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Voci dal Sud - Srebrenica al voto, tra nazionalismi emergenti e genocidi negati

rubrica a cura di Riccardo Bottazzo

17 ottobre 2012

C’è anche da esserne contenti. Non tanto per la rielezione di Ćamil Duraković, sindaco uscente di Srebrenica, che alla fin fine era il candidato di un partito notoriamente conservatore e dichiarata ispirazione islamica come lo Sda (Stranka Demokratske Akcije, traducibile come Partito di Azione Democratica). C’è da essere contenti, dicevamo, per la sconfitta dalla sua sfidante serba, quella Vesna Kočević, che in campagna elettorale, nel tentativo di smorzare le proteste dei musulmani, aveva più volte dichiarato che non si considerava una “difensora del negazionismo” e che era “consapevole che a Srebrenica erano stati compiuti numerosi crimini”. Salvo aggiungere subito: “da una parte e dall’altra”.
La parola “genocidio”, evidentemente, non compare nel vocabolario serbo. Quelle 8372 lapidi bianche sotto il cielo di Potočari - numero provvisorio che si aggiorna di mese in mese man mano che vengono riportate alla luce altre fosse comuni -sarebbero solo un “crimine”. Uno dei tanti che sono stati perpetrati durante il conflitto da “entrambe le parti in causa”.
Purtroppo per la candidata serba, quello che è stato compiuto a Srebrenica è proprio un genocidio. Lo testimoniano le fosse comuni preparate ancora prime che l’esercito serbo bosniaco e i gruppi paramilitari al suo seguito, prendessero il controllo della cittadina. Lo testimoniano i resti appartenenti a donne, anziani, bambini e civili trovati nelle cosiddette “fosse secondarie”, così chiamate perché due mesi dopo i massacri, nel tentativo di nascondere l’eccidio, i soldati serbi riaprirono le prime fosse e sparpagliarono i resti degli uccisi in buche più piccole.
Non va neppure dimenticato che la candidatura della Kočević è stata sostenuta da una coalizione composta dall’Sds (Srpska Demokratska Stranka ovvero Partito Democratico Serbo) e dall’Snds (Stranka Nezavisnih Socijaldemokrata, Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti). Il primo era il partito di Radovan Karadzic, attualmente sotto processo alla corte europea dell’Aja per una serie di crimini contro l’umanità tra i quali aver pianificato il “genocidio” - e sottolineo questo termine – dei musulmani di Bosnia, il secondo per quanto riguarda Srebrenica, dichiara candidamente che “là non è mai successo niente. E chi lo afferma è un amico dei musulmani”.
La sfida tra il bosgnacco Duraković e la serba Kočević si è consumata domenica 8 ottobre. Ed è stata una sfida all’ultimo voto. C’è da dire che le autorità della Republika Srpska avevano fatto di tutto per favorire la candidata nazionalista. Le incredibili lungaggini del conteggio per un paese con neppure 8 mila abitanti, sono quantomeno sospette. Otto giorni di attesa senza avere ancora la conferma ufficiale della vittoria di Duraković sono un po’ troppi anche per la Bosnia Erzegovina ed è comprensibile che negli osservatori nasca qualche perplessità. Poi ci sono le denunce di varie decine di sostenitori della Sda che giurano che gli è stato impedito l’accesso alle urne per cavilli burocratici. Ma soprattutto c’è la contestatissima legge, varata poco prima della tornata elettorale, che consente il voto ai soli residenti. In un Paese come l’Italia, questo sarebbe nomale, anzi auspicabile nella prospettiva che venga finalmente concesso questo fondamentale diritto democratico anche ai cittadini migranti. Ma in Bosnia, questo significa escludere dalle urne le migliaia di profughi che sono stati cacciati dalla propria casa dalla pulizia etnica. Per questo Duraković, in campagna elettorale, ha più volte dichiarato che se vincesse la sua sfidante sarebbe come se a Srebrenica “avesse vinto la politica del genocidio” e l’allontanamento, se non l’uccisione, dei musulmani “avrebbe ottenuto lo scopo di portare il paese nella sfera di influenza serba”. Duraković ha tirato la sua campagna con lo slogan “io non abbandono Srebrenica” e ha telefonato personalmente a centinaia di profughi musulmani per invitarli a registrarsi nelle liste elettorali di Srebrenica. Una mossa che gli ha consentito di mantenere il municipio. Le urne avevano assegnato la vittoria alla serba per 3400 voti circa contro 2900 ma le schede che sono affluite per posta - all’incirca 1800 - hanno spostato la bilancia in suo favore e, a conteggio pressoché ultimato, Duraković conduce di 300 circa voti.
Srebrenica quindi non avrà per sindaca una nazionalista serba. E di questo, come abbiamo detto in apertura, c’è solo da essere contenti.
Non c’è niente di cui essere contenti invece per come sono andate le elezioni amministrative nel resto della Bosnia Erzegovina che hanno visto il trionfo delle destre nazionaliste e di ispirazione religiosa. A Visoko, l’Sda è riuscito ad eleggere la candidata musulmana Amra Babić. Sarà il primo sindaco di una città europea ad andare in consiglio comunale col velo islamico. Le formazioni dichiaratamente inter etniche come l’Sdp (Socijaldemokratska Partija, Partito Socialdemocratico) hanno subito una pesante sconfitta. Come partiti di governo hanno pagato lo scotto di una recessione mondiale di cui non hanno particolari colpe se non quella di volerla affrontare seguendo i dettami della Comunità Europea, di cui aspirano a far parte. Una politica fatto di tagli al welfare e di privatizzazioni spinte. Hanno pagato soprattutto l’incapacità di dare alla gente una vera prospettiva sul futuro di un Paese in cui, se non c’è più la guerra, di certo non è scoppiata la pace. Proprio quello che non manca ai partiti nazionalisti che al contrario sanno parlare efficacemente alla pancia della gente proponendo una ricetta tanto semplice quanto immediata, comprensibile e soddisfacente (peccato che sia anche quella sbagliata). La colpa di questo stato di cose, dicono, è dell’altra etnia. Quella che ci ha fatto guerra, quella che ha compiuto tanti crimini e che ancora non ce li riconosce (ed è per questo che noi, a loro, non riconosciamo i nostri, anche quando sono evidenti come il sole). Il genocidio non è mai esistito. Chi lo afferma sta dall’altra parte ed è un traditore.
Tutta qua la piattaforma politica dei tre partiti nazionalisti che, non certo per caso, hanno trionfato ciascuno sui municipi dove la sua etnia è prevalente: l’Hdz (Hrvatska Demokratska Zajednica Bosne i Herzegovine, Unione Democratica Croata della Bosnia Erzegovina) per i croati, l’ Sda per i musulmani e lo Sds per i serbi.

Concludo sottolineando due aspetti. Il primo è che tutti e tre questi partiti promettono un futuro irrealizzabile se non dopo un’altra guerra. E cioè la costituzione di uno Stato solo per i musulmani (per quando riguarda l’Sda), o di staccarsi dalla Bosnia per unirsi alla Serbia (Sds) o alla Croazia (Hdz). Proprio quello che è successo nelle elezioni dei primi anni ’90. Quelle che hanno preceduto la guerra.

La seconda questione da sottolineare è che nessuno dei tre partiti si dichiara esplicitamente una formazione conservatrice. Preferiscono la dizione di “partito nazionalista” e i loro membri si definiscono “patrioti”. Per certi versi sono molto simili alla Lega, soprattutto nel linguaggio. Non è un caso che vari esponenti del Carroccio abbiano in più occasioni manifestato solidarietà e apprezzamento ai loro esponenti, in particolare, dell’Sds. E non di rado a dichiarati criminali di guerra come il boia di Srebrenica Ratko Mladic (“Un vero patriota” a sentire quella sagoma di Borghezio). Ma, come per la Lega nostrana, più che di estrema destra questi partiti non possono non rivelarsi, perché fanno dell’esclusione il loro cavallo di battaglia. Un elemento qualificativo della sinistra invece, è - o dovrebbe essere - l’idea che i diritti sono di tutti o non sono di nessuno. Votando il “patriota etnico” invece del candidato, che so?, socialista, ambientalista o anche liberale, gli elettori finiscono semplicemente per votare un fascista. Serbo, croato o musulmano che sia, ma pur sempre un fascista. Un fascista “invisibile”. Magari un fascista che non sa neppure di essere fascista ma che alla fine porterà avanti una politica fascista perché se si incendia la miccia dello scontro etnico viene meno qualsiasi scenario di convivenza democratica.

Se i serbi votano i serbi perché son serbi, i musulmani i musulmani perché son musulmani e i croati i croati perché son croati, tanto vale non perdere più tempo con le urne e, invece dei voti, contare semplicemente le teste.
Ne ho viste tante, al centro di identificazione della vittime di Tuzla. Tutte staccate dai corpi.