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Respinti in Libia - Realismo politico ed omissioni di soccorso cancellano gli obblighi di protezione e di salvataggio in mare.

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

8 giugno 2010

(Melting Pot Europa aveva ieri lanciato un appello perché queste persone non venissero respinte. Alla nostra si era unita la voce di molti altri ma tutto è stato vano.
Contro tutti i respingimenti e per il diritto d’asilo rimane la campagna Welcome! Indietro non si torna. Per non restare a guardare mentre cose come questa accadono).

1. Questa volta non abbiamo assistito ad un altro conflitto di competenze tra Italia e Malta , come lo scorso anno nel caso del mercantile Pinar che nella giornata di giovedì 16 aprile 2009, nelle acque del Canale di Sicilia, salvava 154 migranti in procinto di annegare, recuperando anche il corpo di un cadavere, una giovane donna in stato di gravidanza, rimasta per quattro giorni dentro un sacco di plastica. Sulla nave bloccata dalle autorità italiane nella zona contigua alle acque territoriali a sud di Lampedusa. Questa volta non sono arrivati giornalisti che avrebbero documentato gli inauditi livelli di infamia raggiunti dalle pratiche di respingimento collettivo in alto mare, ormai assimilate dal senso comune della “gente”, massa amorfa di consumatori stretti tra il proprio egoismo e la crisi economica che sta investendo anche i paesi “ricchi”, malgrado (o forse proprio a causa del) le “armi” dello sbarramento e dell’esclusione che si praticano quotidianamente contro i migranti.

Questa volta si trattava “soltanto” di 25 profughi eritrei, tra i quali almeno sei donne ed un bambino di circa un anno, partiti, meglio, fatti partire su un piccolo battello dalla costa della Libia,persone che avevano lanciato una richiesta di soccorso la sera di domenica 6 giugno quando si trovavano in acque internazionali, in quella vastissima zona di mare che rientra nella competenza SAR ( ricerca e soccorso) di Malta, esattamente nella stessa zona dove negli anni 2007 e 2008 le autorità italiane avevano tratto in salvo decine di migliaia di migranti. Oggi però le consegne sono diverse, e lo stesso ministro dell’interno, che ricordando quei salvataggi, non certo merito del suo governo, si è difeso dalle critiche di tutte le agenzie internazionali, del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea, per i respingimenti collettivi praticati dall’Italia dal 6 maggio 2009, ha adesso ordinato alle autorità italiane, le prime ad essere allertate, di non intervenire, lasciando che la questione forse risolta tra Malta e la Libia. Un vero e proprio caso di omissione di soccorso, perché i naufraghi si trovavano in evidente stato di pericolo ed avevano manifestato chiaramente la volontà di richiedere asilo, tramite loro parenti e rivolgendosi alle autorità italiane ed all’Alto Commissariato delle nazioni Unite per i rifugiati, richieste ignorate dal governo italiano e da quello maltese. E questi due paesi non hanno smentito la loro tradizionale “disumanità” nei confronti dei profughi, ed in generale di tutti i migranti a rischio di naufragio nelle acque del Canale di Sicilia, lasciando – si può ritenere a questo punto in attesa di conferme dirette- che fossero unità militari libiche a riprendersi i fuggitivi.
Come si apprende dalle agenzie di stampa maltesi, infatti, le autorità della Valletta hanno chiamato un mezzo della marina libica, probabilmente una delle motovedette fornite dall’Italia, per riportare in Libia quei poveri corpi in cerca di salvezza, ancora prigioni, violenze sulle donne ed un futuro negato per quel bambino che si trovava a bordo della piccola scialuppa “restituita” dai maltesi ai libici.

2. L’accordo di cooperazione di polizia tra Malta e la Libia, siglato il 30 luglio 2008 a margine della visita del presidente maltese Edie Fenech Adami a Tripoli, con l’obiettivo di precisare le rispettive competenze su aspetti come i sistemi d’allarme, il coordinamento dei soccorsi, la gestione delle domande di assistenza da parte degli immigranti, e lo scambio delle informazioni, come riferiva l’agenzia ufficiale libica Jana, evidentemente funziona molto bene, anche perché si basa sulla soluzione del lungo contenzioso che ha diviso a lungo i due stati sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, con il consueto contorno di trivellazioni e di piattaforme in acque internazionali. L’esempio degli accordi tra Italia e Libia evidentemente ha fatto scuola. Come al solito in difesa di concreti interessi economici, sulla pelle dei migranti, con particolare accanimento su donne e bambini in fuga dai lager libici. E questo si può affermare con tutto il dovuto “rispetto” per gli ufficiali di collegamento italiani che da anni collaborano con la polizia libica, e che non possono non essere a conoscenza degli abusi e delle atroci violenze che i carcerieri libici infliggono ai loro detenuti, con agenti pronti a farsi corrompere non appena qualcuno dei migranti raggiunga telefonicamente un parente più fortunato che si trova già in Europa. Una situazione sulla quale nessuno potrà adesso intervenire dopo la chiusura dell’unico ufficio dell’ACNUR presente in Libia da anni, nonostante questo paese non aderisca alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Una chiusura che potrebbe essere stata decisa da Gheddafi per sbarazzarsi di scomodi testimoni, troppe probabilmente le visite ai migranti respinti in Libia dall’Italia, e forse anche per evitare che altri “respinti” potessero fare ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo, come successo lo scorso anno, dopo i respingimenti effettuati dalla nave Bovienzo della Guardia di finanza il 7 maggio 2010 (ben documentati dalla trasmissione “Respinti” di Riccardo Iacona, trasmessa a settembre dello scorso anno dalla RAI). Con la chiusura dell’unico ufficio Acnur in Libia non si potranno neppure effettuare quelle piccole operazioni di reinsediamento (trasferimento di piccoli gruppi di richiedenti asilo dalla Libia verso paesi di accoglienza, appena qualche centinaio l’anno) che costituivano la “foglia di fico” dietro la quale nascondere tutta la violenza delle pratiche generalizzate di detenzione arbitraria e di trattamenti disumani o degradanti. Trattamenti inumani o degradanti che vengono imposti ai migranti a migliaia non appena sono raggiunti dalle motovedette italo-libiche e che poi proseguono una volta giunti a terra.

In quest’ultimo caso, secondo quanto riferiscono lunedì 7 giugno le agenzie di stampa maltesi, mentre in Italia opera già una censura “militare”, i migranti sarebbero stati “consegnati” a mezzi della marina libica e dovrebbero essere condotti verso un porto libico per essere successivamente rinchiusi in un centro di detenzione, in vista di una possibile espulsione in Eritrea. Dopo l’incidente diplomatico della nave Pinar, italiani e maltesi hanno dunque ritrovato una grande “armonia”, all’insegna del cinismo più bieco e della ragion politica che si traduce nell’omissione di soccorso e nella violenza privata, fatti sui quali diverse procure siciliane stanno indagando dopo i respingimenti collettivi verso la Libia effettuati lo scorso anno.

3. Rimane intanto poco chiara, affidata ai rapporti di forza tra gli stati, la determinazione delle regole di responsabilità negli interventi di contrasto dell’immigrazione irregolare, nei quali si verifichino eventi che dovrebbero rientrare nella definizione internazionale di azioni di salvataggio. Una serie di nozioni indefinite sulle quali gli stati non concordano più, sulle quali neppure l’Unione Europea è riuscita a fare chiarezza, pure tentando di imporre alle unità di Frontex, con le sue ultime decisioni, il rispetto dei diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita. Una posizione questa che ha forse indotto Malta a rifiutare le sue basi per l’operazione Frontex denominata Chronos 2010, operazione che a seguito del rifiuto maltese è stata soppressa.

Nessun passo avanti effettivo però, rispetto alle regole di ingaggio e di assistenza delle unità di Frontex. Lo scorso anno appunto, The Times of Malta riferiva le dichiarazioni di un portavoce di questa agenzia del 15 maggio 2009, secondo cui, "at the moment Frontex does not plan to change the operational plan for the Nautilus 2009. The Italian development is based on bilateral agreements between Italy and Libya. Frontex is coordinating cooperation between member states but the command and control stays in hands of the hosting country." Tali linee guida non avevano tuttavia impedito alle unità aero-navali di Frontex di segnalare, per tutta l’estate del 2009, ai mezzi della Guardia di Finanza con base a Lampedusa, la posizione delle barche che venivano poi intercettare in poche ore dai mezzi italiani e riconsegnati alle unità italo-libiche. Quest’anno, in assenza di operazioni Frontex attive nel canale di Sicilia, si può prevedere che aumenteranno i casi di omissione di soccorso, come quello che si sta verificando in queste ore, e che un numero rilevante di imbarcazioni cariche di migranti sarà intercettato direttamente dai mezzi italo- libici, alle quali si sta progressivamente affidando il controllo delle acque internazionali, in prossimità del limite da sempre assai“elastico” delle acque territoriali libiche, almeno fino a quando i loro equipaggi, malgrado l’addestramento impartito dagli italiani, non li manderanno fuori uso.

Dietro le pratiche più disumane si fatica a trovare brandelli di razionalità. I recenti accordi tra l’Agenzia europea Frontex e la Agenzia per i diritti umani dell’Unione Europea potrebbero far ritenere a Malta che le unità militari di Frontex finanziate da Bruxelles (quest’anno con uno stop alla crescita esponenziale del budget registrata negli anni precedenti) non effettueranno più respingimenti collettivi verso la Libia, e dunque, per le note posizioni di chiusura dell’attuale governo italiano, Malta si troverebbe esposta ad obblighi di accoglienza che la sua popolazione non vuole e in parte non può) sostenere. Mentre continua la latitanza dell’Europa sulla distribuzione degli oneri di accoglienza dei richiedenti asilo, ormai la maggior parte, se non la totalità, di coloro che tentano l’attraversamento del Canale di Sicilia in fuga dalla Libia.

Le autorità maltesi non hanno neppure apposto la firma agli ultimi protocolli internazionali, stipulati nel 2006, sulle zone di salvataggio (zone SAR), sottoscritti invece dall’Italia. Trattandosi di materia di diritto internazionale, non si comprende peraltro quale ruolo possa giocare l’Unione Europea, invocata dai ministri interessati. L’Unione Europea non sembra d’accordo neppure sul finanziamento delle missioni FRONTEX, bloccato per quest’anno al livello del 2009, o sulla revisione del Regolamento Dublino II, in base al quale si dovrebbe determinare lo stato competente per l’esame delle domande di asilo, e non è riuscita neppure ad imporre ai diversi paesi un regime uniforme in materia di protezione internazionale, malgrado la montagna (comunitaria) abbia partorito adesso il “topolino”, l’Agenzia europea per il diritto di asilo. Risulta intanto sempre più evidente che Malta ha preteso per ragioni meramente economiche la massima estensione della zona SAR, eredità della seconda guerra mondiale, e della “quasi” corrispondente “zona di esclusivo interesse economico” (ZEE), ma non ha i mezzi aeronavali, la capacità ricettiva, né la volontà politica di accogliere nel suo territorio tutte le persone che vengono salvate nella zona di soccorso che sarebbe di sua competenza. Sono anni, peraltro, che le autorità di Malta, sede delle missioni periodiche di Frontex, chiedono soccorso all’Europa senza ricevere aiuti sostanziali. Ma da anni Malta non garantisce procedure eque ed assistenza dignitosa ai richiedenti asilo in aperta violazione di importanti direttive comunitarie.

4. Per i naufraghi eritrei che potrebbero essere riconsegnati in queste ore ai libici, il mancato accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale comporta la violazione da parte di Malta della Direttiva 2004/83/CE recante norme minime sull’attribuzione ai cittadini di paesi terzi o apolidi della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta. E potrebbe essere violato anche l’art. 21 paragrafo 1 obbliga gli Stati membri a rispettare il principio di non refoulement (non respingimento) in accordo con gli obblighi internazionali. Toccherà alle corti internazionali ed ai tribunali comunitari stabilire la responsabilità delle autorità maltesi e la rilevanza delle decisioni italiane nella attuazione delle procedure di respingimento collettivo da parte di Malta. Ma probabilmente il coinvolgimento delle unità italo-libiche chiamate ad intervenire in acque internazionali potrebbe “alleggerire” la posizione del governo maltese, e di quello italiano, che qusta volta non sarebbero intervenuti direttamente con le loro unità, anche se rimane sempre il profilo dell’omissione di soccorso e della violazione del principio di non respingimento per avere malta impedito l’accesso nelle acque territoriali, in particolare per Malta, come paese responsabile della zona SAR e dunque responsabile del coordinamento delle operazioni di salvataggio. E l’intercettazione di un mezzo carico di “clandestini” in acque internazionali non può escludere il carattere di salvataggio degli interventi che assumono anche le caratteristiche del soccorso in mare, considerando la qualità dei mezzi, il numero di persone imbarcate e le loro qualità o condizioni, lo stato del mare e la distanza dalle coste. Ancora più preoccupante è l’effetto “annuncio” che sortirà in futuro l’intervento delle motovedette italo-libiche dopo il rimpallo di responsabilità tra Italia e Malta sulle competenze per le azioni di salvataggio. Sono già numerose le testimonianze di quanti, dopo lo sbarco in Sicilia, raccontano di imbarcazioni commerciali che non si sono fermate per prestare soccorso, anche perchè l’esito dei processi in corso in Sicilia a carico di quanti avevano operato interventi di salvataggio appare assai contraddittorio, con le assoluzioni nel caso Cap Anamur e le condanne in primo grado, ad Agrigento, nel caso dei pescatori tunisini. Per ridare fiducia ai comandanti delle imbarcazioni che potrebbero effettuare interventi più tempestivi di salvataggio della vita umana a mare, conducendo i naufraghi in un “porto sicuro” e non necessariamente nel porto più vicino o in quello di bandiera, occorre abolire le sanzioni penali che ancora in questi mesi lo stato italiano cerca di infliggere a quanti hanno risposto alle richieste di aiuto di chi era in procinto di affondare. Dopo la conclusione di questa ennesima vicenda di “quotidiana disumanità”, con l’ennesima “ordinary rendition” degli eritrei alla Libia, converrà chiarire una volta per tutte gli obblighi di soccorso e protezione internazionale che incombono, quale che sia la portata delle convenzioni SAR, tanto su Malta che sull’Italia, paesi che appartengono entrambi all’Unione Europea ed al Consiglio d’Europa e sono dunque soggetti alla giurisdizione della Corte di Giustizia di Lussemburgo e della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

5. Il 21 gennaio 2010, il Consiglio dell’Unione Europea ha emesso una Decisione in merito alle operazioni marittime di controllo delle frontiere svolte da Frontex. Vengono definite le regole vincolanti per le operazioni marittime di controllo dei confini e le linee guida non vincolanti che regolano le situazioni di soccorso e “disimbarco” delle persone recuperate in mare durante tali operazioni. Nella Decisione del Consiglio, si ribadisce il principio di non respingimento, anche verso paesi che a loro volta non rispettano tale divieto, come appunto la Libia, e si aggiunge che, qualora per questa ragione non fosse possibile effettuare lo sbarco dei migranti intercettati in mare nel paese di provenienza, tale sbarco dovrebbe avvenire in un porto dello Stato che ospita le operazioni di Frontex. Un orientamento assai chiaro, più che in passato, anche se non ancora vincolante, che probabilmente ha indotto Malta a non rinnovare la sua disponibilità ad ospitare in futuro altre missioni di Frontex. Per alleggerire la posizione di Malta e degli altri paesi dell’Europa mediterranea, l’Unione dovrebbe rivedere il Regolamento Dublino, sullo stato competente per ricevere le richieste di asilo, oppure prevedere una distribuzione dei rifugiati (burden sharing) che raggiungono le frontiere esterne, ma in questa direzione sono anni che si discute senza risultati concreti.

Si deve osservare a questo punto come tutti gli stati europei, e dunque Malta non meno che l’Italia, siano tenuti a rispettare le normative internazionali e comunitarie, anche con riferimento alle richieste di protezione internazionale, non solo nel proprio territorio, ma anche quando operano con propri agenti al di fuori dei confini territoriali, come nelle acque internazionali. Lo stesso Regolamento Schengen recentemente modificato, precisa che, nello svolgimento delle azioni di contrasto dell’immigrazione irregolare, la condotta dei mezzi che intervengono deve essere sempre improntata alla salvaguardia della vita umana ed al rispetto della dignità della persona. Prescrizioni che dal 2007 al 2008 erano state scrupolosamente osservate dagli interventi di soccorso della nostra Marina Militare, anche in acque internazionali che ricadevano nella zona SAR di Malta o della Libia. Oggi però le cose sono evidentemente cambiate per effetto degli accordi tra Italia, Malta e Libia. Adesso anche Malta, come lo scorso anno l’Italia, sta avviando la pratica dei respingimenti collettivi verso la Libia, una pratica vietata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ( art. 19) della quale anche Malta è firmataria, come qualunque stato dell’Unione Europea. Ci sarà un giudice a Lussemburgo, o a Strasburgo?

Per quanto riguarda l’Italia rimane poco da aggiungere, si possono solo registrare le violazioni più gravi, ormai sistematiche, di tutti i diritti umani che andrebbero riconosciuti ai migranti, in attesa che tali abusi vengano sanzionati da qualche tribunale internazionale o dai giudici interni. Ma l’attesa potrebbe essere assai lunga, oltre che vana, ed allora intanto non rimane che produrre memoria di fatti che macchieranno per sempre la coscienza civile del nostro paese, se non la coscienza di chi lo governa. L’apparente successo del blocco degli sbarchi a sud, se proseguirà anche nel corso dell’estate, non potrà fare dimenticare la condizione disperata nella quale si trovano i potenziali richiedenti asilo bloccati in Libia, o riconsegnati dalle autorità maltesi alle motovedette italo-libiche. Un “successo storico” pagato veramente a caro prezzo, mentre le domande di asilo in Italia sono dimezzate rispetto allo scorso anno, e la clandestinità dilaga ovunque e comunque, anche per effetto dei provvedimenti di stampo puramente repressivo contenuti nei vari pacchetti sicurezza.

Si sono dunque avverate le dichiarazioni di Maroni, dopo lo sbarco in Italia dei naufraghi salvati lo scorso anno dalla nave turca Pinar, quando affermava che il caso “non costituirà un precedente” , ed in effetti il ministro è stato di parola in quanto, come gli “sbarchi”, gli interventi di salvataggio che si concludevano con lo sbarco in un porto italiano sono drasticamente ridotti rispetto al passato. Se si continueranno a seguire le stesse linee di intervento, meglio dire di blocco, oppure di omissione di soccorso, ovvero se si insisterà nell’affermare la competenza delle autorità maltesi, anche a poche miglia dalle coste di Lampedusa, un numero assai elevato di interventi di salvataggio potrebbe essere procrastinato, o addirittura impedito, per decisione dei ministeri dell’interno. Con quali conseguenze per la salvaguardia della vita umana in mare e per i diritti dei potenziali richiedenti asilo o di altri soggetti vulnerabili, come i minori non accompagnati e le donne in gravidanza ( spesso vittima di stupri), è purtroppo facile prevedere.

Fulvio Vassallo Paleologo

Università di Palermo