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Lacrime e commozione non fermano le stragi - Due nuovi naufragi nel Mediterraneo

Un natante si rovescia nel Canale di Sicilia, a 70 miglia da Lampedusa, in acque maltesi, l’altro in acque egiziane. Muoiono oltre 60 persone. Tra loro donne e bambini

11 ottobre 2013

Commozione, lacrime, emergenza, funerali di stato, richiami all’Europa, annunci, bagarre parlamentari. Questa è in concreto la reazione della politica alla strage di Lampedusa. E mentre ancora si recuperano i cadaveri inghiottiti dal mare lo scorso 3 ottobre, in mare si consumano nuove tragedie. Questa volta in acque maltesi, a circa settanta miglia dalle coste di Lampedusa. Ancora un barcone carico di eritrei e somali, ancora corpi inghiottiti dalla frontiera europea, ancora donne e bambini.
Un natante con a bordo circa 250 persone si è rovesciato al passaggio di un arero militare. Duecento persone sono state tratte in salvo dalla Guardia Costiera e dalla Marina maltese, per gli altri invece il destino è lo stesso toccato a quei 339 migranti in fuga che ancora giaciono senza vita all’interno dell’hangar di Lampedusa.
L’altro naufragio è avvenuto in acque maltesi dove una barca diretta in Europa con a bordo circa 150 cittadini siriani e palestinesi è affondata. Le vittime sono probabilmente dodici.

Intanto l’Europa che si inginocchia di fronte alle bare di Lampedusa ha saputo solo discutere di rinforzare i pattugliamenti di Frontex, di aumentare i controlli, di redistribuire i superstiti per far fronte all’emergenza, di ritoccare le norme, di abolire alcuni provvedimenti simbolo (come il reato di clandestinità) per poi in fondo non cambiare nulla.

Ma è un’emergenza?
Si, se di emergenza si tratta è quella di una quotidiana tragedia che si consuma al largo di Lampedusa e che i suoi abitanti vivono sul molo dell’Isola. Quella che anche quando i riflettori accesi vede quasi un morto al giorno approdare sull’Isola.
Se ne esiste una di emergenza, non è certo quella che vede gli Stati impegnati a far fronte ad una "ondata" di sbarchi. Se esiste un’emergenza non è quella che si risolve con la speranza di essere più fortunati al prossimo allarme lanciato da una barca in mezzo al Mar Mediterraneo.

Se esiste un’emergenza è quella di smetterla di desiderare che si muoia lo stesso, ma lontano da noi. E’ quella per l’apertura immediata di un canale umanitario, un canale di ingresso che permetta a chi fugge da guerra e torture, da violenze e persecuzioni, di non morire nel tentativo di raggiungere l’Europa. E’ quella di una nuova Europa che abbandoni l’ossessione per il controllo delle sue frontiere, tanto violento quanto evidentemente dannoso ed inutile al suo stesso scopo dichiarato.
E’ quella di smetterla di essere soddisfatti per le gloriose operazioni che hanno portato la Guardia Costiera a salvare 50 persone, mentre altre 50 sono state inghiottite dalle acque. E’ quella di chi non vuole che ci sia più alcuna vita da salvare in mare perché l’Europa ha imparato a rispettare i diritti riconosciuti come sacrosanti dalle carte costituenti e dai trattati, quelli che animano le cerimonie e poi invece vengono dimenticati in mezzo al mare e nei luoghi in cui si scrivono le regole.

Perché non accada più, perché queste emergenze diventino le nostre urgenze, è necessario mettersi in cammino e non stare a guardare, mettersi in moto tutti insieme senza pensare che qualcuno possa farlo al posto nostro.
Difficilmente l’Europa Fortezza smetterà di imporre confini mortali se non saremo noi tutti, cittadini europei, a dare un’altra direzione a questa Europa: la rotta dei diritti.