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Anno Zelo

di Francesco Casoni

Articolo pubblicato dal settimanale Carta del 10 settembre 2010, n. 29

15 settembre 2010

Per il Clandestino Day quest’anno il Polesine sarà il centro del Veneto. Proprio in provincia di Rovigo, infatti, potrebbe sorgere uno dei quattro nuovi Centri di identificazione ed espulsione per immigrati irregolari che il ministero dell’interno ha in programma di realizzare in altrettante regioni italiane.

È stato lo stesso ministro Roberto Maroni a confermare, nel corso del Meeting di Rimini, voci che circolavano da settimane: il nuovo centro sorgerà nell’ex base Nato di Zelo, un piccolo paese di quattrocento anime tra i comuni di Giacciano con Baruchella e Ceneselli, in un’area isolata tra le campagne al confine con il veronese. Della vecchia base missilistica, abbandonata da anni, il governo vorrebbe utilizzare l’area logistica. Gli oltre 80mila metri quadrati di terreno con venti edifici che un tempo accoglievano i militari del settantanovesimo Gruppo intercettori teleguidati, domani potrebbero imprigionare persone con la sola colpa di non avere un documento in regola. Del resto la base è il posto ideale per un Cie: lontanissima dai centri abitati non è semplicemente isolata, ma di fatto invisibile agli occhi.

La notizia non ha fatto insorgere solo la sinistra, ma seppure con molti distinguo anche il centrodestra polesano. Nettamente contrari i sindaci di centrodestra dell’area, altrettanto furiose le reazioni del Pdl, per niente entusiasta perfino la Lega Nord, divisa tra i fedeli al partito [magari chiedendo una contropartita in cambio dello scomodo fardello] e chi minaccia di fare resistenza. Nell’oceano in tempesta di dichiarazioni, polemiche ed attacchi, a prevalere è tuttavia la visione del Cie come «problema locale». Insomma, quella di chi semplicemente non vuole un insediamento «scomodo» nel proprio giardino di casa. Tant’è che tra i «contrari» c’è chi si limita a indicare sedi «più opportune» in cui costruire lo sgradito centro. Per non parlare delle speculazioni politiche: tanto per il centrosinistra, quanto per il Pdl l’occasione è ghiotta per regolare i conti con la Lega del governatore veneto Luca Zaia, accusata di imporre le scelte dall’alto in barba alle chiacchiere sul federalismo.
Si contano sulle dita di una mano, invece, le prese di posizione contro il Cie in quanto tale. Tra questi, gli interventi della Federazione della sinistra e di Sinistra e libertà, ma anche di esponenti del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico. Fuori dai giochi della politica, l’attacco più dirompente arriva da parte del vescovo, Lucio Soravito De Franceschi, che al Cie riserva parole di scomunica: «Il problema - dichiara alle pagine locali del Resto del Carlino - non è se costruire o meno il Cie a Zelo, ma se tali strutture rappresentano la strada giusta per risolvere la questione immigrazione. Personalmente, sono convinto che questa non sia la soluzione. Non voglio entrare nel dibattito politico. Dissento, però, in maniera decisa dalla scelta di costruire un centro di identificazione ed espulsione in qualsiasi luogo».
Questa fase, in cui l’attenzione della stampa locale e della popolazione è più alta verso l’argomento, è propizia per tornare a raccontare l’orrore dei Cie. Per provare a riaprire un dibattito che non riduca il problema della struttura di Zelo a querelle locale, che il Clandestino Day polesano sarà una giornata di mobilitazione, con l’intento di coinvolgere associazioni, movimenti ed esponenti della società civile quanto meno di tutta la regione. E magari costituire una rete permanente che mantenga alta l’allerta nei mesi futuri, quando il progetto potrebbe delinearsi più nettamente, se non addirittura concretizzarsi. Ad accendere le polveri è un appello diffuso quest’estate da alcuni rappresentanti di associazioni locali attraverso il sito di Carta Estnord (www.estnord.it) pubblicato sullo scorso numero di Carta: «Tutti a Zelo per dire ‘no’ alla trasformazione della base militare in un lugubre lager del ventunesimo secolo».

La manifestazione, ribadisce l’appello, non può e non deve essere un evento puramente locale. Il Cie sarà la prima struttura in Veneto e accoglierà migranti di tutta la regione. Prosegue il testo: «È urgente spostare l’attenzione dal problema locale all’esistenza del Cie in sè, struttura totalitaria che non dovrebbe esistere in un paese civile». Infine, per provare ad aggregare idee, progetti, iniziative con il più ampio coinvolgimento delle reti di associazioni e movimenti del Veneto.
Il 24 settembre debutterà una rete allargata alle altre province e all’intero nordest, che veda protagonisti tutti i soggetti convinti che il Cie non si deve fare. Né a Zelo, né altrove.

Nell’arco di pochi giorni all’appello hanno aderito varie associazioni della provincia, ma sono arrivate anche adesioni dalle province limitrofe, dall’Auser alle associazioni cattoliche (Beati costruttori di pace e Noi siamo chiesa), da Arcisolidarietà a Emergency, da realtà storiche come Assopace, Centro Documentazione Polesano, Fionda di Davide, Centro Francescano di Ascolto a organizzazioni nate da cittadini immigrati (African Diaspora Nigerian Women, Folkloriamo Martisor). E, ancora, attivissime realtà locali come l’associazione «Il fiume», l’associazione Di tutti i colori, il circolo Arci Ridada, il Progetto Melting Pot Europa, l’ampio coordinamento «Tuttidirittimanipertutti». Aderiscono anche i partiti di sinistra che hanno preso posizione contro i Cie e la Fiom regionale, mentre all’elenco si aggiunge un tassello ogni giorno.
Ai primi organizzatori, che si sono incontrati finalmente dopo settimane di contatti frenetici, è apparsa chiara una cosa: c’è un programma per il 24 settembre, che già prevede una manifestazione la mattina davanti alla prefettura rodigina e un incontro sui Cie proprio a Zelo, e c’è una mobilitazione da costruire dopo questa data.
Con raccolta di firme, serate informative, festival e nuove manifestazioni, perchè non si spenga l’attenzione sulle politiche disumane di questo governo contro i migranti.
A partire da quanto accade a pochi chilometri da noi.