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Manduria - La rivoluzione possibile

di Francesco Ferri, Campagna Welcome in presidio a Manduria

3 aprile 2011

Operazione impossibili, quella di provare a schematizzare il flusso di emozioni che ci hanno investiti nella lunghissima giornata odierna.

Necessario partire, in ogni caso, dall’elemento dalla più elevata drammaticità. Un ragazzo tunisino, nella tarda mattinata, ha provato a darsi fuoco. Gesto di disperazione assoluta, in esso si colgono ragioni attinenti alla tematica generale, la fuga dalla miseria e dalla guerra, strettamente connessa al corrispettivo elemento territoriale. Il campo di Manduria risulta inadeguato a svolgere qualsiasi attività anche sono astrattamente collegabile al concetto di accoglienza.

La risposta partecipativa alle mobilitazioni odierne anche qui, a sud della provincia di Taranto, risulta rilevante. Presidio in Piazza Garibaldi, interventi dal palco da parte del presidente della regione Nichi Vendola, di un migrante tunisino sans papier, di rappresentanti di vari comitati ed associazioni. Striscioni, cartelli, colori.

Poco dopo le cinque, la rete antirazzista di Taranto e molte altre realtà decidono di spostarsi verso il vicino campo di detenzione per migranti. Il paradigma, rispetto ai giorni precedenti, appare fin da subito ribaltato. Gioca un ruolo determinante la percezione di essere in connessione, telematica ed emotiva, con le altre straordinarie mobilitazioni odierne.

Gli attivisti si posizionano di fronte all’ingresso principale del campo. I numeri e i desideri appaiono, fin da subito, consistenti. Si rivendica la necessità che almeno una delegazione di attivisti possa accedere alla struttura. Richiesta, manco a dirlo, ancora una volta rigettata.

Attivisti e forze dell’ordine per alcuni istanti si fronteggiano. Nel frattempo sul lato sinistro del campo riprendono le fughe dei ragazzi tunisini in piccoli gruppi. Ogni corsa a perdifiato è accolta da fragorosi boati e lunghissimi applausi.

Mentre ci si sposta verso la zona sinistra del piazzale, comincia ad essere percepito l’inizio di un rumoreggiare ancora distante ma già poderoso. Il tempo di voltarsi e ci si rende conto di come la percezione visiva corrisponda splendidamente alla realtà. In migliaia, tutti insieme, hanno divelto il cancello principale e si dirigono verso la strada provinciale che unisce la provincia Ionica al brindisino. La polizia osserva, attonita, una scena dalle proporzioni epocali. La zona centrale del piazzale, antistante al cancello principale, è conquistata. La polizia rimane distante, come ormai lo sono le anguste tende e le tremende recinzioni. Per infiniti, indimenticabili minuti nessuno sa cosa fare. Un’emozione è esplosa, e ci travolge. Si improvvisa un’assemblea. Fuggire immediatamente o attendere di aver fatto richiesta di protezione internazionale? Non esiste, allo stato attuale, nessuna risposta formulabile. Solo paure e sogni. Si susseguono diversi malori, soccorsi ancora una volta con intollerabile ritardo e la testimonianza di un ragazzo claudicante che racconta di come sia stato malmenato, notte tempo, da un carabiniere.

Ci guardiamo intorno. Annusiamo l’aria. Respiriamo a pieni polmoni. Un sorriso contagia i presenti, migranti e non. Il piazzale, per una settimana completamente off limits, ormai è nostro. Urla di liberazione, contatti, abbracci, scambio di numeri di telefono. Sigarette, bottigliette d’acqua, cartine.

Molti vanno via immediatamente dopo lo sfondamento. Molti altri si sono allontanati dopo aver praticato le più svariate richieste. Molti infine rientrano spontaneamente nella tendopoli, scegliendo di attendere la possibilità di fare richiesta di protezione internazionale.

Cosa verrà domani? Ignoriamo se alla maestosa rappresentazione odierna seguirà una modificazione dei rapporti di forza all’interno del campo, o se sarà ancor più potenziato l’apparato repressivo. Quel che sappiamo è che oggi, a Manduria, una rivoluzione la si è fatta.

Un cambiamento rivoluzionario nei confronti di chi gestisce il campo, per ore finalmente soggetto passivo ed inerte. Una rivoluzione che ribalta la concezione dei migranti come categoria perennemente marginale. Una rivoluzione, quella a cui abbiamo partecipato oggi, che ci stravolge. Abbiamo avuto la percezione visiva ed emotiva di come, in ultima analisi, al di là degli sterili formalismi e delle stanche tattiche, l’unico modo per praticare la vittoria sia riconnettere i propri corpi, in maniera collettiva, finalmente guidati solo da rabbia, bisogni, desideri.