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Le donne delle serre

Storie di sfruttamento nelle campagne del ragusano

di Letizia Palumbo e Alessandra Sciurba

16 aprile 2014

Su questo sito, ormai quasi un anno fa, avevamo pubblicato un report dal titolo “Due volte sfruttate. Le donne rumene nella fascia trasformata del ragusano”. Era il risultato di una prima inchiesta effettuata tra Vittoria, S. Croce Camerina e Marina di Acate per far luce su un fenomeno di sfruttamento tanto grave ed esteso quanto taciuto e nascosto.
Tantissime donne rumene (circa 5000), si raccontava, sono soggette ad un doppio sfruttamento lavorativo e sessuale in moltissime delle serre che hanno cambiato l’aspetto di quel territorio: una trasformazione che ha permesso il passaggio da un’agricoltura stagionale alle coltivazioni perenni e ha richiamato così, fin dai primi anni Ottanta, migliaia di migranti. Se dapprima erano quasi solamente tunisini, dopo il 2007 sono arrivati invece moltissimi rumeni, la metà dei quali donne. Questa presenza femminile sembra avere tolto ogni freno inibitorio a troppi piccoli proprietari agricoli. Inaspettatamente ritrovatisi a diventare “padroni” di lavoratrici ricattabili e isolate, in un contesto di omertà e impunità.
Questa storia deve necessariamente essere raccontata ancora e ancora, perché è emblematica di quanta violenza possono incontrare nei loro percorsi le persone che migrano, specie se donne. Tutte le volte che si sente dire “sono troppi”, “ci rubano il lavoro”, “non ci sono risorse anche per loro”, la risposta la si trova in esempi come questo che restituiscono fino in fondo una realtà tanto complessa quanto strutturalmente segnata dall’ipocrisia e dalla normalizzazione del sopruso.

Per questa ragione siamo ritornati nelle campagne del ragusano, tra il 27 e il 30 marzo di quest’anno, e abbiamo cercato di capire meglio cosa stia continuando ad accadere, raccogliendo altre voci e ascoltando di nuovo quelle che già avevamo incontrato.
Questo secondo report prende avvio da due storie, tutte raccolte grazie alla Cooperativa Proxima di Ragusa che ospita tante donne, ma anche tanti uomini, vittime di tratta e di grave sfruttamento attraverso i programmi di assistenza e integrazione sociale previsti dall’articolo 13 della Legge n. 228/2003 e dall’articolo 18 del T.U. sull’immigrazione n. 286/1998.
 [1]

1. Racconti di Sfruttamento

Luana
Luana è una donna rumena di circa 40 anni, una madre sola con due figli, un bimbo e una bimba, che l’hanno raggiunta in Italia dopo il suicidio del marito in Romania.
Luana lavora presso una piccola azienda agricola fuori Vittoria e vive con in suoi figli in un’abitazione fatiscente, sperduta nelle campagne. La scuola è lontana dalla serra, difficile e pericolosa da raggiungere a piedi e spesso i bimbi approfittano del passaggio offerto dal suo datore di lavoro, un signore vittoriese.
In cambio di questo “favore”, e per mantenere il lavoro e l’alloggio, Luana asseconda le richieste sessuali di quest’uomo la cui abitazione, dove vive con la moglie e un figlio, è anch’essa all’interno della serra. Luana è esasperata da questa situazione e terrorizzata dalle continue minacce di quest’uomo, teme soprattutto eventuali ritorsioni sui bimbi.
Una notte, grazie all’aiuto del Solidal Transfert di cui parleremo a breve e di una donna vittoriese con la quale è entrata in contatto, riesce a raccogliere tutte le sue cose e a scappare coraggiosamente con i suoi figli. Come Vincenzo Lamonica della Caritas ragusana ci spiega “la molla che ha fatto scattare la ribellione è stata la minaccia di non portare più i figli a scuola. Lui aveva smesso di farlo perché la scuola era l’unico contatto che loro potevano avere con la realtà cittadina e quindi avrebbe potuto fare emergere il problema”.
Ausilia Cosentini della cooperativa Proxima di Ragusa ci riferisce ulteriori dettagli di questa storia:

Una volta non solo non è andato a prenderli, ma non ha voluto che lei si allontanasse dal luogo di lavoro e di conseguenza i bambini, dopo un po’, si sono inoltrati per la strada da soli, e la strada è una strada provinciale, non è una strada di città. È anche questo che l’ha fatta scappare. Questa donna riusciva a subire tantissimo. Aveva una capacità di sopportazione molto più alta di una persona normale. Lei lo sfruttamento lavorativo non riusciva a vederlo, neanche quando le abbiamo spiegato…anche se prendeva solo 100 euro a settimana e gli orari lavorativi erano assurdi, nonché il tipo di lavoro che svolgeva: raccoglieva pomodori e il datore di lavoro o il figlio controllavano quante cassette di pomodoro riusciva a riempire in un determinato lasso di tempo. Lei e sua sorella, che l’ha raggiunta successivamente, erano le uniche donne che lavoravano nella serra (…). Lei era disposta a lavorare per questi soldi e a questi ritmi, e ha accettato lo sfruttamento sessuale per tanto tempo, ma lo sfruttamento sessuale lo vedeva e lo viveva come tale (…). In seguito lui le ha detto che voleva che anche la sorella fosse coinvolta in questa attività notturna, anche tutte e tre insieme. Quando lei ha capito che lui non si sarebbe fermato e avrebbe costretto anche la sorella si è ribellata e sono iniziate le liti. Mi ha detto che ha cercato altri lavori, ma nessuno la prendeva con i bambini (…). Mi diceva: sono costretta ad accettare questo tipo di lavoro perché ho i miei bambini. I suoi racconti sono stati molto toccanti. Il datore di lavoro viveva con la moglie e i suoi figli in una casa accanto. Quando lui diceva, dopo che i bambini si erano addormentati le faceva uno squillo al telefonino e andavano fuori, sotto un albero o dietro la casa: queste erano le modalità che lui pretendeva. Mi ha detto: mi sentivo costretta a farlo perché non avevo alternative (…). Mi ha raccontato che non era la prima, che è una modalità che lui utilizza (…). Aveva pensato di denunciare perché diceva: non voglio che succeda ad altre, però poi la paura era più forte. Mi diceva sempre: “tanto a lui non gli fanno niente. Ha troppe amicizie”, perché questo lui le diceva per farla stare buona, quando minacciava ritorsioni anche sui figli. Quando lei si negava, lui si vendicava sui bambini, ad esempio non dando loro l’acqua da bere…nelle campagne non si può bere l’acqua del rubinetto perché è inquinata. Quando lei si rifiutava, non dava l’acqua né a lei né ai bimbi. Per lei non era semplice andare al supermercato e per mettere un piede fuori dalla serra doveva chiedere il permesso per uscire. Una volta l’ha anche minacciata con la pistola (...)”.

Luana è stata accolta e protetta nel centro residenziale di accoglienza di Proxima. Purtroppo dopo un mese di permanenza ha deciso di andar via dalla struttura della cooperativa ed è ritornata a lavorare e vivere nelle serre di Vittoria. Probabilmente è stata la mancanza di alternative concrete a spingerla a ritornare con i suoi figli nelle campagne.

Alina
Alina, una giovane ragazza rumena, viene da Botoshan dove lavorava come magazziniera in un supermercato.
La madre era partita quando lei aveva 16 anni per andare e lavorava in casa con un anziano, a Perugia. Alina è venuta in Italia due anni dopo per raggiungere suo padre, partito nel frattempo anche lui, e finito invece a lavorare nelle serre del ragusano.
Quando le chiediamo come sia questo lavoro lei risponde: “come lavora un uomo lavora anche una donna. Non c’è differenza…”. Alina lavora nelle campagne da tre anni e in una delle serre ha conosciuto il suo attuale marito, Mario, con il quale ha avuto una bambina. Ha lavorato fino al settimo mese, fino a quando ha avuto un’emorragia e ha dovuto partorire d’urgenza. Il marito dice che era una buona azienda perché, anche se il datore di lavoro “ci ha provato” con Alina, quando lei gli ha detto di smetterla e Mario lo ha minacciato, lui alla fine ha smesso. Del resto, racconta Mario, nella serra c’era un’altra rumena che era lì col marito ma che “faceva contento il padrone”. Lo sa perché si vedeva, e perché – dice – “vantarsi di queste cose dentro le serre è normale”. Dopo la nascita della piccola, Alina e Mario sono dovuti andare via perché il “padrone” non voleva bambini nelle serre. “Se una donna è sola, è bella e lavora bene”, spiega Mario, “allora il padrone vuole anche i figli. Altrimenti è difficile”.
Così Alina e Mario hanno deciso di andare a lavorare e vivere in una serra nella zona di Gela dove il nuovo datore di lavoro gli permette di tenere la bimba. Qui però le condizioni di lavoro sono molto pesanti, di semi-schiavitù: lavorano 9-10 ore al giorno, senza contratto, con un compenso bassissimo e spesso senza essere pagati. Vivono in un magazzino all’interno dell’azienda. Non devono pagare l’affitto, ma si tratta solo di una stanza spoglia.
Il datore di lavoro, almeno, lascia in pace Alina: il primo giorno che hanno messo piede in quel posto, Mario gli ha detto di non guardare sua moglie. E comunque c’è un’altra donna, ci raccontano Alina e Mario, che accontenta il capo e probabilmente il marito di questa donna è al corrente di tutto e lo accetta per mantenere il lavoro. >br>In questa nuova serra, però, il “padrone” possiede dei cani da guardia, molto aggressivi, addestrati per sorvegliare e controllare i lavoratori. Un giorno, uno di questi cani, un dobermann, ha azzannato Alina e la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola.
Ci sono voluti quasi 100 punti” dice Alina mostrandoci la gambetta della bimba, “io la tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile fermare il cane”.
Quando sono arrivati i carabinieri il “padrone” ha detto che il cane non era suo, che era un cane passato di là. Il dobermann intanto era stato fatto scomparire. La donna rumena con cui il padrone ha una relazione sessuale ha avallato la sua versione.
Dopo questo tragico episodio, Alina e Mario hanno deciso di denunciare il datore di lavoro che peraltro non li ha mai pagati: deve loro più di 5000 euro e, quando Mario gli ha fatto causa, ha scoperto anche che il contratto di lavoro che aveva era del tutto fasullo.
Al momento, racconta Ausilia di Proxima, “C’è una causa in corso. Forse qualcuno della serra testimonierà…Per adesso loro vivono qui da noi. Sicuramente la bambina dovrà essere sottoposta a degli interventi chirurgici per fare in modo che il muscolo possa svilupparsi correttamente”.

2. Il lavoro sul territorio: Proxima, il Solidal Transfert, e Medici senza Frontiere

Da quasi due anni la Cooperativa Proxima di Ragusa ha attivato il servizio del Solidal Transfert per arrivare a una comprensione profonda del tipo e del livello di sfruttamento subito dalle donne migranti sul territorio, cercando al contempo di offrire delle risposte immediate almeno ai bisogni primari di queste lavoratrici.
Come avevamo già raccontato a Luglio, il Solidal Transfert è un piccolo furgone che attraversa le campagne della fascia trasformata e, su chiamata di un numero verde, accompagna i lavoratori e soprattutto le lavoratrici a comprare la spesa, ricaricare le schede telefoniche o a fare altre commissioni permettendo loro, in questo modo, di uscire dall’isolamento senza pagare la piccola mafia dei trasporti privati.
Anche questa volta Emanuele Bellassai, l’operatore che ne è responsabile e lo guida quasi tutti i giorni ci ha fatto salire a bordo e ci ha raccontato le evoluzioni del progetto:

L’accompagnamento quotidiano è importante perché offre un servizio, ma soprattutto perché ci consente di avere una maggiore conoscenza del territorio e intercettare persone che vivono nelle serre e non hanno contatti con niente e nessuno. La nostra missione è quella di creare una relazione paritaria occupandoci della storia di ogni persona che incontriamo. Anche se diventa sempre più impegnativo siamo qui e vogliamo mettercela tutta. È un oceano il bisogno che c’è. Alcune persone le seguiamo da un anno e più. Qualcun fa ancora fatica a credere che questo servizio non sia a pagamento, perché qua si paga anche l’aria e chi lavora nelle serre per andare a fare la spesa deve sempre pagare qualcuno che ha un mezzo… all’inizio questa cosa sembrava molto strana, il fatto che esistesse un pullmino e qualcuno che viene incontro al bisogno nel cuore della periferia più estrema e mette nelle condizioni gratuitamente di potere soddisfare un bisogno primario… C’è diffidenza… ma chi lo sperimenta capisce che è un’occasione per uscire fuori da un contesto di isolamento totale. Li accompagniamo anche solo per fare una passeggiata al centro di Vittoria. Questo sostegno alla mobilità offre un servizio concreto relativo ai bisogni elementari e dà una mazzata a quelli che sono i costi del pizzo da pagare, anche 15 euro a persona, per andare dalla campagna alla città, allo stesso modo, questo fa in modo che si crei una relazione. Ma non sempre e non subito si riesce a entrare in confidenza. È un work in progress. Inizialmente siamo partiti noi da soli col pullmino e già da subito, sempre con un po’ di difficoltà, qualcuno ha raccontato... Una donna ce l’ha “sputata” subito in faccia, al primo colloquio… ha detto che quando si trovava nella serra il datore di lavoro diceva semplicemente: “se vuoi lavorare con me ci devi stare”. Punto. Abbiamo avuto una storia in cui anche la madre di due figli è stata sottoposta a vessazioni”.

Emanuele ci spiega il tipo di persone che lavorano solitamente nelle serre e le principali problematiche che incontrano:

Prevalentemente ci sono coppie, frutto di una seconda unione in cui sia per lui che per lei c’è alle spalle un matrimonio fallito e carichi dei figli (…). Il fatto che arrivino qui è causato dal passaparola. Dal 2007 sono arrivati i rumeni, e su questo hanno giocato molto i datori di lavoro perché hanno abbassato molto la paga dei lavoratori e la comunità tunisina non intendeva sottostare a questo ricatto. Lentamente, la comunità rumena che invece ha accettato queste condizioni ha di fatto indebolito la presenza tunisina e ha occupato molti posti di lavoro.
Con la comunità tunisina volevano solo uomini, anche perché la donna araba molto difficilmente lavora, adesso viene cercata la coppia da mettere a lavorare sempre all’interno di una stessa azienda. L’età media delle donne è tra trenata e quarant’anni, a volte anche meno, ma fino ad ora non abbiamo incontrato ragazzine giovanissime. In generale l’età delle donne che ci contattano è alta. Ma il territorio è vasto e viviamo in costante evoluzione. Quelle che ci chiamano generalmente non sono da sole, ma hanno stabilmente una vita residenziale con un uomo che può essere il marito o il convivente. Ma parliamo di stime intorno alle 5000 presenze e noi non ne abbiamo intercettate più di 200. Parliamo di un territorio che abbraccia 3 Comuni su un’estensione enorme. Abbiamo accertato situazioni palesi di sfruttamento lavorativo, su quello sessuale è ancora difficile.
Loro lavorano a giorno con una paga di 25 euro. Ma i soldi vengono dati poco a poco, a volte solo un acconto per potere fare la spesa, e così dai 150 euro settimanali stiamo arrivando a 70, 50 euro. Si dice che il gettito economico che i datori di lavoro ricevono non è più sufficiente e loro si mettono una mano sulla coscienza dicendo che almeno gli danno un tetto sulla testa, perché tante lavoratrici e tanti lavoratori vivono nelle stesse aziende. Ma ci sono anche datori che danno case a 200 euro in contesti molto periferici e isolati. Alcuni proprietari lucrano anche sulla luce.
Altro problema è che l’acqua non è potabile e a volte si parte coi bidoni per portarla. Ricorda le missioni in Africa nei villaggi… e così ci sono anche tutti problemi sanitari legati al fatto di non avere a disposizione acqua potabile, quell’acqua è buona solo per irrigare i campi.
Le patologie che riscontriamo sono molte. Abbiamo avuto varie malattie infettive, due ricoveri per infezioni all’apparato genitale, patologie di natura psicologica per le storie che si vivono. Molti chiedono comunque di avere un riferimento medico e chiedono l’approccio con l’ambulatorio anche solo per avere il tesserino Eni. Per tutto questo, ma non solo, le collaborazione avviata con Medici senza frontiere e con Emergency è preziosa
”.

Da qualche mese, infatti, Proxima non è più da sola ad operare nelle serre. Come ci aveva raccontato Chiara Montaldo, coordinatrice del progetto di Medici Senza Frontiere in Sicilia, incontrata il giorno prima a Pozzallo:

Il lavoro nelle campagne non era per noi originariamente previsto, ma ci siamo accorti subito di questa esigenza del territorio. Ho fatto un giro con Emanuele sul Solidal Transfert per capire di cosa stessimo parlando. Ho visto tre coppie in tre case disperse nel nulla assoluto della campagna, c’era freddo, c’era buio…pioveva. Quando ho visto dove abitano mi sembrava di essere in Congo. In una casa in cui sono entrata i letti erano cartoni messi giù con qualche coperta sopra. Nessun mobile, solo un fornelletto a gas. Un rifugio di fortuna in cui però quelle persone vivevano da anni. Una di queste coppie ci aspettava fuori da questa specie di garage dove vivevano e si sono scusati se non ci hanno fatto entrare dicendoci che era tutto allagato…appena ho chiesto a lei: “come stai?”, è scoppiata a piangere immediatamente. Al primo contatto, così, ha esternato il suo malessere dicendo che le capitava spessissimo di piangere d’improvviso, che le mancava la sua famiglia e pensava sempre alle pesantissime situazioni del suo passato. Le ho detto che potevamo offrirle un aiuto medico, ma anche psicologico, e con una certa sorpresa da parte mia lei ha detto subito di sì. La volta dopo è venuta al poliambulatorio e abbiamo iniziato... Ora è assistita sia dalla psicologa che dallo psichiatra ed è proprio un’altra persona…. Lei ci ha dato molto il senso di essere lì… vivono in una situazione di tale isolamento. Anche togliendo tutto il resto, solo il fatto di finire di lavorare e trovarsi al buio da soli in mezzo alla serra… vivere 5, 7 anni in una situazione così porta alla depressione. Non è stata l’unica a chiedere un supporto psicologico. Sui piccoli numeri che abbiamo fino ad ora, il dato più sconvolgente è proprio la richiesta di un supporto psicologico…più da parte delle donne. Abbiamo iniziato il 2 gennaio e siamo già a sei casi.
È ancora uno stadio iniziale, e il nostro è un lavoro sanitario, ma è evidente che i problemi che riscontriamo nelle serre sono legati ad ambiti diversi da quello semplicemente sanitario. I problemi sanitari che vediamo, anche quelli di salute mentale, sono la conseguenza di un sistema malato: dallo sfruttamento sessuale all’uso di fitofarmaci nelle serre o alle condizioni di vita degradate (…) e ci hanno detto di vari casi di minori nelle serre.
Ci sono state anche due donne rumene che sono venute in ambulatorio per chiedere delle Ivg.
Questa è proprio una realtà che la maggior parte della popolazione italiana ignora. Quando si parla del lavoro dei migranti nelle campagne, a tutti viene in mente Rosarno, ma come una cosa che è successa, come un episodio che è finito.
Quando siamo entrati in contatto con questa popolazione che non ci aspettavamo, abbiamo pensato di trovare a una mediatrice rumena da affiancare al servizio del Solidal Transfert, perché abbiamo visto che era un’esigenza
”.

Grazie alla sensibilità di Msf, quindi, da febbraio insieme ad Emanuele lavora Tatiana, psicologa e mediatrice rumena. Emanuele ne è ovviamente entusiasta:

La presenza di Tatiana è stata preziosissima, è una donna, è rumena, è psicologa. Aiuta la costruzione delle relazioni di fiducia che si instaurano all’interno del pullmino. Lavora con noi solo da un mese ma la sua presenza ha già portato risultati eccellenti e quello che pensavamo che si potesse realizzare effettivamente si sta realizzando”.

Anche Tatiana ci parla delle persone che ha accompagnato fino ad ora sul Solidal Transfert:

Lavoro sul furgone di proxima e il mio ruolo principale è informare i migranti sul territorio di Ragusa dell’esistenza di ambulatori Stp/Eni. Dò informazioni sanitarie e psicologiche. Salgono sia donne che uomini, e le donne che ci chiamano sono solitamente coi mariti. Questo mese ho incontrato due persone che hanno dei figli nelle serre. Le principali richieste sono le visite mediche, anche psicologiche. Chiedono proprio visite psicologiche, la prima volta che mi hanno visto molte mi hanno detto: “Tatiana voglio andare da uno psicologo”. Poi hanno anche i bisogni materiali, fare la spesa e tutto il resto… molte donne hanno abortito e hanno problemi ginecologici. Questo mese ne ho incontrate due di 40, 45 anni. Queste donne hanno sempre dei “secondi” mariti. Quasi tutte sono divorziate e hanno questo secondo “marito” rumeno che hanno incontrato qua. Alcune dicono che il figlio è di questo secondo marito, altre che hanno abortito e basta. Stanno arrivando tante storie che dobbiamo ancora capire. Abbiamo incontrato una signora che due anni fa ha abortito e ha problemi ginecologici e un’altra signora che era nel pullmino, quando la prima è andata via, mi ha detto che questa ha una figlia minore che non vive con la mamma perché è “venduta”. Abbiamo deciso di capire cosa succede, perché non vive con la mamma.
Molte vengono dalla Moldova, da Botoshan. È una regione poverissima e molte facevano le contadine, lavoravano la terra in campagna. Hanno le elementari non ci sono molte donne che hanno lauree e lavorano nelle serre. Le donne laureate lavorano nelle case, io non ho mai incontrato nessuno con la laurea che lavora nelle serre.
Di solito hanno figli. Alcune a casa con la suocera o con i figli più grandi e altre qua e lavorano con loro nelle serre
”.

Proxima e Msf hanno in programma di sviluppare il progetto con nuove articolazioni, ad esempio organizzando delle attività di promozione della salute all’interno delle serre, specie in quelle più isolate. Come riusciranno a organizzale in accordo coi i datori di lavoro, spiegano, è ancora da vedere. L’obiettivo principale è sempre quello, dice Emanuele: spezzare l’isolamento:

"Ci sono sicuramente persone nelle serre più interne che non siamo ancora riusciti a raggiungere, e speriamo di farlo presto grazie al passaparola di quelle che ci conoscono meglio. Vorremmo organizzare nei posti più nascosti dei momenti di ritrovo per divulgare i nostri servizi e intercettare persone nuove, capire i loro bisogni e avviare la costruzione della relazione interpersonali di fiducia che servono a far emergere poi lo sfruttamento lavorativo e sessuale che è la nostra missione ultima.
L’isolamento è anche sinonimo di depressione e di malessere personale, di mancanza di protezione. Cerchiamo anche di far fare sistema tra di loro. Questi incontri garantiranno una presenza collettiva di questi lavoratori che sono come isole sparse su un territorio vastissimo. Bisogna fare gruppo, confronto, che è quello che manca e questo è il punto di forza dei datori di lavoro. Una persona sola è più debole e non arriva a capire quali sono i suoi diritti, le risorse del territorio, le persone a cui può fare riferimento per uscire da uno stato di assoggettamento e schiavitù che è totale sotto tutti i punti di vista
".

Nello stesso isolamento, raccontano tutti, vivono anche moltissimi bambini. Respirano i fitofarmaci delle serre, spesso non sono vaccinati, e molti di loro non vanno a scuola anche perché una grande parte delle campagne dove lavorano i genitori non è raggiunta dallo scuolabus.
Questo livello di abbandono nel degrado ha portato a un ritorno di malattie come la meningite o la tubercolosi, e la diffusione della scabbia tra i bambini.

3. Omertà e non volontà di agire

Tutti sanno ma nessuno interviene, è questa la sensazione che emerge parlando con le persone di Vittoria e dintorni.
Tutti sono a conoscenza di quello che succede nelle serre, del degrado e delle forme di sfruttamento lavorativo e sessuale subite dalle donne rumene, ma soltanto pochi decidono di parlare e di agire per contrastare queste violenze.
Questo clima di omertà e indifferenza relega, ancor di più, queste donne ad una condizione di totale isolamento e invisibilità. Lontane dalle città, le storie di violenza che si consumano nella campagne sembrano apparentemente non disturbare la vita degli abitanti di Vittoria. E molte delle donne che subiscono violenze scelgono di non denunciare per paura e per assenza di alternative concrete.
Come spiega padre Robert, un prete polacco che vive a Vittoria da diciotto anni e che opera nella Chiesa della Grazia della città,

Nelle serre tutto può accadere e le donne non dicono niente per potere continuare a lavorare. Il problema è che nessuno parla. L’8 marzo si doveva richiamare l’attenzione su questa situazione (…). Tutte le donne perbene impegnate nei club femminili della città dovevano parlare di queste rumene, di quello che subiscono. Il problema è che nessuno vuole toccare il tasto…Se questa cosa fosse denunciata (...) io lo dico, lo urlo durante le omelie, lo dico alle donne ragusane. Ma sa cosa mi ha detto una donna ragusana? Che non mi sono integrato, che non ho compreso che qua, nella nostra mentalità, l’uomo è sempre un “cacciatore”(…). Ho sbattuto la porta e ho detto “come si permette di dire una porcheria del genere!”. Questa donna ha 80 anni, suo figlio è un avvocato (…).Tutto viene assorbito come fosse una normale usanza, un “costume” del posto. Bisogna cambiare la mentalità…”.

Eppure, se le autorità volessero, potrebbero facilmente far crollare questo sistema di sfruttamento. Basterebbe, ad esempio, che i NAS controllassero le condizioni abitative in cui vivono le persone nelle serre. Ma nessuno interviene perché non conviene e non interessa.
Giuseppe Malignaggi, ex assessore alle politiche sociali del comune di Vittoria, spiega che gli amministratori non hanno alcuna intenzione di andare in fondo a questa questione:

La cosa meno redditizia per un politico è toccare argomenti che riguardano gli immigrati. Da un lato perché questi non portano voti, dall’altro perché vai a disturbare i cittadini del posto che invece ti possono votare. Tutti gli amministratori sono a conoscenza dei “festini agricoli”, ma non c’è alcun interesse a sollevare questo problema. C’è sempre un vittoriese dietro una situazione del genere…e del resto basta andare al mercato ortofrutticolo per sentirli vantare delle loro “imprese”, delle loro conquiste. Adesso forse c’è un po’ più di vergogna e di paura nel farlo, ma c`è stato un periodo in cui la cosa era proprio spudorata (…). Sono storie di ricatto…e poco d’innamoramento (...). Si dice che spesso gli uomini rumeni sono complici e in qualche modo favoriscono queste situazioni per mantenere il lavoro (…). Le forze di polizia non hanno la forza di controllare il territorio in un modo cosi capillare. Scoperchiare una cosa del genere significa avere le forze per poterlo fare…certo, l’ispettorato del lavoro ha fatto dei controlli a tappeto, avrebbero dovuto denunciare, ma nessuno denuncia”.

Del silenzio e dell’assenza di intervento da parte delle istituzioni parla anche Vincenzo Lamonica della Caritas ragusana.
Riprendendo un articolo su un’operazione di controllo delle aziende agricole della zona del Ragusano, apparso il 14 marzo 2014 sulla pagina di Ragusa del Giornale di Sicilia, Vincenzo spiega come questo “maxi” intervento abbia portato solamente all’individuazione di sei persone, “di cui tre avevano dimenticato il permesso di soggiorno a casa, quindi erano regolari e avevano commesso l’infrazione di non avere il permesso di soggiorno…Questo è il risultato di un’imponente operazione delle forze dell’ordine, in un territorio che ha 20.000 immigrati…ne trovano soltanto sei. Forse perché non c’è la volontà di andare in fondo…. La cosa più grave è che non si fa parola dei proprietari, di quelli che assumono queste persone che lavorano li…Non si parla di un’”imponente operazione contro lo sfruttamento del lavoro nero”, si dice “imponente operazione contro l’immigrazione clandestina”...(…). E’ difficilissimo potere avere il controllo del territorio. Il fenomeno è complesso e convivono, insieme, lo sfruttamento lavorativo, lo sfruttamento sessuale, il caporalato e la tratta (…). Questa situazione di degrado e sfruttamento è stata aggravata dall’attuale crisi agricola che sta devastando il territorio anche da un punto di vista culturale. La crisi giustifica lo sfruttamento perché non c’è altro da risparmiare se non sul costo del lavoro. Quindi, in qualche modo, i piccoli proprietari si sentono vittime della grande distribuzione…dicono “io voglio risparmiare sul lavoro, sul costo del lavoro” e questo viene socialmente accettato”.

Ma nessuno – chiediamo ad Ausilia – ha paura che Proxima con il suo lavoro possa portare allo scoperchiamento di questo sistema di sfruttamento? “No”, risponde lei, “nessuno ha paura di questo perché nessuno crede che noi abbiamo le forze per farlo”.

Nonostante questo, Proxima e il Solidal Transfert continuano il loro lavoro. Gli obiettivi, spiega ancora Emanuele Bellassai, almeno per loro sono chiari, così come il disinteresse e l’omertà con cui devono scontrarsi:

Vogliamo cercare di capire quanto è forte questo sfruttamento sul territorio a 360 gradi e iniziare a dare delle risposte. Non ci aiuta in questo la superficialità dei soggetti pubblici. Non si può ignorare una presenza così massiccia sul territorio, a prescindere dallo sfruttamento. Non si può ignorare una presenza di migliaia di lavoratori in totale isolamento, con problematiche di carattere sanitario, sociale… e non viene erogato alcun tipo di servizio. Non esiste altro mezzo oltre questo pullmino. Non è stata avviata nemmeno l’idea di mettere un mezzo pubblico per permettere anche solo una volta al giorno a queste persone di potersi muovere senza chiedere a tassisti improvvisati che chiedono compensi spropositati. Stranizza questo totale disinteresse, anche lasciando stare le deprecabile presenza di uno sfruttamento ormai palese che viene fuori da tanti campanelli diversi, primo tra tutti l’aumento esponenziale di aborti, specialmente a Vittoria”.

Al reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Vittoria, si riesce a racimolare solo qualche dato informale. Gli infermieri riferiscono che lì il giorno in cui si praticano le interruzioni volontarie di gravidanza, il martedì, arrivano sempre una media di sei donne per volta, di cui quattro o cinque sono tutte le volte rumene. A volte vengono accompagnate da connazionali, a volte da uomini italiani molto più vecchi di loro. L’età di queste donne, riferiscono, si aggira tra i diciotto e i ventotto anni. Nonostante in quell’ospedale i medici siano tutto obiettori di coscienza, fino al primo aprile del 2014 questo tipo di attività è stata portata avanti grazie all’intervento di ginecologi esterni alla struttura, all’interno di un progetto dell’ASP che è terminato il 31 marzo 2014. Non è difficile immaginare che l’interruzione di questo progetto comporterà un esponenziale aumento degli aborti clandestini sul territorio.

4. Tra scelta e costrizioni

Il 30 marzo, a bordo del Solidal Transfert, possiamo incontrare tre donne e un uomo, tutti rumeni, che hanno chiamato Emanuele e Tatiana perché li portassero a fare la spesa.
È sabato, giorno di paga, o meglio giorno in cui vengono consegnati i 50 euro di “acconto” indispensabili almeno per comprare da mangiare. I nostri compagni di viaggio lavorano nelle serre del territorio da 4 anni e vengono da parti diverse della Romania. Una di loro, Manuela, è giovanissima e ha con sé il figlioletto di 6 mesi, Michael. Il padre è il suo secondo marito, rumeno anche lui e oggi è rimasto a lavoro. Hanno anche un’altra bimba di un anno e 8 mesi che vive con loro. Un figlioletto di 5 anni, invece, nato da una precedente unione, è rimasto in Romania con la nonna e la sorella di Manuela.
Quando le chiediamo di lui le si riempiono gli occhi di lacrime: “Lo porto, ma l’anno prossimo, non ora”. Cornelia è più grande, sulla quarantina, ed è la moglie dell’uomo salito a bordo, Marcus. Dice di avere scelto di non lavorare nelle case perché nelle serre può stare con lui e con i due figli ormai adulti. Angelica è l’unica a parlare bene l’italiano, e non a caso è laureata (la prima donna laureata che Tatiana, la psicologa di Msf, incontra nelle serre):

Sono laureata in management e in Romania facevo la segretaria, ma non riuscivo a guadagnare abbastanza. Sono venuta perché mia mamma era qua da dieci anni e lavorava nelle serre, ma non pensavo di lavorarci pure io. Prima lavoravo al bar, poi in un alimentari, ora nelle serre. Nelle serre fa’ troppo caldo, era meglio al bar, ma comunque non avrei pazienza di lavorare con vecchietto e poi ho un bambino piccolo, ora sono in maternità”.

Nelle serre fa caldo, certo, ma quando iniziamo a parlare e chiediamo quali siano i principali problemi legati al loro lavoro, tutti e quattro, all’inizio dicono solo questo: troppo caldo. Solo Marcus aggiunge che sono obbligati a lavorare anche la domenica, per mezza giornata e che se rifiutano perdono il posto. Ci vuole un po’ di tempo per entrare in confidenza, ma ci vogliono anche le domande giuste. Quando chiediamo come sono i rapporti con i datori di lavoro italiani, ad esempio, Angelica cambia tono:

Ci sono donne che stanno peggio. Qua siamo per lavoro, non siamo qua per divertire. Il rapporto coi datori di lavoro è buono? (ride…) sì, ma c’è poco lavoro, adesso anche gli italiani lavorano nelle serre. Alle donne sole i padroni danno fastidio, ma ci sono anche donne che cercano uomini! Vogliono loro, è colpa delle donne, non è che un uomo ti può prendere con forza se tu sei seria! Così dico io: certo che una donna può dire no! Se vuoi lavorare e sei seria puoi lavorare”.

Ma se invece rifiuti? Le chiediamo.

Certo! La mandano via!”

Anche Marcus si inserisce nella conversazione:

è colpa delle donne ed è colpa dei padroni! Se io non ho un altro lavoro e tu sei il padrone e mi dici che se non voglio domani vado via… se lei non vuole via in Romania, via dalla serra…”

Angelica insiste:

Ma puoi trovare da un’altra parte! Anche in Romania succede che il padrone ti chiede, non è che succedono solo in Italia queste cose! Una donna sola non deve andare nelle serre a lavorare perché il padrone sicuramente…”

E se c’è il marito? Chiediamo loro. Se c’è il marito non può succedere? È Marcus a rispondere:

Si, anche, succede. Lui lavora in una serra e lei lavora in altra serra e non sa che fa’ lei. Il marito lo sa, non lo sa… All’uomo italiano serve e per lavoro e per letto, e a lui, al marito, serve pure… Una volta in una serra hanno detto a tutti che non c’era più lavoro e mi hanno mandato via con mia moglie. Ma poi ho incontrato una donna che io avevo chiamato dalla Romania per lavorare e lavorava là con noi e lei l’aveva tenuta… perché? Mi fa arrabbiare cosa succede qua. Prima mia moglie non poteva credere quando le raccontavo, ora ha visto come fanno italiani con rumene. Quando una rumena rimane incinta non è mai con uomo rumeno, sempre italiano! Gli italiani prima gli danno 100 euro, poi gli danno una scheda del telefono da 5 euro! Tante volte, se capita che una donna rumena resta incinta con un padroncino lei lo nasconde e chiama il marito qua dalla Romania e dice che dopo un mese è rimasta incinta, ma il bambino in realtà è del padrone. Sicuramente di notte lui viene. Dice alla moglie che deve controllare i pomodori (ridono)”

Cornelia è d’accordo con suo marito. La capiamo con l’aiuto di Tatiana:

Se io conosco solo te che sei il padrone e se poi mi mandi via io non so dove andare e le donne hanno paura che perdono il posto di lavoro e poi dove vanno? E alla fine vanno… oggi no, domani no… ma alla fine vanno

A questo punto anche Angelica si ammorbidisce:

Certo, ci sono donne che conoscono solo campagna…”

Questa discussione ci ricorda molto quella che abbiamo ascoltato nella casa di accoglienza di Proxima tra Alina e Mario (i protagonisti della seconda storia), quando quest’ultimo diceva, a proposito della donna rumena che nella prima serra “cedeva” alle richieste del “padrone”:

Non è strano che marito non sa. Spostano la donna in un’altra serra così possono approfittare. Non è che lavorano ogni giorno insieme. Io sono fortunato perché mia moglie mi dice tutto. Una donna che parla può migliorare la sua vita. Una che non parla resta così per tutto il tempo”.

Alina e Mario non erano d’accordo neanche loro sull’atteggiamento delle donne che “si concedono”: “sono loro che scelgono la vita”, diceva lui, “se una donna si sente davvero vittima scappa e cambia lavoro”.

Ma, ribatteva Alina, “tante donne vengono qui perché vogliono fare una vita più buona, ma se sei da sola non devi andare nelle serre, devi andare a lavorare coi vecchietti”.

E allora anche Mario cambiava tono:

Tutti sanno che sono i padroni che usano le donne. Le donne hanno in cambio un pacco di sigarette, una scheda del telefono. Quando si arriva in coppia il “padrone” guarda la donna e al marito non dice niente. Una volta ho cercato lavoro per telefono e quello mi ha chiesto di venire ad appuntamento con moglie. E poi chiedeva come ha i capelli, quanti anni ha… e io non sono andato più. Ci sono tanti bambini nelle serre e non si sa mai chi è il padre. Solo la madre è una…l’80% dei capi italiani fanno così con le donne rumene e se non vai a letto con il padrone non puoi lavorare. Ma quando vengono dalla Romania non lo sanno prima, nessuno dice queste cose quando torna”.

Mentre siamo sul Solidal Transfert chiediamo ai nostri quattro amici di parlarci anche dei locali notturni che stanno nel cuore della campagna, uno in particolare, che si chiama Dolce Vita e che abbiamo sentito menzionare spesso, anche da Mario e Alina che ci dicevano: “lì dentro succede tutte cose possibili”.

Marcus ha voglia di rispondere:

"Io non vado in discoteca con mia moglie! Ma so… ci sono italiani solo maschi a cercare ragazze e poi albanesi e tunisini… anche i vecchi italiani, per cercare ragazze giovani. E le ragazze sanno che vanno in discoteca e trovano uomini italiani "(ridono… )

Poi chiedono a Tatiana se siamo della polizia visto che stiamo facendo tutte queste domande… Ma alla fine convengono tutti sul fatto che la polizia, da queste parti, queste cose non le chiede mai.

5. Se l’alternativa non c’è

Quali alternative concrete potrebbero avere queste donne? Andare dove? Per fare cosa?
Chiara Montaldo ci risponde così:

Anche io mi sono chiesta: ma potrebbero andare via, come fanno a stare qui? Per scegliere di stare lì, in quelle condizioni, non so da dove arrivino. Le vedi che sono disperate. Appena chiedi loro se abbiano figli vedi subito le lacrime agli occhi: “noi sacrifichiamo sette anni della nostra vita perché i nostri figli abbiano una vita diversa”, rispondono".

La mancanza di alternative realmente percorribili è uno degli ostacoli principali che incontrano le cooperative come Proxima impegnate nel contrastare queste forme di sfruttamento. Ciò è tanto più vero in un periodo di crisi che accentua la segmentazione del mercato del lavoro su base nazionale e di genere, e la dequalificazione delle competenze dei migranti.
E questo è certamente l’ostacolo principale che anche la migliore produzione normativa in materia si trova ad affrontare. La nuova Direttiva 2011/36/UE sulla prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime , ad esempio, estendendo la nozione di tratta bel oltre il mero trafficking di esseri umani tradizionalmente inteso, ne offre una definizione tanto estensiva da includere la maggior parte dei casi di sfruttamento lavorativo e da coprire perfettamente situazioni come quella che abbiamo raccontato.
La stessa Direttiva, inoltre, afferma il principio importante dell’irrilevanza del consenso a fronte di quella che viene definita una “posizione di vulnerabilità”. Tale posizione, e questo non può che riportarci alla mente tutte le storie che abbiamo incontrato nel corso del nostro viaggio ragusano, si riscontra tutte le volte “in cui la persona in questione non ha altra scelta effettiva ed accettabile se non cedere all’abuso di cui è vittima”.
Ma anche a fronte di simili progressi concettuali e definitori, nessuna legge potrà mai essere sufficiente per combattere le forme di sfruttamento contemporaneo delle persone che migrano, e soprattutto delle donne, senza una modifica radicale delle politiche migratorie e del lavoro che innervano l’attuale sistema. Un sistema che produce e si nutre al contempo di ingiustizie sociali globali, basandosi esso stesso sulla mancanza di alternative allo sfruttamento.