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Vite in emergenza, tra cricche, isolamento e indeterminatezza

di Antonio Sanguinetti, Esc-Infomigrante, Roma

31 marzo 2012

Siamo ormai ad un anno dall’applicazione dello stato d’eccezione nelle politiche migratorie, il tempo giusto per trarre un primo bilancio. Nel febbraio del 2011 l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi firmò l’ordinanza che dette potere alla Protezione Civile di intervento nella gestione degli sbarchi e del reperimento degli alloggi per i nuovi arrivati. Il progetto venne denominato “emergenza Nord Africa”, con questo atto l’immigrazione, al pari dei rifiuti e del terremoto di L’Aquila, entrò nel novero dei problema da affrontare con le procedure straordinarie. In poche parole questo vuol dire agire in deroga alle leggi ordinarie e godere di una procedura di assegnazione degli appalti diretta, senza particolari controlli. Come i casi del post terremoto di L’Aquila e le discariche di Napoli hanno insegnato, tutto si traduce nell’affarismo delle solite cricche e nel fallimento delle misure preventivate.

Partiamo dagli ultimi giorni della storia delle migrazioni in Italia. Lo scorso 17 marzo sono sbarcate 300 persone a Lampedusa, tante ne sono bastate per mandare in tilt tutta la macchina dell’accoglienza italiana: il centro di accoglienza chiuso; nuove diatribe tra cittadini, comune e ministero dell’Interno. Insomma sembra di essere tornati ad un anno fa, sebbene i numeri e la situazione internazionale siano totalmente diverse.
Ad una prima impressione sembra solo una questione di mal organizzazione e di una mancanza di collegamenti tra pezzi delle istituzioni. A ben vedere dietro il fallimento c’è un’aggravante in più, si parla del afatto che la Protezione Civile abbia previsto per il biennio 2011-2012 una spesa per la “emergenza Nord Africa” di circa 700 milioni di euro, una parte destinata a finanziare i rimpatri, l’altra alla creazione di nuove strutture. Una montagna di soldi di cui la gran parte è stata spesa per affittare edifici per lo più in stato di abbandono e per rimborsare le spese delle cooperative, il risultato è un servizio che nella maggioranza dei casi si può definire di pessima qualità. Del resto se solo 300 persone bastano per creare il caos nel sistema di accoglienza, allora si può logicamente pensare che questo sistema sia del tutto inesistente.

Un ruolo importante nella gestione dell’emergenza l’hanno avuto gli enti locali, nell’Aprile dello scorso anno il governo raggiunse un accordo con le Regioni, l’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e l’Upi (Unione delle Province d’Italia). A loro fu affidata l’implementazione territoriale del progetto. Ovviamente ogni ente ha agito diversamente, ciò ha comportato un’eterogeneità della qualità dei servizi erogati. Con una tale difformità, ai rifugiati non è rimasto altro che sperare nella buona sorte, il potere di condurli in un luogo in cui l’amministrazione avesse a cuore il rispetto della dignità umana era in mano solo alla dea bendata.

Prendiamo il caso della Regione Lazio. Nel maggio del 2011, ha indetto un bando per progetti di accoglienza qualificata in attuazione del progetto di inclusione sociale per i richiedenti/titolari di protezione internazionale (PRIR). Tra i beneficiari del piano vennero fatti rientrare sia i migranti giunti in Italia nel periodo di emergenza sia coloro che erano già presenti sul territorio nazionale prima della decretazione dello stato di emergenza. In totale sono compresi 3178 cittadini stranieri, 2037 nella provincia di Roma, di cui 890 nella sola capitale. Il totale dei progetti finanziati sono 53 su 57 domande presentate.

Di fatto si tratta di una privatizzazione della gestione dei centri di accoglienza per rifugiati ed i richiedenti asilo. Infatti, precedentemente vi erano solo due vie da percorrere: una governativa, i CARA; l’altra in mano agli enti locali, lo Sprar. Con questo provvedimento si apre una terza via, la cui gestione è per lo più in mano alle cooperative vincitrici e alla protezione civile, il tutto non regolato o meglio in deroga alla legge vigente.

Proseguendo nello specifico del bando si nota un’altra anomalia: la concentrazione dei progetti in mano a pochi vincitori. Nel caso della provincia di Roma il dato è lampante, se si scorrono con attenzione i dati forniti dalla Regione Lazio si nota come la Domus Caritatis e il consorzio Casa della solidarietà abbiano un ruolo predominante.

Domus Caritatis ha ottenuto l’assegnazione di solo nove progetti, se si considera questo numero ne risulta un ruolo marginale. In realtà il dato da considerare è un altro, la ripartizione dei fondi non avviene per progetto bensì per persone ospitate, in quanto viene versato alla cooperativa un rimborso di 40 euro per ogni rifugiato. Allora il dato importante non è quanti progetti hanno ottenuto il finanziamento bensì quanti rifugiati si ospitano, se assumiamo questo punto di vista la prospettiva si ribalta, infatti la Domus Caritatis ne ospita 790, più di un terzo del totale e il consorzio Casa della solidarietà con quattro progetti ne ospita 370. Sommandole si raggiunge più della metà del totale dei rifugiati nella provincia di Roma gestite da due sole cooperative.

Fin qui potrebbe essere anche un caso, il problema si crea quando si cercano su internet i nomi dei loro dirigenti, scorrendo la lista si nota come entrambe abbiano lo stesso legale rappresentante (figura normalmente corrispondente al presidente). Coincidenza? Il dubbio si fa ancora più forte quando si scopre che sempre la stessa persona ricopra la carica di Camerlengo della Arci Confraternita, nota cooperativa molto vicina alla Cei e affermata nel settore in quanto gestore di numerose strutture di accoglienza, tra le quali quella Mineo anch’essa divenuta celebre nella prima fase della ”emergenza Nord Africa”.

Del resto qualche operatore della Domus caritatis ha ammesso di aver ricevuto il compenso direttamente dall’Arci Confraternita, mentre sempre sulla rete si trovano numerose testimonianze di persone che chiamando al numero telefonico della Domus Caritatis hanno trovato dall’altra parte il centralino dell’Arci Confraternita. Insomma c’è il fondato sospetto che una cooperativa da sola gestisca indirettamente la metà di tutti i centri della provincia di Roma, una nuova forma di monopolio o in ogni caso di accaparramento di fondi pubblici, il tutto come narratoin precedenti articoli di operatori (, convive con una qualità dei servizi erogati a dir poco irrispettosa dei diritti umani.

Avanzando sul terreno dei punti in comune con i precedenti casi di emergenza, torna utile leggere un’interessante ricerca coordinata dal sociologo Enrico Pugliese su “Le condizioni di vita delle famiglie e degli anziani dopo il terremoto”. Leggendo le problematiche e le condizioni di vita nelle “new Town” abruzzesi viene facile il parallelo con i nuovi centri di accoglienza per richiedenti asilo, sono almeno due le caratteristiche, oltre gli sprechi, che ritornano in entrambi i casi: l’isolamento e l’indeterminatezza.
L’isolamento dei migranti è prima di tutto spaziale, le strutture sono ubicate solitamente a distanza di diversi kilometri dai centri cittadini, e spesso i trasporti pubblici sono difficili da raggiungere.
Tuttavia questo non è il problema più grave, piuttosto si deve andare a indagare sugli effetti perversi della pianificazione autoritaria, con questo nome si indica un processo di costruzione operativa che non ha contemplato la partecipazione né dei migranti né della popolazioni delle zone interessate. Le conseguenze sono visibili ad occhio nudo, quartieri e paesi interi non preparati all’accoglienza e ostili verso i nuovi arrivati e strutture create in tempi brevi senza i necessari punti di aggregazione e incapaci di soddisfare i bisogni peculiari di richiedenti asilo.

Infine l’indeterminatezza è un sentimento condiviso con gran parte degli aquilani, l’impossibilità di fare progetti e organizzare la propria vita. Nessuno, tanto meno i diretti interessati, è capace di riferire se la situazione attuale sia definitiva o provvisoria, questo blocca qualsiasi capacità di prendere delle decisioni. Si rimane sempre sospesi tra l’alternativa di restare o tornare nel proprio paese, si vive in uno stato di completa inedia e noia.

Il nuovo corso dell’accoglienza, allora, si deve leggere all’interno di una complessiva ridefinizione del Welfare, emerge con violenza dalla crisi dello Stato sociale un nuovo modello che mescola due elementi esplosivi: la programmazione autoritaria e la privatizzazione dei servizi. Dunque il potere quasi dittatoriale del commissario per l’emergenza convive con l’affidamento, proprio per il suo carattere extra ordinario, della gestione alle cooperative. Il risultato è un pericoloso imbarbarimento della società.