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Calais, la frontiera del terrore

Intervista a Lilly Boillet, associazione Terre d’Errance, Calais

29 giugno 2009

La violenza della frontiera denunciata durante il No Border Camp di Calais.

Domanda: Perché un No Border Camp a Calais, qual è la situazione di questo luogo di frontiera interna dell’Unione Europea?

Risposta: Obiettivo del No Border Camp è dare visibilità alle condizioni dei migranti in Europa in conseguenza alle politiche comunitarie in materia di immigrazione e asilo. Da questo punto di vista Calais rappresenta un buon esempio delle “disfunzioni” Europee rispetto all’immigrazione, al diritto di asilo e alla gestione delle frontiere dato che Calais è, per l’appunto, una frontiera interna. I migranti che non hanno trovato una condizione di vita decente nei paesi auropei attraversati nel loro percorso sono spinti verso l’Inghilterra ma di fatto sono bloccati nei pressi di Calais, in una zona che ha circa un raggio di 100 km da Calais e dove stazionano ogni anno circa 1000 persone distribuite in una quindicina di accampamenti informali, ignorati dalle istituzioni, che attuano una politica disincentivante (nessun servizio, nessuna assistenza) e la violenza poliziesca.

D: Chi sono i migranti che arrivano a Calais per cercare di attraversare lo Stretto della Manica?

R: La maggioranza di loro sono migranti afghani, iracheni, iraniani, somali, eritrei e sudanesi, provengono quindi da zone di conflitto o da paesi con dittature. Donne e uomini, ma spesso anche bambini, che se riuscissero ad acccedere ad una procedura corretta di asilo otterrebbero la protezione internazionale.

In particolare afghani, iracheni e iraniani sono entrati in Europa dalla Grecia, dove sono stati segnalati e, come sapete, la Grecia ha un tasso pressoché nullo di riconoscimenti di asilo politico, quindi sono costretti a mettersi in viaggio per raggiungere l’Italia, da lì la Francia, dove cercano di chiedere asilo ma in base alla convenzione di Dublino non possono farlo; infine tentano anche in Inghilterra, un po’ per sbaglio, un po’ per sfida, forse sperando che in Inghilterra sia anche più semplice vivere in condizione di irregolarità, ma questo non è più troppo vero in realtà.

I migranti delle restanti nazionalità provengono invece dall’Italia, una buona parte di loro ha ottenuto i documenti in Italia, ciononostante lasciano il paese perché riferiscono di condizioni di vita pessime, anche per i rifugiati. Addirittura molti hanno scelto di non presentare domanda di asilo in Italia perché conoscevano già la condizione dei rifugiati in questo paese e una volta usciti dai campi di reclusione in Sicilia o a Lampedusa provano a presentare la richiesta di asilo in Francia o in Inghilterra. Riferiscono che in Italia non viene fornito ne un alloggio, ne un lavoro, ne corsi di lingua italiana; raccontano che la maggioranza dei richiedenti asilo in Italia vive in grandi squat a Roma e Milano oppure è impiegata in nero nei campi agricoli nel sud Italia anche se ha i documenti ed è pagata meno dei lavoratori italiani. Le persone dormono in alloggi di fortuna o nelle chiese e dopo un paio di anni di questa vita decidono di partire verso un altro paese.

In generale ho notato alcune tendenze ricorrenti nel descrivere le condizioni di vita nei vari paesi da parte dei sans papiers, ad esempio la Grecia è descritta come un luogo dove lo Stato non vuol dare i documenti ma la gente è simpatica, riguardo all’Italia c’è la convinzione che lo Stato dia i documenti ma la Polizia e la gente siano completamente intolleranti nei loro confronti, in Francia la gente è simpatica e tollerante ma la Polizia li brutalizza, ogni volta hanno quindi l’impressione che altrove sia meglio, per questo cercano di spostarsi.

D: Arrivati nei pressi di Calais, come attraversano il tunnel? Il sistema presenta per te alcune somiglianze con la realtà di Patrasso?

R: In effetti la situazione può somigliare alla realtà di Patrasso. Le persone cercano di salire sui camion che attraversano l’eurotunnel, sia nascondendosi all’interno dei tir che attaccandosi all’esterno.
I migranti in condizioni più difficli, come i bambini e le donne, cercano di fare questa operazione nei villaggi di campagna, magari mentre i tir sono fermi in aree di servizio o lungo le aree di sosta sull’autostrada. I controlli della polizia francese e inglesi sono strettissimi e particolarmente severi.

D: Quali sono i dispositivi di controllo e come si dispiegano i sistemi di repressione della circolazione delle persone?

R: Per la sorveglianza del porto vengono spesi ogni anno circa 12 milioni di euro, investiti in agenzie di sicurezza private, in sistemi di sicurezza teconologici quali radar, sistemi di rilevazione della temperatura corporea e della respirazione in grado di individuare esseri umani tra le merci, raggi infrarossi, cani e tutti i sistemi di videosorveglianza immaginabili. Ci sono poi i corpi di polizia francesi e inglesi, in Francia sono i CRS ad organizzare gli interventi per molestare i migranti al fine di scoraggiarli e terrorizzarli. La condotta della polizia verso i migranti è quella dell’umiliazione quotidiana, tra insulti e minacce, ma anche violenza fisica: rastrellamenti, manganellate, spedizioni poliziesche a qualsiasi ora di giorno e di notte con lancio di lacrimogeni dentro alle capanne, fermi quotidiani e trattenimento per diversi giorni in celle di polizie, dove ammanettati, tenuti in condizioni disumane, umiliati ed insultati, senza poter andare in bagno, senza cibo. Questo tipo di fermi in guard à vue possono essere ripetuti anche nel giro di poche ore, per esempio un migrante viene rilasciato e dopo poche ore è poi nuovamente fermato e incarcerato da un’altra pattuglia mentre cammina per la strada. Questo succede ogni giorno.

D: La criminalizzazione dei dei sans papiers da parte dei paesi europei passa sempre più anche attraverso una domanda di collaborazione forzata verso soggetti pubblici, come insegnanti, medici. Sappiamo che in Francia la pressione è però molto forte anche verso le associazioni e in generale tutti coloro che cercano di difendere i sans papiers dal controllo e dalla repressione.

R: In Francia molte persone, e non solo volontari di associazioni, aiutano le famiglie sans papiers o i loro figli, quando i genitori vengono arrestati, a nascondersi. Le sanzioni sono pesanti, si può arrivare fino a 30 mila euro di multa e prevedono da 3 a 5 anni di reclusione.
In Francia non esiste il reato di clandestinità, esiste però il delitto di favoreggiamento all’ingresso e al soggiorno irregolare. In questa categoria possono rientrare i passeurs così come chiunque ospiti un sans papiers senza casa.

Questa legge di fatto diventa un pretesto per una repressione costante degli attivisti e dei volontari, che subiscono fermi in guard à vue, perquisizioni eccetera con l’intento di intimidire. Ci sono persone che hanno ricevuto una condanna, ad esempio ci sono francesi che hanno accettato di offrire il loro passaporto affinché dei richiedenti asilo – che non hanno nessun mezzo di sostentamento dal momento che è vietato che lavorino - potessero ricevere il denaro dai loro familiari attraverso la Western Union. Sono stati condannati con pena sospesa, i loro documenti di identità possono essere ritirati, possono essere assegnati ad una residenza fissa con divieto di allontanamento.

Ogni mese i volontari sperano che queste persone aiutino a dare da mangiare ai migranti di calais perchè ci sono quasi 1100 persone che devono mangiare, che non hanno neanche la possibilità di lavarsi, e chi li aiuta rischia di essere fermato dalla polizia e le cose possono andare molto male perchè tra la polizia ci sono molte persone razziste e violente con i migranti e spesso anche con i volontari.

C’è un altra legge molto utile contro i volontari, la legge di oltraggio a pubblico ufficiale che dovrebbe essere utilizzata quando la polizia viene insultata o aggredita, ma molti poliziotti a calais la usano automaticamente q quando incontrano un volontario che non è abbastanza “sottomesso”, e che si intromette per cercare di difendere i migranti, quindi si incorre in multe o alla prigione se la cosa si ripete, inoltre vengono usate le intercettazioni sulle telefonate dei volontari.

Neva Cocchi, Melting Pot Europa