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Lampedusa - ll CIE di Contrada Imbricola e i rifugi per minori non accompagnati

Reportage, foto, video, del Progetto Melting Pot Eurpa

26 marzo 2011

Lampedusa - Centro Contrada Imbricola = Cie.
Al centro dei riflettori da diversi anni per l’inadeguatezza della struttura. Dal porto partono ogni giorno i pullman con una cinquantina di migranti - destinazione Cie per essere identificati. Addentrandosi per le stradine non asfaltate, seguendo giovani tunisini a piedi e proseguendo di mini accampamento in mini accampamento: l’odore del pesce su fuochi improvvisati, i panni stesi su stendini di fortuna, le domande in francese per capire chi sei, cosa fai qui, in mezzo al nulla, dall’alto all’improvviso rete e cemento. L’imponente struttura del Cie si inalbera tra ciotolato e cespugli e rivela immediatemente mille contraddizioni e una complessiva assurdità. Il sentiero è ben tracciato. La rete non tiene più. L’accesso libero.

In entrata e uscita. Dentro come fuori: accampate centinaia e centinaia di persone. Molte ammassate in stanze sovraffolate. Le condizioni igienico-sanitarie assenti. Caos. Dentro come fuori. Lo stesso odore di cibo, di vestiti bagnati, di inadeguatezza di servizi, di sovraffolamento. Sulle pareti della prima stanza a sinistra le scritte a bomboletta ricordano luoghi di provenienza: "w la Tunisia". Appena eravamo saliti sulla collina l’avevamo riconosciuto, ce lo ricordavamo dopo i nefasti del 2009 quando a seguito della conversione da centro di accoglienza in centro di detenzione, i migranti rinchiusi dentro la struttura strapiena diedero alle fiamme tutto, scatenando una rivolta che mise alle strette Maroni e l’intero governo italiano. Le mura bianche e gli alti prolungamenti antiarrampicamento, le sbarre alle finestre e gli operatori della cooperativa che gestisce il centro assediati durante lo spostamento dei vettovagliamenti. Il cie, o ciò che ne rimane dopo gli infiniti ingressi della settimana, è una nuova struttura che non detiene e non accoglie più allo stesso tempo. Non si entra perché espulsi e non si esce perchè in procinto di essere rimpatriati. Non esiste convalida di trattenimento, anzi in molti pagherebbero per trovarvi riparo pur di non dormire al freddo la notte. Ci si rifornisce, ci si accampa o si va a trovare qualche amico di quartiere con cui si è partiti dalla Tunisia.

A prima vista l’accoglienza non è gestita razionalmente, le reti che circondano il campo e che lo allungano da quello che all’apparenza rappresentava lo scheletro del vecchio centro di detenzione, sono aperte. Appena entrati veniamo condotti dagli stessi migranti a riprendere nelle stanze. Accampati l’uno sopra l’altro – persino sotto il letti – tanti ragazzi vivono alla fortuna in piccoli container tra docce e vie allagate. La precarietà sanitaria è evidente nonostante tentino in tutti i modi di autorganizzare la propria convivenza. La struttura inizialmente era composta di due sezioni, l’una per gli uomini e l’altra per donne e bambini. Dopo l’addensarsi degli arrivi su impulso delle associazioni la cooperativa ha destinato altre strutture esterne al campo per le categorie vulnerabili. I minori erano stati condotti esclusivamente al museo del mare accanto al campo da calcio e il comune, nella notte tra il 23 e 24 la stessa struttura di accoglienza eccezionale veniva occupata dagli adulti ed ora nello stesso luogo vi convivono tutti.

Abbiamo riconosciuto lo stesso museo per la presenza al di fuori di minori di età compresa tra i 13 e i 17 anni, appena entrati abbassando lo sguardo ci siamo accorti che le scarpe erano immerse nel pavimento completamente allagato. Un ragazzino ci ha fatto da guida all’interno della struttura, tra un pianoforte ed un anfora antica. Insieme al Cie il museo rappresenta una forma di campo di transito, la cui via di accesso e di uscita è libera ma il cui spazio risulta saturo per l’eccedenza delle presenze.

Altro denominatore comune di luoghi simili è il racket dei posti letto, venduti da chi per primo li occupa – anche più di uno – e poi li rivende al miglior offerente. In tutto ciò i più vulnerabili, non solo i minori, partono svantaggiati. Non riescono ad avere un tetto o perché soli, fragili, o magari senza soldi. La forma campo a Lampedusa non si concretizza nei luoghi di accoglienza o di detenzione, la stessa isola è un campo le cui strutture per il rifugio non sono altro che pedine irrilevanti di una scacchiera la cui fine è l’imbarco verso altre zone d’Italia, o della Tunisia chi può dirlo.Rimane difficile pensare a quanto possano essere state informate dei loro diritti, a quanto possano essere stati informati di ciò che accadrà nei prossimi giorni e di dove andranno a finire.

Si attende la consegna di un biglietto, prima della quale i migranti vagano di giorno come Don Chichotte e di notte come fantasmi in preda ad una sete di speranza che solo il futuro e speriamo l’avanzare del viaggio potrà loro saziare.