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Sulla nostra pelle. A proposito di accoglienza indegna

Il caso profughi di Vittorio Veneto

20 febbraio 2015

“Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. A dirlo è Salvatore Buzzi, numero uno della “Cooperativa 29 giugno”, durante una telefonata intercettata dalla Procura di Roma nel corso delle indagini relative alla ormai famosa inchiesta “Mafia Capitale”, che a dicembre 2014 ha fatto luce su un sistema sempre più compromesso da logiche affaristiche. All’epoca, in verità, solo le anime più "candide" rimasero turbate alla notizia che l’accoglienza, il cosiddetto “sociale”, fosse diventato un business, mentre alcuni si tranquillizzarono pensando che in fondo la “Mafia” fosse solo una questione da “Roma in giù”. Tale convinzione, però, si sta rivelando alquanto illusoria e sono sempre più frequenti gli indizi che anche sopra il Po le cose non siano poi così “incontaminate”.

Ma andiamo con ordine: la testata Belluno+ segnalò già ad agosto 2014 “le pessime condizioni di vita quotidiana riservate ai rifugiati gestiti dal CeIS e dal suo “benefattore” e nella stessa inchiesta riportarono un quadro dell’”accoglienza richiedenti asilo” caratterizzato, anche nel nostro territorio, da situazioni altamente problematiche e non sempre trasparenti. Basti pensare che tra i responsabili del CeIs di Belluno spunta il nome di Pietro Giulio Martini, indagato per usura e riciclaggio e noto alle cronache giudiziarie anche per i suoi rapporti con Felice Maniero (si vedano i numeri de il Gazzettino dell’agosto 1997).

Senza fare processi a mezzo stampa, si rende però necessaria una nuova e condivisa consapevolezza delle disfunzioni e dei limiti di un sistema sacrificato a logiche che nulla hanno a che vedere con la dignità delle persone. Dignità rivendicata legittimamente dai 40 ragazzi scesi in strada la mattina dell’11 febbraio 2015 e contro i quali non sono mancati provvedimenti repressivi da parte di quelle istituzioni che ancora tollerano situazioni di vera e propria illegalità.

Dignità quotidianamente negata da questa cooperativa (non caso unico o raro nelle cronache nostrane) che stipa troppe persone in stanze minuscole, non garantisce l’apporto nutritivo necessario, offre il cibo viene in sacchi della spazzatura, non garantisce la formazione primaria, né la preparazione al colloquio per ottenere lo status di rifugiati politici... e probabilmente di soprusi da denunciare ve ne sono molti di più. Ed è proprio chi la violenza la subisce che viene denunciato come criminale, da zelanti amministratori, rappresentanti politici che a gran voce chiedono l’allontanamento di queste persone, private del diritto di essere umani.

Come se il caso vittoriese non bastasse, pochi giorni fa un pullman con 39 migranti è stata parcheggiata sotto indicazione della Prefettura trevigiana davanti alla stazione dei treni del capoluogo provinciale. La responsabilità è ovviamente di chi la Prefettura la dirige che evidentemente é incapace di offrire il sostegno minimo a chi ne ha bisogno. Nonostante i numerosi buchi neri che inghiottono la città, ancora non si è riusciti ad utilizzarne uno per offrire un’accoglienza degna a chi dalla guerra e dalla povertà scappa e che ora sembra addirittura doversi scusare per non essere silenziosamente affogato in mare.

Venerdì 20 febbraio l’Ass.ne Razzismo Stop lancia un presidio sotto la Prefettura di Treviso insieme ai profughi che si sono ribellati alla cattività vittoriese: vittime di un sistema marcescente e ingiusto rivendicano libertà e dignità.

In allegato le fotografie che ci sono state inviate dai profughi alloggiati nel CEIS di Vittorio Veneto.