per farmi inviare un’aiuto economico per il mio viaggio verso la Libia. Il viaggio per la capitale libica è durato ventiquattro giorni e molti altri ancora ne sono serviti prima di fare la traversata che mi ha permesso di arrivare in Italia…

Domanda: È ancora obbligatorio il servizio militare in Eritrea?

Risposta: Si è obbligatorio, se io fossi rimasto li sarei arruolato ancora oggi, come molti miei amici che sono rimasti.
La nostra scuola dura fino alla terza superiore a diciassette anni circa, alla fine degli studi se hai un punteggio molto alto vai all’università se no rimani nel servizio militare. Non puoi avere una tua vita sei in un deserto e se ti permettono di rientrare a casa lo puoi fare solo una volta all’anno per un mese.

D: Se tutti i giovani sono chiamati a fare i soldati, le altre attività chi le svolge?

R: Anche quelli che lavorano in ufficio, che lavorano in banca sono soldati, come soldato hai il compito di gestire uffici, come soldato hai il compito di fare la guerra nelle frontiere.. tutti sono soldati con diversi compiti, sempre pronti a essere chiamati alle armi nel momento in cui si torna in guerra. Non sei mai indipendente di fatto dal dovere militare, sei sempre un soldato alle dipendenze del governo…

D:Quanti ragazzi scappano dal tuo paese lasciando il servizio militare?

R: I ragazzi delle città, quelli che si trovano in ruoli dell’amministrazione un po’ più importanti e che hanno visto e conosciuto cosa c’è al di fuori della leva, quelli spesso tendono a scappare più facilmente. Durante il 2005 ho saputo che circa 2000 soldati eritrei sono scappati dal servizio…

D: Quale opposizione si è formata rispetto il governo di Isaias Afeworki ?

R: Altri partiti non ci sono, non esiste opposizione, la voce delle opposizioni si sente solo al di fuori dei confini dell’Eritrea, dall’Inghilterra agli Stati Uniti ci rendiamo conto che nel nostro paese esiste un’opposizione. All’inizio tutti gli eritrei lo affiancavano e forse ancora adesso più della metà delle persone lo sostiene. Per coloro che hanno vissuto e finito il servizio militare c’è la paura, non vogliono opporsi e tornare a quella vita così anche quelli che hanno studiato, una volta usciti dalla leva non dicono nulla per la paura di dover tornare a quella vita. Così nessuno si ribella..

D: C’è molta violenza nell’esercito..

R: Il problema principale non è tanto di chi sta sopra, ovvero i vertici militari, ma di quelli che gestiscono il potere nel mezzo, fra i poteri più alti e le leve.. c’è molta lotta per spazi di potere militare.....molto controllo e violenza..

D: Se ti trovano in fuga…

R: Ti uccidono sul posto…

D: Qual è ora la tua speranza pensando al tuo paese?

R: Io desidero solo la pace, so che ci sono dei soldati ancora al confine pronti a sparare e non si può ancora parlare di pace in questo momento. Per quanto mi riguarda non posso tornare per vedere la mia famiglia…non posso per adesso e forse per molti anni a venire. Per loro rimango segnalato come dissidente...

Il conflitto fra Etiopia e Eritrea ha lasciato lungo i rispettivi e incerti confini migliaia di vittime civili e di giovani militari e ancora più numerose folle di profughi e rifugiati che si sono riversati in fuga verso altri paesi dell’Africa e dell’Europa.
Molti di questi ragazzi arrivano in Italia con mezzi di fortuna, attraversando il mare che li separa dall’Europa. Spesso li possiamo incontrare per le strade delle nostre città o nei centri d’accoglienza per stranieri, ognuno di loro se ci soffermiamo ci può raccontare la sua storia, tutte diverse ma in fondo uguali, ci ricordano che in molti paesi la democrazia e la conquista dei diritti e delle libertà fondamentali rimangono tutt’oggi un traguardo ancora molto lontano.

Intervista di Arianna Colaiacovo
Fonte: Ponte di Mezzo

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