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Tripoli ammette: sono 245 gli eritrei consegnati dall’Italia

di Umberto De Giovannangeli

da L’Unità del 10 luglio 2010

10 luglio 2010

Tripoli dà i numeri. E mette nei guai l’Italia. In Libia, rileva una nota del ministero degli Esteri della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista libico (ore 21:03 di giovedì scorso) citata dall’agenzia ufficiale Jana e ripresa dalla Reuters , ci sono 400 rifugiati in totale, 245 dei quali sono stati respinti da pattuglie italiane e consegnati a Tripoli. Duecentoquarantacinque: un numero che ricorre in queste drammatiche giornate.
Altro che liberazione. Altro che «caso chiuso».
A sottolinearlo, in una lettera inviata dal presidente del Cir (Centro Italiano Rifugiati),Savino Pezzotta, è il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
«Nella lettera - riferisce Christopher Hein - direttore del Cir - afferma anche che la vicenda continuerà a essere seguita “con la dovuta urgenza” nell’auspicio che possano essere rapidamente chiarite le ragioni che hanno determinato la richiesta di aiuto dei rifugiati eritrei e che sia fatta luce sulle condizioni della loro permanenza presso i campi profughi della Libia».
Carcere e lavori forzati Rischiano i lavori forzati i 245 rifugiati eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak, nei pressi di Sebah. Non sono solo associazioni umanitarie a paventarlo. A denunciarlo è anche il giurista Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo. «L’accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro» annunciato dal ministro della Pubblica Sicurezza libico, il generale Younis Al Obedi, che prevede «lavoro socialmente utile in diverse shabie (comuni) della Libia» nasconde, secondo Paleologo, una forma diversa di detenzione nei campi di lavoro libici.
Il documento si intitola «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi) in riferimento alla scritta che campeggiava all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Paleologo denuncia che «una parte soltanto dei detenuti di Sebah ha accettato» e che questa condizione «non permetterà loro alcuna libertà di circolazione, come spetterebbe a qualunque titolare del diritto di asilo, e li consegnerà ad una rigida catena gerarchica che esigerà da loro un vero e proprio lavoro forzato».
Paleologo si chiede ancora: «Che fine faranno poi coloro che non accetteranno l’imposizione di questa ulteriore deportazione? Quali mezzi di persuasione verranno impiegati?». Nel documento si sottolinea che: «Il lavoro promesso in cambio della libertà appare solo come un tentativo di disperdere il gruppo di profughi eritrei, da giorni vittima di torture e violenze da parte della polizia libica, e rendere più difficili le inchieste internazionali sulle responsabilità di questa ennesima deportazione violenta subita da persone che avrebbero dovuto essere accolte come rifugiati». Il giurista palermitano sostiene che diverse testimonianze raccolte smentiscono le dichiarazioni del ministro dell’Interno Roberto Maroni, il quale ha negato il coinvolgimento del governo italiano nella vicenda dei profughi eritrei trattenuti in Libia perché non sarebbe dimostrato che si tratti delle stesse persone respinte in mare dall’Italia. «La Corte Europea dei diritti dell’Uomo potrebbe emettere una sentenza di condanna per i respingimenti collettivi verso la Libia, vietati da tutte le convenzioni internazionali», ricorda Paleologo, che entra nel merito degli accordi bilaterali tra l’Italia e altri 30 Paesi. «Il governo italiano non vuole ammettere che gli altri accordi bilaterali sono solo accordi di riammissione, ma non prevedono il respingimento collettivo in acque internazionali, come nel caso degli accordi con la Libia - scrive il giurista - Lo stesso accordo tra Spagna e Marocco, troppo spesso richiamato a sproposito, ha consentito il respingimento di natanti fermati in acque marocchine, e non in acque internazionali, ed in ogni caso il Marocco, a differenza della Libia, aderisce alla Convenzione di Ginevra e consente, sia pure con gravi limiti le attività dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati». Viene ricordato un episodio di grave violazione dei diritti umani. «Nei giorni scorsi centinaia di nigerini presenti in Libia sono stati deportati in Niger, come riferisce la stessa agenzia di stampa ufficiale Jana, senza che a nessuno di essi fosse consentito chiedere asilo in Libia o far valere la protezione internazionale", scrive ancora Paleologo. Altro che «caso chiuso». La richiesta al governo italiano, rilanciata dalle associazioni umanitarie e da un fronte parlamentare «bipartisan» ha un nome: reinsediamento. A chiederlo sono anche molti dei 245 eritrei «liberati». «Non lasciateci in balia dei libici», è il loro appello. Il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg afferma in una nota ufficiale di avere informazioni circa il fatto che i migranti sarebbero stati sottoposti a violenze dalla polizia libica, e che diversi di loro sarebbero rimasti feriti in modo serio. «Ci sono circa 400 migranti illegali dell’Eritrea detenuti in centri in Libia e vengono trattati come ospiti temporanei», puntualizza un comunicato del ministero degli Esteri libico citato dall’agenzia ufficiale Jana.
«Le autorità libiche hanno aperto i centri di detenzione agli organismi umanitari e ai rappresentanti diplomatici perché testimonino le condizioni e il trattamento dei migranti», sostiene l’agenzia. «È una cosa che di per sé smentisce le accuse di maltrattamento».