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L’inverno dell’accoglienza: emergenza, asilo e migrazioni nel 2011

Tracce per una ricerca sulla politica dell’emergenza

A cura di progetto Melting Pot Europa

28 novembre 2011

Dopo circa 8-10 mesi di pratica dell’emergenza, proponiamo una traccia di ricerca per tentare di capire in quale direzione vanno le politiche sociali e quelle migratorie italiane e non solo. Quello che presentiamo è solamente l’inizio di un lavoro, con inevitabili approssimazioni o carenze (ad esempio sarebbe importante un’analisi dell’economia dell’emergenza, ovvero dell’enorme giro d’affari messo in moto), che presentiamo come punto di partenza per una riflessione collettiva e partecipata dai diversi territori trascinati a confrontarsi con l’accoglienza emergenziale.

Premessa

Senza preavviso ed in modo quasi nascosto, il Governo italiano con due Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 6/10/2011 ha prorogato di 6 mesi i permessi di protezione umanitaria (art.20 T.U. Immigrazione) e di 12 mesi (fino al 31/12/2012) lo “Stato di emergenza umanitaria in relazione all’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai paesi del Nord Africa”. Preceduti il 21/9 da un’Ordinanza del Presidente del Consiglio che stanziava altri 230 milioni per spese d’emergenza e dalla notizia dell’ottenimento di 34 milioni dalla Commissione Europea per lo stesso motivo, i due decreti di proroga non sono stati pubblicati nel sito del Ministero dell’Interno, mentre la notizia è apparsa defilata e senza commento sul sito della Protezione Civile Nazionale.
Evidentemente, il Governo – e non solo esso... - ha interesse a smorzare l’attenzione sul tema e considera quella emergenziale come unica modalità di gestione della recente fase di migrazioni e fughe forzate in area mediterranea.
Nella proroga dello stato di emergenza si afferma:
gli effetti della situazione emergenziale si protrarranno nel 2012, vista l’instabilità del Nord Africa;
l’afflusso, “massiccio” e “persistente”, determina situazioni di “criticità” e “alta drammaticità”;
contrasto e gestione del fenomeno migratorio, anche in territorio africano, devono continuare;
tutto questo si “fronteggia con l’esercizio di poterio straordinari, mediante interventi e provvedimenti di natura eccezionale”.

A più di sei mesi dall’inizio della “emergenza” migratoria, occorre tentare di individuare il senso politico-sociale di questa operazione ed ipotizzarne i possibili sviluppi, dentro al contesto di crisi sistemica del capitalismo ed in relazione all’accentuata instabilità ed ai mutamenti in corso nei paesi del Mediterraneo sud.

Per comprendere l’operazione emergenziale occorre tenere insieme le sue tre fasi (e luoghi), tuttora compresenti, ossia Lampedusa, i grossi centri di transito/smistamento come Mineo, Manduria e simili, oltre ai nuovi CIE (ad es. Palazzo s. Gervasio), i punti di arrivo nel resto del territorio nazionale, specialmente al centro-nord.
Nonostante apparenti scollegamenti, questi sono tutti anelli della medesima catena operativa, funzionali l’uno all’altro.
Ci sono diversità tra i vari centri e le varie regioni, ma il giudizio su quanto accade necessita di una visione d’insieme, considerando le caratteristiche dominanti e il disegno complessivo in atto.
Molte cose ora poco comprensibili probabilmente troveranno spiegazione più avanti, verso la fine dell’operazione, svelando apparenti insolite convergenze anche su piani politici più ampi di quelli legati alle questioni migratorie.

Non c’è un perfetto piano preordinato dei poteri statali e non, ma piuttosto un insieme di fattori che spingono in una direzione principale, negativa ma relativamente “invisibile”.
Pensiamo che ci fossero le condizioni, a inizio 2011, per una gestione alternativa, per una risposta intelligente ai mutamenti storici in corso nel Mediterraneo; è sicuramente avvenuto il contrario, ma certamente anche adesso sarebbe necessario un netto cambio di rotta, basato sulla consapevolezza dei sempre più probabili esiti disastrosi dell’operazione “emergenza”.
Dentro al generale deterioramento della condizione migrante, richiedenti asilo e rifugiati, oltre agli “umanitari”, finora rappresentavano un limite di garanzie invalicabile, un corpus di diritti fondamentali intangibili, anche se spesso solo formali. Sono proprio questi diritti di base che ora vengon fatti arretrare, compressi, svuotati di esigibilità. A questo processo è possibile opporsi, uscendo dalla mistificazione della “emergenza”.

L’inizio dell’emergenza italiana

Fin dai primi mesi del 2011 le politiche migratorie italiane sono state fortemente connotate dalla cosiddetta “emergenza” nel sud del Mediterraneo. In Italia vivono quasi 5 milioni di migranti, ma da mesi tutta l’attenzione politica e mediatica è stata orientata sull’arrivo di 50 mila persone dal Nord Africa.
Non che negli ultimi anni ci sia stato un impegno di programmazione sociale positiva, anzi si è verificato un arretramento rispetto all’incerto ciclo aperto a fine anni ’90 (legge Turco-Napolitano): il simulacro dei decreti flussi si dimostra sempre più insufficiente, le ipocrite sanatorie sono truffaldine, è diffusa l’ossessione securitaria, i fondi nazionali per l’integrazione dei migranti sono soppressi, sono crollati risorse e impegno degli enti locali, manca una completa legislazione sull’asilo, c’è assenza di idee di prospettiva (se non quelle restrittive) da parte del Governo e dell’opposizione parlamentare.
In questo quadro si inserisce la cosiddetta “emergenza” (d’ora in poi , pur negandone la fondatezza, usiamo convenzionalmente il termine).

In molti, con dati e argomentazioni puntuali hanno già evidenziato come l’emergenza non sia affatto oggettiva e imprevista ma anzi voluta, creata, sfruttata dalla autorità statali e non. I numeri non hanno nulla di eccezionale, sia chiaro. Anche negli scorsi anni, ciclicamente veniva decretato lo stato d’emergenza, soprattutto d’estate: seppur assurdo, era però più che altro un espediente amministrativo per spendere soldi a sud senza normali procedure.

Come ha segnalato la campagna Welcome, Lampedusa tra febbraio e marzo 2011, così come a settembre e fino alle navi CIE, è un caso emblematico di intenzionale costruzione di una situazione estrema con l’obiettivo di:
- dare l’immagine dell’invasione
- affermare l’ingestibilità con mezzi ordinari
- compattare i vari livelli dell’amministrazione statale e locale, con richiami alla “responsabilità nazionale” o alla “solidarietà umanitaria”
- premere sull’Unione Europea per ottenere finanziamenti straordinari, incondizionati e incontrollabili.
Lampedusa, estremizzando precedenti analoghe situazioni, è stata il primo test dell’operazione politica che s’è poi dispiegata nei mesi successivi e che, almeno in parte, va anche letta come risposta dello Stato italiano alle rivolte tunisina ed egiziana, ai movimenti di popolazioni “liberate” che mettono in crisi le politiche di “contrasto all’immigrazione clandestina” basate sugli accordi con i dittatori.
Lampedusa come risposta alla domanda di libertà, come “lezione di democrazia europea rivolta al Mediterraneo sud”, lezione fatta di inciviltà, detenzione, abbandono. Ma Lampedusa era anche molto visibile, al contrario a partire da aprile si passa invece ad un’altra fase molto più complessa, meno decifrabile, poco conosciuta. Una fase due.
Tentiamo di interpretarla, nello specifico e nel contesto in cui si sviluppa.

L’ “emergenza” va vista come una scheggia di processi ben più grandi, sociali e politici.
E’ un tassello del mosaico crisi-rivolte-guerre-riassetto di poteri internazionali: pur essendo una situazione limitata può però rivelare tendenze, svelare concordanze politiche apparentemente inspiegabili, anticipare la generalizzazione di nuove modalità d’azione dei poteri statali e non.
L’emergenza 2011 completa una stagione di negazione dei diritti ai migranti, fatta di allungamento della detenzione nei CIE, permessi a punti, rimpatri più o meno forzati.

Il modo in cui le istituzioni e le forze politiche prevalenti stanno governando l’emergenza è abbastanza inedito (potremmo trovare qualche analogia, limitata, con gli arrivi degli albanesi nel 1991 in Puglia). Dopo Lampedusa, l’attenzione per poco tempo è stata rivolta a Manduria o Mineo: ma da quando i migranti sono stati sempre più distribuiti nelle altre regioni, s’è persa un’idea complessiva di quel che accade. Per questo è necessario ricostruire quanto avviene da più di sei mesi, per porsi domande, cercare spiegazioni.

L’accordo Stato-Regioni

In una prima fase l’opposizione parlamentare insieme ad alcuni Comuni e Regioni, critica l’operato del Governo e del Ministero dell’Interno, soprattutto rispetto alla gestione di Lampedusa.
A fine marzo 2011 assistiamo invece ad una svolta, sancita da uno scarno ed impreciso Accordo sottoscritto dal Governo (i Ministri Maroni e Fitto), dal Presidente della Conferenza delle Regioni (V. Errani, presidente Emilia-Romagna), da Anci e Upi (Associazioni dei Comuni e Unione delle Province).
L’Accordo si basava sulla previsione dell’arrivo di 50 mila “profughi” (termine inesistente nelle leggi, ma ripescato ad uso mediatico) da distribuire sul territorio nazionale. Poi si confermava la competenza del Governo rispetto alla gestione della “immigrazione clandestina” (leggi funzione dei Cie).
L’Accordo condivideva l’impostazione di Maroni, classificando come “profughi” coloro che vengono dalla Libia e come “clandestini” gli altri, sostanzialmente i tunisini. Anche i politici di centro-sinistra usavano termini leghisti o senza definizione di legge come “clandestini” e “profughi”. Non era scritto esplicitamente ma le dichiarazioni precedenti e successive all’Accordo spiegavano questa impostazione.
Fino ai primi di Aprile il Governo italiano si rifiutava di dare un permesso di protezione a migliaia di tunisini, rinchiudendoli nei Cie o in strutture improvvisate. Dopo alcuni giorni in cui la Regione Toscana si è opposta con forza alle tendopoli e la Regione Puglia criticava la situazione di Manduria, mentre alcuni sindaci definivano “aria fritta” l’accordo, quasi di colpo i contrasti sono scomparsi.
Intanto la forza della realtà imponeva al Governo italiano di concedere ai tunisini la protezione prevista dall’ art.20 del T.U. Immigrazione. Così spariva la distinzione “profughi/clandestini”, almeno per una settimana...
Dall’inizio di aprile su impulso politico decisivo del Presidente della Conferenza delle Regioni, s’è instaurata una totale concordia tra i diversi livelli istituzionali statali e locali, una convergenza sugli obiettivi, modificando parzialmente lo stesso accordo del 30 marzo. Regioni e Associazione degli Enti Locali assicurano dal quel momento un incondizionato appoggio al Ministro dell’Interno Maroni, consentendogli di defilarsi rapidamente, scaricando ogni dovere politico-istituzionale su altri soggetti.
Apparentemente è un inspiegabile “regalo politico” a Maroni, all’esponente di spicco della Lega Nord e delle sue politiche xenofobe, da parte degli amministratori di centro sinistra.

L’appoggio politico a Maroni

Sorge spontaneo chiedersi perché è stato fatto un enorme favore politico a Maroni, in difficoltà per la gestione scandalosa di Lampedusa, per i contrasti con l’UE, per aver dovuto rimangiarsi la sua volontà di “respingere tutti i clandestini”. A maggior ragione considerando che Regioni ed Enti locali non hanno ricevuto nulla di consistente in cambio; ne fondi per il sociale e per l’integrazione dei migranti, ne maggiori competenze sui permessi di soggiorno al posto delle Questure, ne tanto meno una legge organica sull’asilo e un rafforzamento del sistema di accoglienza SPRAR.
Va precisato che l’appoggio a Maroni, ammantato di “responsabilità nazionale” e di “burden sharing” interno, non è stato ampiamente condiviso dai Comuni e dalle Provincie. E’ stata una scelta di vertice, di pochi che hanno imposto a migliaia di enti una decisione. Una scelta totalmente politica, uno scambio di sostegno a Maroni da parte dei principali amministratori PD. Ben più defilati e disimpegnati son stati gli amministratori regionali di destra (Lombardia, Piemonte, Veneto), e non perché gli uni siano più o meno “solidali” degli altri.
Chiediamoci perché.
Vi può essere stata una convergenza di interessi molteplice, con obiettivi più o meno chiari ma con la netta intenzione di non fare delle politiche migratorie un terreno di confronto critico o di scontro col Governo. Mentre negli anni precedenti Regioni ed Enti locali spesso non hanno condiviso varie scelte del Governo di destra, ora si è inaugurata l’era della concordia. Enti locali e Regioni hanno debolmente avversato il “permesso a punti” ed oggi sono pienamente coinvolte in quell’impostazione. D’altra parte, anche sulla guerra in Libia il PD ha votato col Governo...
Sgomberiamo il campo dal tema dell’eccezionalità degli eventi, dell’incompetenza, impreparazione, incapacità: questi fattori ci sono certamente, ma il caos lampedusano è servito anche come cortina dietro cui fare altro. Assistiamo ad una “governance emergenziale” intenzionale, che coglie l’occasione per imporsi. E non è casuale, visto che l’impostazione data da aprile continua tuttora quasi immutata, senza valutazione dei sui effetti. E’ il caso di dire che forse è in un corso un processo che ridisegna la “competenza” e le modalità gestionali dell’immigrazione.

La fase tunisina e quella libica

Fino ad aprile dura la fase degli arrivi prevalentemente di tunisini; da maggio in poi, con l’intensificarsi della guerra, iniziano quelli dalla Libia. Nonostante tanto strepitio a tutti i livelli, i tunisini accolti sono 700 su quasi 24 mila. Quelli che riescono a chiedere il permesso art. 20 nella settimana dal 5 al 12 aprile sono meno della metà degli aventi diritto.
Questi dati rivelano gli obiettivi concordati tra Stato e Regioni: non accogliere né aiutare, ma dissuadere dal rivolgersi alle istituzioni. Allontanare, non pensare ad una possibile integrazione. Non supportare la pur difficile ricerca di lavoro (nonostante nello stesso periodo fosse uscito un decreto flussi stagionale per 60 mila lavoratori). Non favorire attività di formazione professionale utili all’inserimento. Dunque una accoglienza respingente, cioè una finta accoglienza per pochi, contrastante con tutto ciò che negli ultimi 20 anni si era fatto nelle regioni più avanzate. L’idea di fondo condivisa dalle istituzioni è che siamo di fronte ad un fenomeno transitorio, che va dirottato su altri stati (Francia, Belgio… ) e quindi riassorbito e respinto.
Nello stesso tempo, questa operazione ha creato istantaneamente migliaia di irregolari, e, abbandonando anche quelli con permesso, un grande e quasi gratuito serbatoio di forza lavoro per l’economia criminale o in nero. E’ un effetto dovuto, prevedibile e previsto, non casuale.
Questo serbatoio di illegalità è una “riserva politica” cui le autorità attingeranno non appena vorranno rilanciare un’onda xenofobo-securitaria, motivata dalla situazione che loro stessi , con un misto di cinismo e di incapacità, hanno creato. Nello stesso tempo ai tunisini usciti grazie alla caduta del dittatore Ben Alì è stata data questa lezione: in Europa non ti vogliamo, ti trattiamo come un cane, la “democrazia” non è roba per te, se vuoi fare i soldi niente lavoro, solo spaccio e furti, se ti va bene ricevi carità, non dignitosa accoglienza.
Una ulteriore vittima dell’operazione è proprio il concetto e la pratica dell’accoglienza. Anni di pensiero e lavoro sociale e istituzionale locale vengono gettati. Come rifiuti obsoleti.
Il recente prolungamento dei permessi art.20 non cambia segno alla cosa, essendo imposto dalla realtà e dal rifiuto del Governo tunisino di intensificare il ritorno di suoi migranti.

Protezione civile, la cabina di comando

Dopo gli accordi Governo-Regioni-Enti locali del 30 marzo e del 6 aprile, entra in gioco quello che da allora fino ad oggi è un protagonista centrale dell’operazione, anche se prima non era mai stato impegnato (se non in posizioni secondarie) su tematiche migratorie.
E’ la Protezione Civile Nazionale, da distinguere rispetto alle protezioni civili locali ed al relativo volontariato: un apparato nazionale, un dipartimento alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, cioè del Capo del Governo, con articolazioni regionali ed una struttura nettamente gerarchica. Il Capo Dipartimento della Protezione Civile Nazionale è stato nominato Commissario per l’emergenza umanitaria su “pressante richiesta di regioni, province e comuni”, come afferma un comunicato del suo Ufficio Stampa (Il Manifesto, 20/9/2011).
E’ alla Protezione Civile Nazionale che è affidato il compito di dislocare, secondo un programma, in ogni regione escluso l’Abruzzo, fino a 50 mila “profughi” (che via via cambieranno definizione, divenendo “migranti” etc., con un’impressionante imprecisione geografica relativa alle provenienze).
In crisi di credibilità dopo numerose inchieste per corruzione e spese immotivate, dopo quel che s’è visto a l’Aquila, carente di ruolo e soprattutto non più al centro di grossi flussi di denaro, grazie all’”emergenza profughi” la Protezione Civile si dà una riverniciata umanitaria e torna da protagonista sulla scena nazionale, con unanime consenso. Uno dei più discussi centri di potere degli ultimi anni, il regno di Bertolaso, viene riabilitato grazie a Governo e opposizione parlamentare. Il suo nuovo direttore assume grande rilievo. Protezione Civile vuol dire procedure eccezionali ed urgenti, struttura semi-militare nazionale, spesa quasi senza controllo, contabilità semplificata, deroghe, nessuna gara d’appalto.
Ma oltre alla necessità di riabilitare la Protezione Civile post-Bertolaso, ci sono altri obiettivi.
La ricorsa alla Protezione Civile serve a de-politicizzare gli interventi, a de-responsabilizzare le autorità politiche, a impedire una vera concertazione con gli enti locali, che vengono ridotti a esecutori. I Prefetti avrebbero riunito i vari soggetti e discusso per definire luoghi di accoglienza e procedure: ciò avrebbe richiesto tempo e adattabilità dei piani. La Protezione Civile invece ordina e impone suoi tempi, dall’alto. Così le migrazioni dal Nord Africa ed il diritto alla protezione di chi arriva diventano un “problema tecnico”, né sociale né politico.
L’intervento della Protezione Civile ha poi un’utilità mediatica: è associabile all’idea di “catastrofe” ed è questa l’immagine che Ministero dell’Interno ed enti collaborativi vogliono dare agli italiani: Migrazioni=disastro.
Questa impostazione è assunta ad ogni livello. Addirittura hanno un ruolo marginale i dipartimenti del Ministero dell’Interno che normalmente si occupano di immigrazione ed asilo.
Nelle Regioni (come si vede dall’elenco dei soggetti attuatori regionali), pur essendo tutte dirette dalla Protezione Civile Nazionale, non vi è un unico modello organizzativo. C’è chi aderisce in pieno all’impostazione (ad esempio Emilia-Romagna e Puglia), chi designa dirigenti di altri settori (ad. es. Politiche Sociali) e chi ha deciso, con opposte motivazioni, di definire un proprio ruolo specifico su sanità, tutela legale, integrazione, lasciando ai Prefetti la gestione emergenziale (ad es. Toscana, Lombardia). Lombardia, Veneto, Piemonte condividono il piano nazionale ma riducono al minimo il proprio coinvolgimento nell’attuazione, estremizzando l’emergenzialità e la “tecnicità” degli interventi.
In generale si nota che gli Assessorati Regionali Politiche Sociali e Welfare sono marginali rispetto alla gestione dell’emergenza, nonostante le competenze programmatorie in materia di immigrazione maturate negli anni scorsi. In altre parole, chi ha le risorse, detta le ergole.
E’ evidente che anche questa è una decisione politica su cui Ministero dell’Interno, ANCI e Regioni concordano: bisognava segnare una cesura rispetto a settori con precedente esperienza, visti come ostacolo all’emergenza, dato che potrebbe avere una visuale più problematica e complessiva.
Questa linea è confermata dalla netta, esplicita emarginazione ed esclusione del sistema d’accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati SPRAR (come rilevato dalle dichiarazioni della Direttrice del Servizio Centrale SPRAR del 13 aprile 2011).
Apparentemente inspiegabile, vista la riconosciuta competenza e la qualità dello SPRAR e considerato che molti degli arrivati chiedono protezione internazionale. In realtà anche questo non è casuale. Evidentemente il tipo di accoglienza che si vuol dare ai migranti in fuga dalla Libia è ben diverso da quello dello SPRAR, programmato ed indirizzato all’integrazione.
Nell’accordo tra Governo, Regioni ed ANCI del 30 Marzo 2011 si conveniva sul rafforzamento dello SPRAR.
Una settimana dopo tale impegno è scomparso e anzi tutto è andato in direzione opposta.
Lo SPRAR è diventato innominabile (si veda la dichiarazione della responsabile del Servizio Centrale Asilo Di Capua). Nemmeno l’ANCI, gestore del Servizio Centrale SPRAR e rappresentativo dei Comuni titolari di progetti, si è opposto a questa esclusione, non compensata da un tardivo inefficace tentativo di recupero tra maggio e giugno o da prossimi allargamenti straordinari nebulosi.
Con questo, la scelta politica nazionale che vede allineati e concordi Regioni, ANCI e Ministro dell’Interno, si è completata.
Nessuno dei soggetti istituzionali che normalmente si occupano di immigrazione (e che quindi hanno competenze specifiche, anche se talvolta insufficienti e criticabili) ha un ruolo di rilievo nella “emergenza”. Un po’ come voler sottrarre la cosa ad occhi indiscreti, sgraditi o almeno consapevoli della sua complessità.

Protezione Civile, ordini e democrazia

La Protezione Civile Nazionale funziona come un organo semimilitare: dà ordini (anzi fa “ordinanze”), assegna e manda numeri di migranti secondo un cronogramma simile alla distribuzione di pacchi postali. Ha il mandato di spedire più persone possibile da Sud a Nord. Non discute, comunica solo decisioni immodificabili. Non funziona nemmeno un simulacro di “cabina di regia” nazionale, con più enti coinvolti.
La distorsione, l’annullamento (almeno da 6 mesi) del normale funzionamento dei processi della democrazia formale istituzionale è evidente. Gli enti locali, specialmente i Comuni, sono solo dei terminali del livello nazionale-regionale. Quante Giunte, quanti Consigli Comunali o Provinciali hanno discusso e deliberato circa l’arrivo di centinaia di persone straniere, sulle loro prospettive, sul loro inserimento nelle comunità locali? Come i cittadini sono stati informati e coinvolti, se non tramite rassicuranti comunicati? Che controllo hanno i Comuni rispetto alle condizioni di accoglienza?
Non a caso, saltando sempre le normali funzionalità istituzionali, sono state istituite “cabine di regia” regionali: cinghie di trasmissione, più che sedi di concertazione.
Questi sono luoghi simbolo di una governance tecnica a-democratica, efficientisco-manageriale, dei consigli d’amministrazione dell’emergenza, non sedi di confronto, valutazione e modifica di percorsi.
Si può dire quindi che un’altra vittima dell’emergenza sia la democrazia istituzionale locale, peraltro già massacrata dai tagli governativi.
Una diversità parziale si ha nella Regione Toscana che, assunti come propri compiti di assistenza sanitaria e di tutela legale/sociale dei migranti, ha fatto un protocollo con tutte le Provincie, impegnandosi in forme di codecisione sulla dislocazione delle strutture di accoglienza (alla cui logistica provvedono le Prefetture).
La guida pseudo-tecnica dell’emergenza permette a tutti i grossi decisori istituzionali (Regioni, Comuni, Governo) di defilarsi, di non dover verificare il proprio operato, di rinviare tutti i grossi problemi della condizione attuale e di prospettiva dei migranti. L’unica preoccupazione è accelerare la realizzazione del Programma Nazionale di “Smistamento”. Il rispetto delle persone, delle procedure, delle norme sono secondarie.
Infine l’aver emarginato lo SPRAR permette di evitare l’imbarazzante confronto con quanto si potrebbe fare spendendo meno ed avendo migliori risultati, partendo dal rispetto dei diritti e delle leggi.
La stessa distribuzione territoriale diffusa, potenzialmente positiva e utile a limitare le mega-strutture, si risolve in una polverizzazione di situazioni senza idea di intervento sociale, in modalità d’accoglienza estremamente dissimili, in assenza di controllo e monitoraggio sui soggetti gestori di strutture e sulle loro attività (pagate ma non sempre svolte). La disseminazione dalla Sicilia alle Alpi è più simile ad un nascondimento che ad un giusto coinvolgimento di più istituzioni locali responsabili.
E’ chiaro che questo non-sistema, se regge, è grazie all’impegno dei singoli Comuni, di ooperative, associazioni, volontari, operatori che umanamente sopperiscono alle enormi carenze delle “regie” politico-amministrative.
E’ appena il caso di ricordare che le persone giunte dopo viaggi a rischio di vita, le loro esigenze, la loro voce sono inesistenti dentro a tutta l’operazione.

Informazione e consapevolezza

Della gestione emergenziale guidata da Protezione Civile e Regione Emilia Romagna è quasi impossibile avere informazioni, a parte quelle contenute in comunicati stampa, ordinanze e statistiche generiche.
C’è pochissima trasparenza (anche l’accesso alle strutture o l’incontro con operatori e migranti è impossibile o difficile).
La gestione a-democratica comprende uno stretto controllo , quasi militare, delle informazioni.
Nessuno, forse nemmeno il Ministero, ha un quadro reale e realistico della situazione, al di là dei numeri di questa o quella provincia.
Documenti, report ecc, non sono disponibili.
Anche soggetti qualificati, capaci in altre occasioni di fornire notizie e dare indicazioni (ad es. Tavolo Nazionale Asilo) non si esprimono. Le decisioni ristrette a pochi soggetti di vertice, l’incalzare di arrivi e “smistamenti”, la quotidianità malgestita e l’inesistente prospettiva condizionano la consapevolezza e la ricerca di margini di comprensione e miglioramento.
Nello stesso tempo vanno osservati tentativi di coinvolgimento a vario titolo di associazioni, cooperative sociali, volontariato.
Da un lato, se promosso da enti locali, può essere positivo, di fatto ammette le carenze della gestione Protezione Civile e le poche idee per farvi fronte. Dall’altro però può essere una richiesta di aiuto gratuito per compensare le inadempienze istituzionali (ad es. nei corsi di italiano, nell’accompagnamento ai servizi, nell’orientamento legale). Il coinvolgimento può anche esser visto, talvolta, come mezzo per limitare le critiche, come paravento umanitario per gestioni poco umane. Le collaborazioni locali sono positive nella chiarezza, nella distinzione dei ruoli, con l’esplicita finalità di migliorare, cambiare concretamente la condizione delle persone accolte, di tutelarne e affermarne i diritti negati o trascurati, ma non quando diventano un semplice ausilio ad un Comune assente o in difficoltà, come invece accade in molti territori.

Alcune valutazioni d’insieme

Oltre a quanto detto prima, elenchiamo un’ipotesi di possibili obiettivi perseguiti e effetti più o meno voluti dai soggetti al comando dell’operazione.

1 – Far passare un’idea del diritto ad una accoglienza ridotta al minimo (vitto, alloggio, poco più), temporanea, assistenziale, non programmabile, non orientata all’integrazione stabile.

Si tratta di un salto indietro negli anni ’80, alle prime migrazioni; per alcune regioni più “avanzate” come l’Emilia-Romagna e la Toscana viene praticamente smentito il lavoro degli ultimi 20 anni.
Questa accoglienza, simile alla carità, non prevede diritti. In nome dell’eccezionalità, leggi e norme vengono disattese o reinterpretate in modo restrittivo.

2L’ente locale diviene esecutore di altrui decisioni. Ciò anche a causa dei tagli sociali (mentre per l’emergenza viene mantenuto un consistente flusso di risorse).
Tutta l’operazione emergenziale, se continua così, scaricherà presto problemi e persone sui Comuni, messi in forti difficoltà e ridotti al ruolo di chi negherà aiuto sociale. E’ probabile, e i fatti di Mineo o dei CARA pugliesi lo confermerebbero, che si voglia portare ad una esasperazione della condizione dei migranti, per giustificarne l’espulsione-rimpatrio o la “clandestinizzazione” anche di massa, magari una volta riattivati gli accordi con gli stati del Nord Africa. Ai migranti verrà addossata la colpa della non integrazione. E’ importante ricordare le dichiarazioni del ministro Maroni del 15 agosto scorso, quando affermava che non più del 35-40% dei migranti provenienti dal Nord Africa avrà un riconoscimento di status, nonostante chi giungesse dalla Libia fosse obbligato a presentare la domanda di asilo.
Nelle regioni una integrazione lavorativa dei migranti finora relativamente alta si passerà dalla retorica della coesione sociale (in gran parte affidata alle dinamiche di mercato più che a politiche attive) alla fine delle politiche di aiuto sociale non assistenziale.
Nel contesto della crisi, si affermerà che non è più possibile far altro, che mancano risorse, che “non c’è posto per tutti”. I migranti (e per primi quelli arrivati nel 2011) anticiperanno il destino che riguarderà sempre più fasce sociali: una sorta di espulsione, se non territoriale, di certo sociale.
La “accoglienza” dissuasiva e respingente (ad es. usando il criterio della residenza come chiave di negazione di accesso) è funzionale all’idea di un “welfare recintato” , ridotto per tutti quelli che già vi sono inclusi ed inaccessibile per chi è al confine o fuori.
Dato che la democrazia o è inclusiva ed espansiva, o non è affatto, è la democrazia stessa ad essere in discussione. La crisi, con i suoi effetti shock inediti, potrà essere l’alibi giusto per far passare pratiche altrimenti inaccettabili.

3 – Lo Stato italiano, con l’accordo di autorità centrali e regionali, ha rifiutato una protezione generalizzata (art. 20 T.U.) a tutti coloro che fuggono dalla Libia in guerra. Invece ha obbligato tutti indistintamente a fare domanda individuale di asilo. Inflazionare l’asilo è l’anticamera della sua riduzione.
In questo modo
- si conferma la “tecnicizzazione” di decisioni nettamente politiche; saranno le Commissioni territoriali asilo a decidere chi resta in Italia, con tempi lunghi ed “esentando” il Governo da scelte controverse.
- Si crea una massa di domande funzionali solo ad evitare, per ora, un’espulsione (e continuare ad oliare la macchina economica dell’emergenza) ma destinate a probabile diniego.
Forzare i migranti a domande strumentali di stato significa attaccare la serietà del diritto di asilo, banalizzarlo per colpire il diritto alla protezione ed alla accoglienza dignitosa. Serviranno come alibi ad abbassare/annullare gli standard qualitativi faticosamente raggiunti specialmente con lo SPRAR, ma ancora insufficienti. >BR>
C’è il rischio che Stato e Regioni pensino a un “simil-asilo” senza diritti, un mix di Caritas-CARA-CIE, preparando l’arretramento della già precaria condizione di tutti/e i/le rifugiati/e.
Si formerebbe così una popolazione di “tollerati”, non di accolti e protetti, in attesa dell’illusoria restaurazione della politica dei respingimenti e dei campi di detenzione extra confine.
Da qui l’importanza della campagna Diritto di scelta che Melting Pot ha promosso affinché venga riconsciuto a tutti i migranti provenienti dalla Libia un diritto di soggiornoper motivi umanitari che obblighi lo Stato italiano ad accoglienza e protezione a prescindere dal parere delle Commissioni territoriali asilo.

4 - Il diritto d’asilo è anche attaccato nella sua serietà ed effettività, da un altro punto di vista.
I richiedenti protezione non provenienti dal nord Africa (ad es. afghani, kurdi…) sono le altre vittime dell’emergenza. Prima, se non erano respinti, solo uno su quattro trovava accoglienza istituzionale nel sistema SPRAR, ma ora sono stati spinti in fondo alla fila dei soggetti presi in considerazione. I tempi di attesa delle audizioni in Commissione Asilo si sono enormemente dilatati, anche a causa dell’abnorme intasamento di pratiche rovesciato su questure già carenti di personale. L’abbandono a se stessi dei richiedenti protezione, già grave, ora dilaga. Le stesse persone con status riconosciuto o in strutture SPRAR hanno visto un drastico calo di interventi finalizzati alla pur difficile “integrazione”: attenzione personalizzata, lavoro, risorse sono spesso stati accantonati o deviati sull’emergenza. La qualità di una politica sociale programmata faticosamente costruita in più di 10 anni è in riduzione.
Questo è un attacco sostanziale al diritto di asilo, sostenuto o non contrastato da tutto lo schieramento politico-amministrativo dominante.

Quali linee di azione?

Innanzitutto riteniamo che gli effetti sociali e le responsabilità politiche delle istituzioni (Stato, Regioni, Enti Locali) vanno evidenziate, senza accettare che si nascondano dietro la Protezione Civile. Gli Enti Locali dovrebbero tornare centrali, con tutto il supporto e le risorse necessarie, mentre la Protezione Civile dovrebbe assumere un ruolo nettamente secondario, esecutivo, solo logistico e di gestione della spesa decisa da passaggi democratici nelle amministrazioni.
Dopo oltre sei mesi non si intravede ancora una minima logica di programmazione, ne una connessione col sistema SPRAR, ne una verifica di quanto fatto finora. Anzi, il Governo sostiene che la “gestione italiana dell’emergenza è un format riuscito da esportare nell’UE”.

Per questo è importante che gli amministratori sostengano la richiesta di istituire immediatamente un permesso per motivi umanitari ai sensi dell’art. 20 del Testo Unico sull’Immigrazione, perché gli Enti Locali siano protagonisti anche in una battaglia che vada oltre il rilascio di un titolo di soggiorno, per affermare che non c’è accoglienza senza diritti. I diritti vanno definiti, affermati: il diritto alla protezione, così come quello ad essere accolti, non consiste nell’avere un permesso ma servizi, aiuti, prestazioni, umanità, possibilità di scelta. La protezione, anche quella temporanea e semestrale, deve avere dei contenuti (salute, istruzione, lavoro, alloggio) o mezzi per conseguirli.
Rispetto all’uso deformato ed imposto dell’asilo, che nega la possibilità di scelta per i migranti, facciamo richiesta di immediata protezione art.20 per tutti, con successiva possibilità, se necessaria, di chiedere protezione internazionale.

Finora manca la voce delle persone. I migranti fuggiti dalla Libia non hanno ancora preso parola, ma la loro voce potrebbe esplodere anche in forma di rivolta. Noi siamo con loro per sostenerli nell’affermazione di richieste e diritti, con azioni di lotta, affinché non sia la spirale esasperazione-repressione a soffocare le voci e le domande di dignità. Il quesito da cui partire è quale sia la prospettiva, il principio da affermare è quello dell’accesso alla libera scelta, consentendo ad ognuno di sviluppare un progetto individuale, dopo la fuga forzata dalla guerra in Libia, qui o altrove.

Progetto Melting Pot Europa