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Grazie per gli orsacchiotti! – Lampedusa e le sue bare, l’Europa e i suoi valori

di Paolo Cuttitta, Vrije Universiteit di Amsterdam

Un testo di Elfriede Jelinek messo in scena da Nicolas Stemann

24 giugno 2014

Lampedusa siamo noi. Il cartello con la scritta “We are Lampedusa” sta poggiato sul palco, visibile dal pubblico, sin da prima che inizi lo spettacolo, ma solo alla fine se ne comprenderà la funzione nella sua interezza. Saranno non gli attori professionisti a mostrarlo al pubblico, ma persone che, dopo essere state costrette a fuggire da casa loro, in Africa, si sono permesse non solo di arrivare vive a Lampedusa (anziché morire lungo il tragitto), ma anche di spingersi fino ad Amsterdam e di reclamare il diritto di restarci, fondando il movimento Wij zijn hier (“Noi siamo qui”), per i diritti e contro le espulsioni. Queste persone adesso voltano il cartello con la scritta “We are Lampedusa” dall’altro lato, dove si legge: “We are Wassenaar”. Wassenaar, piccolo centro olandese simbolo di ricchezza e benessere. Siamo Lampedusa, ma siamo anche Wassenaar. Potevamo essere morti, e invece siamo vivi. Vorreste che fossimo altrove, e invece siamo qui.

L’ultima produzione del Thalia-Theater di Amburgo, per la regia di Nicolas Stemann, si ispira a “Le supplici”. Il titolo tedesco della tragedia di Eschilo, “Die Schutzflehenden” (letteralmente “le supplicanti asilo”), nel testo di Elfriede Jelinek diventa, in un sottile e intraducibile gioco linguistico, “Die Schutzbefohlenen” (cioè i sotto tutela, come i minori o gli incapaci; oppure i protetti, i pupilli, i favoriti di qualcuno; ma in questo caso anche, letteralmente, “quelli a cui si deve dare asilo”). Lo spettacolo, tuttavia, si ispira soprattutto alla realtà di Lampedusa e di altri luoghi dell’Europa di oggi, come Vienna, Amburgo e Amsterdam: luoghi lontani dall’isola siciliana ma legati a essa dal destino migrante di tanti uomini e donne. Nella ricca città anseatica nasceva, più di un anno fa, il movimento “Lampedusa in Hamburg”: circa trecento persone giunte in Germania dopo essere sbarcate a Lampedusa chiedevano diritti, a cominciare da quello di non essere rispedite in Italia ma di potere restare nell’Europa in cui vorrebbero vivere, un’Europa che ammirano e che vorrebbero contribuire a costruire. E quando ottanta di loro, nell’estate del 2013, trovavano rifugio nella chiesa di St. Pauli, in un’altra metropoli europea, Vienna, stava per riprendere l’occupazione della chiesa Votiva, cominciata già nell’autunno del 2012 dal Refugee Protest Camp della città danubiana. Proprio il movimento di protesta viennese costituiva la principale fonte d’ispirazione per l’austriaca Jelinek. Il premio Nobel per la letteratura, con la sua abilità nel giocare con le parole, nel metterle l’una accanto e contro l’altra per moltiplicare le associazioni e le contraddizioni di senso, e con la sua capacità di mettere a nudo gli aspetti più violenti, oppressivi e meschini della società e dell’animo umano, cominciava a scrivere in quella stessa estate un lungo monologo visionario e tagliente, un testo profondamente provocatorio e dolorosamente efficace. Lo avrebbe completato a novembre, dopo la strage di Lampedusa.

A parlare, nel testo di Jelinek, sono quelli che sono arrivati – vivi – prima a Lampedusa e poi a Vienna, ad Amburgo, ad Amsterdam: “Non ci è stato chiesto di venire, semplicemente siamo qui, semplicemente ci siamo, e tutti sono morti, e presto lo saremo anche noi”. La morte scombussola la vita dei vivi, la stravolge, ne mette in discussione il senso. “Sono tutti morti, ormai, ma allora perché io, l’ultimo, dovrei vivere ancora? Questo voi non lo capite. Non lo capisco neanch’io”. Forse un senso lo si può trovare ancora in certi valori, e in certi luoghi che di tali valori vorrebbero essere simbolo. In Europa? Sì, perché l’Europa si regge su quelle “fondamenta di valori che chiamiamo uguaglianza, sì, è così che possiamo riassumere i valori, perché mai mi dovrei alzare, se tutti hanno lo stesso valore? Sto per terra qui, sul freddo pavimento della chiesa, e valgo esattamente quanto voi, che ci crediate o no”. E dal freddo pavimento della chiesa queste persone esprimono il desiderio di partecipare, dato che ormai si trovano già “su queste fondamenta sulle quali stiamo costruendo, sulle quali non siamo autorizzati a costruire, ma costruiamo lo stesso, l’autorizzazione arriverà più avanti”. L’uguaglianza, naturalmente, implica il rispetto, e infatti in Europa regna il rispetto. Ma dov’è il posto del rispetto? E dov’è il posto dei migranti? “Noi portiamo rispetto, addirittura siamo preceduti dal rispetto, poi il rispetto si volta e viene verso di noi, procede in direzione opposta a noi, molto opposta… perché il rispetto lo abbiamo ricevuto più volte, non ricordiamo quando sia accaduto l’ultima volta, ma abbiamo ricevuto qualcosa, credo un thermos, perché in chiesa fa freddo, e proprio così vogliamo essere trattati… dove lo mettiamo il rispetto? E dove dobbiamo metterci noi? Il rispetto si è allargato troppo. Non c’è più posto. Dove lo mettiamo, e dove ci mettiamo noi?”.

Dove regnano il rispetto e l’uguaglianza, poi, non c’è spazio per il razzismo: “Il razzismo da noi non ha posto, e deve stare in piedi. Gli sta bene, sta bene a tutti, non fa niente, se si sta in piedi possono entrarci più persone, nel vagone… ma come mai ora questo qui, questo straniero, ha un posto a sedere nella metro, e io no, come mai è salito prima di me? Lui dovrebbe sempre e solo scendere!”. Dovrebbe scendere dalla metro, così come dovrebbe scendere dallo scoglio sul quale tenta di arrampicarsi per uscire dall’acqua. Su quello scoglio scivoloso, fondamento di valori altrettanto scivolosi, è arroccata l’Europa: “Alcuni di noi vengono dall’acqua, dove per combinazione non sono morti di fame, di sete o affogati, ma non ci vogliono ritornare. Non vogliono tornare indietro. Se uno ha visto così tanta acqua, non è che muoia dalla voglia di tornarci... Vogliamo essere parte di questa società, sì, proprio così!, vogliamo essere invitati, e che questo invito non sia inteso come spinta per buttarci giù dalla base dei vostri valori come fossimo un intralcio, un ostacolo, uno scoglio, cioè, buttarci giù come da uno scoglio, grazie, non è necessario, siamo già altrove e in tutt’altri luoghi, e da tutt’altri luoghi siamo stati già buttati giù”.

Convince, nella messa in scena del testo di Jelinek, la scelta di Stemann di coinvolgere i veri protagonisti. Lo spettacolo si apre, in realtà, con tre attori della compagnia, che recitano in parte alternandosi, in parte sovrapponendosi l’uno all’altro. Solo dopo un po’ cominciano ad arrivare gli intrusi: prima uno, poi due, poi tanti. Sono neri, mentre gli attori sono bianchi. Possono, quei bianchi, parlare per conto di quei neri? E possono i neri diventare parte del mondo dei bianchi? Può bastare dipingere i volti neri di bianco, i volti bianchi di nero? Come che sia, gli uni e gli altri si succedono e si uniscono nel gioco delle testimonianze, delle suggestioni, delle velate o esplicite denunce, puntando il dito, in generale, verso l’Europa, ma a volte rivolgendosi direttamente al pubblico, costringendo lo spettatore a un difficile e doloroso confronto con la propria coscienza.

Per quanto intenso e penetrante sia il testo, la recitazione risulterebbe troppo lunga (lo spettacolo dura due ore) se non fosse opportunamente movimentata da momenti in cui i migranti, da attori nel ruolo di se stessi, si trasformano in coreuti. E il coro finale è forse il momento più intenso: “Lasciate che i piccoli vengano a me, quando chiamano mamma li affoghiamo, e sulla bara mettiamo un bell’orsacchiotto, sì, e ce ne mettiamo anche un altro! Cinque bare, cinque orsacchiotti! Dovrebbero bastare. Prima non credo ne avessero, di cose del genere. Non avevano bare con cui giocare, e nemmeno orsacchiotti”. Non avevano bare con cui giocare, e nemmeno orsacchiotti: così si ripete il coro.
Grazie per gli orsacchiotti, staranno infatti pensando, in questo momento, i bambini affogati a Lampedusa il 3 ottobre. Due giorni dopo, sulle loro bare, schierate insieme ad altre cento nell’hangar dell’aeroporto dell’isola, qualcuno poggiò degli orsacchiotti di pelouche. Grazie per quelle belle bare bianche. Grazie per l’accoglienza.

Lampedusa, l’isola trasformata in palcoscenico per la rappresentazione dello “spettacolo” del controllo delle frontiere, è adesso diventata, essa stessa, uno spettacolo vero, da mettere in scena in un vero teatro. Uno spettacolo che è un pugno nello stomaco degli spettatori, dell’Europa, dei suoi “valori”.
Arriveranno, “Die Schutzbefohlenen”, anche nei teatri italiani?

Links:
- Testo originale di Elfriede Jelinek
- Prima lettura del testo nella chiesa di St. Pauli, Amburgo, settembre 2013
- Festival Theater der Welt, Mannheim, maggio 2014 (prima mondiale dello spettacolo)
- Holland Festival, Amsterdam, giugno 2014
- Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera