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Mondiali in Qatar - Il calcio che uccide?

di Grazia Satta

3 ottobre 2013

Gennaio 2011
Nepal, periferia di Kathmandu,Tempio di Pashupatinath.
Mi trovo qui con un gruppo di amici italiani e Amhad, un giovane nepalese che ci fa da guida.
Assistiamo ad un rito funebre inusuale per un occidentale. Lungo la sponda opposta del fiume sacro Bagmati, nei numerosi ghat, si celebrano continue cremazioni.
Arrivano le barelle col cadavere coperto da un drappo colorato, e dopo tre giri attorno alla pira sulle spalle di sei uomini, vengono adagiate sui ceppi. Il parente più prossimo vestito di bianco e col capo appena rasato in segno di lutto versa il burro chiarificato nella bocca del morto e accende il fuoco ai legni sotto il capo.
Tutto ciò avviene con una cerimonia composta, in una silenziosa e mesta catena di montaggio.

Amhad ci dice che da un po’ di tempo le cremazioni sono continue e i corpi sono soprattutto di giovani. Vengono da lontano, dal Qatar dove sono migrati in cerca di guadagni più alti di quelli che avrebbero ottenuto in Nepal.
Amhad è un uomo innamorato del suo paese e impegnato in progetti per il progresso sociale. Penso che ci possa essere un’esagerazione nelle sue parole, che non voglia ammettere che qualcuno aspiri a condizioni di vita migliori di quelle che possa offrire il Nepal. Vengono dal Qatar, continua, dove sono sottoposti a condizioni di lavoro assurde. Alcuni si suicidano per la disperazione. Sono tanti e sono giovani. Uno del nostro gruppo conferma il fatto che davvero sono giovani. Col teleobiettivo ha visto tanti volti cancellandone poi le immagini per un senso di pietà e rispetto.
Nel Qatar sono reclutati per i preparativi del Qatar 2022, il campionato mondiale di calcio. Il Qatar sta facendo grandi opere che stupiranno il mondo, non solo i tifosi di calcio.
Non seguo il calcio e ciò che ho visto e sentito è finito a lungo nel mio dimenticatoio.

Settembre 2013
Nella mia casa a Ferrara mentre ascolto la radio, prima di recarmi al lavoro, la memoria riaffiora.
“Ennesima tempesta di sabbia sui Mondiali di calcio del 2022 in Qatar”. Un’inchiesta, pubblicata mercoledì 27 settembre su The Guardian, racconta la terribile esperienza di lavoratori migranti nepalesi ingaggiati per la costruzione dei modernissimi stadi dove si dovrebbero disputare le partite dei mondiali di calcio nel 2022. Qualcuno definisce la notizia “Storie di straordinario sfruttamento della manovalanza migrante”. Forse, si potrebbe senza mezzi termini, parlare di schiavismo.
Il numero ufficiale dei morti tra giugno e agosto, ma altre fonti riferiscono tali cifre al solo mese di agosto, è di 44, tutti giovani intorno ai vent’anni d’età. Le cause dei decessi sono: attacchi di cuore e incidenti sul lavoro. Le condizioni di vita e lavoro alle quali sono sottoposti sono disumane: né acqua né cibo in un deserto che arriva a temperature di 50°, turni di lavoro assurdi, fino a 24 ore continue intervallate da poche ore di pausa, accatastati in un’unica stanza per dormire senza le più elementari condizioni igieniche, sequestro di documenti per impedirne la fuga, congelamento dei magri salari come arma di ricatto. Prigionieri a tutti gli effetti della società Lusail Real Estate Company molto famosa nel Qatar. Nessuna possibilità di fuga nemmeno all’interno dei confini dello stesso Qatar: senza soldi è difficile muoversi e senza documenti si rischia la beffa di essere incriminati per il reato di clandestinità. Pochi fortunati, una trentina, riescono a rifugiarsi presso l’ambasciata e chiedere aiuto.

Il Comitato organizzativo dei Mondiali, che è stato informato e che non ne sapeva niente (evidentemente nessuno di loro si era imbattuto nella guida nepalese Amhad), dice di essere “profondamente preoccupato per le accuse che sono state mosse” e assicura che con tempestività le autorità governative “stanno già conducendo un’indagine al riguardo”.

Lo scaricabarile che ne conseguirà è facilmente intuibile e la giostra di palleggiamenti di responsabilità tra appaltatori e subappaltatori è un déjà vu che si ripete uguale a tutte le latitudini. Sembra giusto invece che si sia preoccupati per le difficili condizioni climatiche alle quali dovranno giocare le squadre di calcio. Lo spettacolo non può fermarsi e i giri di soldi nemmeno. Le previsioni parlano di 4.000 operai morti da oggi fino al 2022, anno del campionato. Non avrà dunque fine la follia triste e silenziosa sulle rive del Bagmati.