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Ras Jadir - Cronache di ordinari confinamenti

di Giansandro Merli e Giuliana Visco, Esc.Infomigrante, Campagna Welcome

21 aprile 2011

Ras Jadir è una grande distesa di tende, concentrate in tre campi, che si trova lì dove la terra cambia nome: da Tunisia, attraverso il potere di una frontiera e dei dispositivi ad essa connessi, diventa Libia.

Ingenuamente, ci aspettavamo di trovare tanti libici in fuga dalla guerra. Invece non ne abbiamo conosciuto neanche uno. Come ci racconta Sami, un responsabile della protezione civile tunisina particolarmente disponibile, dal campo sono transitate complessivamente 230.000 persone appartenenti alle nazionalità più disparate: cinesi, bengalesi, indiani, pakistani, egiziani, marocchini, somali, eritrei, etiopi, ghanesi, sudanesi, ivoriani, per citarne solo alcune. Quello che incontriamo nel campo è un melting pot inaspettato, che ci lascia inizialmente spaesati. Una delle bussole che i discorsi ufficiali ci forniscono per orientarci nella comprensione del fenomeno migratorio, infatti, non funziona più. Non è vero che l’Unione Europea è l’unica destinazione dei flussi, non tutti i migranti vogliono raggiungere l’Occidente. Le storie delle persone che conosciamo a Ras Jadir ce lo fanno capire al volo. Per quanto riguarda la Libia, appare evidente come, prima della guerra, questo paese non fosse solo o principalmente un paese di transito, come rappresentato dalle retoriche ufficiali della nostra sponda del Mediterraneo, ma anche e soprattutto un paese di destinazione, che persone provenienti da luoghi lontani e diversi avevano scelto o erano state costrette a scegliere. Allargando lo sguardo, invece, è facile trovare conferma del fatto che i flussi migratori interafricani hanno una portata incredibilmente maggiore di quelli di cui sono destinatari i paesi europei.

Dopo aver toccato con mano cosa significa la “teatralizzazione” del fenomeno delle migrazioni a Lampedusa, un nuovo tassello di quel complesso lavoro simbolico e politico messo in atto dai dispositivi di governo globale delle migrazioni, e quindi delle popolazioni, diventa visibile e perde di senso.

Certamente non è questo il solo paragone, e neanche il primo a dir la verità, che viene in mente tra Lampedusa, isola italiana di permanenza temporanea, e Ras Jadir, campo profughi tunisino. Il campo di Ras Jadir è organizzato e gestito in maniera razionale ed è in grado di fornire un’accoglienza sufficientemente dignitosa alle decine di migliaia di persone che lo attraversano. L’isola di Lampedusa, per una scelta politica precisa del governo italiano, no. Ciò nonostante il campo risulta comunque insufficiente a garantire i diritti, la libertà e la dignità dei migranti se osservato da un altro punto di vista.

Coloro che vengono ospitati a Ras Jadir, infatti, vanno divisi in due grandi gruppi: ci sono i cittadini di paesi relativamente in pace, in cui magari non c’è un grande benessere, ma dove, almeno, si può tornare senza rischiare la vita. Generalmente la loro permanenza è molto breve: solo pochi giorni prima di essere rimpatriati, chiaramente in maniera volontaria, nei loro paesi di origine (che pagano il viaggio). Per loro il campo funziona molto bene come luogo di rifocillamento, accoglienza breve e transito veloce.

Oltre a queste persone, però, ce ne sono tantissime altre che provengono da paesi in guerra, nei quali non possono rientrare, dove ad attenderle è rimasta la morte. Sono soprattutto (ma non solo) somali, eritrei, sudanesi, ivoriani. Per loro non c’è soluzione possibile dentro il campo. Avrebbero diritto all’asilo politico, sarebbe sufficiente presentare la richiesta in un qualsiasi paese che riconosce lo status di rifugiato per riceverlo quasi con certezza. A volte ottengono questa protezione attraverso l’UNHCR. Ma l’asilo politico in un campo profughi è una condanna, più che una vittoria. Determina un nuovo confinamento, prolungato nel tempo, spesso senza vie d’uscita.

Non riusciamo a credere alle nostre orecchie quando veniamo circondati da un gruppo di somali che ci dicono di voler tornare in Libia per provare da lì a sfidare il mare, per raggiungere l’Europa. Proviamo a dire di non farlo, che è troppo pericoloso, che pochi giorni fa sono morte tantissime persone a causa del mare mosso. Ma è un’obiezione ingenua: sanno già tutto e non gli interessa, preferiscono sfidare la guerra prima e il mare poi, affrontare la morte faccia a faccia per due volte (e chissà quante altre) per provare a (ri)cominciare a vivere. “Questa non è vita”, ripetono continuamente, e ci indicano il deserto.

Andare via dopo aver ascoltato le loro storie è molto difficile: ci hanno stordito, chiuso lo stomaco. Ci resta tanta rabbia, a cui, però, è necessario trovare uno sfogo produttivo. Siamo consapevoli del fatto che non c’è alcun interesse a risolvere il problema dei rifugiati che vivono nei campi, che sarà molto difficile che loro riescano a fare qualcosa di simile ai migranti tunisini: una pratica di massa di disobbedienza ai meccanismi di confinamento; una fuga che nel suo darsi produce trasformazione politica, certamente non risolutiva ma sicuramente fondamentale nel segnare una discontinuità con gli anni più bui di politiche e discorsi sull’immigrazione. Anni che noi, a partire da questo momento decisivo, dobbiamo iniziare a lasciarci, definitivamente, alle spalle.

A Ras Jadir, tra i profughi confinati nel campo, però, tutto questo sembra troppo lontano. Anche se l’accoglienza umanitaria è fondamentale, non può risolvere un problema che è politico: solo una soluzione politica può salvare queste persone, metterle al sicuro, permettere loro di arrivare in un qualsiasi posto dove potersi costruire una vita degna. È necessario aprire un corridoio umanitario che permetta di raggiungere l’Europa senza rischiare la vita. Gli stati europei possono farlo, hanno la responsabilità delle morti nel mare e hanno il dovere politico di trovare una soluzione concreta. Questo dovere politico deriva anche da una semplice constatazione: tutti gli stati di origine di chi si trova oggi confinato per mesi ed anni nei campi profughi dell’Africa erano, fino a pochi decenni fa, colonie europee; le guerre, la distruzione sociale, l’implosione dei sistemi di organizzazione sono la diretta eredità di questo passato coloniale e il risultato degli interessi e dei saccheggi che il neocolonialismo continua a perpetrare. Può sembrare una posizione ideologica, superata da una condivisa lettura postcoloniale del fenomeno migratorio. In realtà, a nostro avviso, non lo è affatto. Se di “riparazioni coloniali” dobbiamo parlare, leitmotiv degli accordi tra Italia e Libia ad esempio, la strada percorribile è una sola e va nella direzione contraria al sostegno di dittatori e di governi corrotti. Essa consiste, piuttosto, nella garanzia effettiva del diritto d’asilo; nel fare in modo che tutti coloro che si trovano confinati, in attesa di un futuro che non può arrivare, possano spostarsi e circolare verso dove scelgono di andare; che i profughi del campo di Ras Jadir vengano immediatamente lasciati liberi di muoversi, anche verso i cosiddetti “paesi democratici”, se lo desiderano.

Capire che tipo di lavoro politico si può fare rispetto al problema dei profughi confinati nei campi è una delle sfide che abbiamo di fronte. Più lontana, meno visibile di tante altre, ma non per questo meno importante. Lo spazio euromediterraneo dei diritti e delle libertà passa anche per Ras Jadir.