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Pordenone - I richiedenti asilo: scusate se non siamo annegati

10 marzo 2015

Un articolo di Erika Cei, testo e bellissime foto sul blog photofrasando.blogspot.it

Sabato sette marzo duemilaequindici, ore sedici circa, località Pordenone. Il teatro Verdi apre i battenti per la conferenza di Luis Sepúlveda, in occasione di "Dedica" (festival annuale, come indicato sul sito della stessa, "costruito attorno a una singola personalità della cultura, di rilievo internazionale, con l’obiettivo di approfondirne il percorso artistico nelle sue sfaccettature").

Una fila ordinata di persone dal colorito pallido, è in attesa di entrare in teatro per ascoltare il romanziere cileno. Di fronte, una trentina di persone, di carnagione più scura, di provenienza extracomunitaria ed extraeuropea, esattamente come Sepúlveda, e forse altrettanto celebri, ma non come singoli individui, bensì solo ed esclusivamente in quanto massa scura, anonima e amorfa che sbarca quotidianamente sulle coste italiane per scappare da guerre, persecuzioni e fame.
"Scusate se non siamo annegati" dicono i ragazzi provenienti da Mali, Senegal e Ghana ed altri paesi dell’Africa sub-sahariana. Alcuni di loro sono in attesa della sentenza da parte della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Altri sono stati invece "rifiutati" in prima istanza dalla Commissione e cercheranno di presentare l’appello che, però, costa centocinquanta euro a testa.

Il motivo della manifestazione è chiaro, come spiega sulla sua pagina facebook Luigina Perosa, attivista per i diritti degli immigrati da tutta una vita e anima di questa manifestazione. "Chiedono un permesso di soggiorno anche solo per motivi umanitari, un documento che permetta loro di esistere uscendo dall’invisibilità, che permetta loro di spostarsi, di lavorare, di circolare come le merci e il denaro fanno, ma non tutte le persone possono fare. Fuggono da violenza, povertà, conflitti o condizioni di vita inaccettabili, attraverso viaggi dolorosi inenarrabili e costosi. Ora sono qui e cercano di esercitare il diritto di ogni persona a poter vivere, anche se in un luogo diverso da quello in cui sono nati, perché la terra è di tutti. Oggi pomeriggio, in centro a Pordenone, hanno cercato di dire questo."

Ma come funziona tutto il meccanismo delle richieste di asilo? Me lo spiega Luigina stessa. Cerco di sintetizzare il più possibile, anche se l’argomento è piuttosto complesso, partendo dall’articolo 10 della Costituzione Italiana: "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge."

Quando arriva in Italia, lo straniero che fugge da situazioni di persecuzione, guerra e tortura (per inciso, quello di tortura è un reato a tutt’oggi assente dal codice penale italiano) può richiedere protezione allo Stato italiano, presentando domanda alle forze di polizia (Polizia di frontiera o Questura). La polizia procede a verbalizzare la richiesta, in tempi che possono variare anche di molto: se le persone sono poche i tempi sono rapidi, se ce ne sono molte, i tempi si allungano. Per dirla in altri termini: non è colpa della polizia italiana se i tempi di attesa in alcuni casi non sono brevi.

Solo nel momento in cui la richiesta viene verbalizzata, i richiedenti asilo possono entrare nel progetto SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che garantisce loro, attraverso gli enti convenzionati con le autorità locali a tal fine, un accoglienza che consiste in assistenza, vitto, alloggio, informazione, orientamento, etc.... Per espletare queste funzioni gli enti convenzionati ricevono in media 30 euro al giorno a persona. Detto altrimenti e per smentire ancora una volta (basterà?) la grande bufala sull’argomento: non sono i richiedenti a ricevere dal Comune 30 euro al giorno, bensì gli enti convenzionati con il Comune per dare accoglienza ai richiedenti. A questi ultimi vengono corrisposti solo 2,5 euro al giorno per le piccole spese.

A decidere delle sorti di queste persone è la "Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale (Gorizia per Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto Adige) che "può riconoscere una forma di protezione internazione, asilo politico o protezione sussidiaria, non riconoscere alcuna forma di protezione, rigettare la domanda per manifesta infondatezza, valutare la domanda inammissibile (qualora sia già stata esaminata da altro paese europeo), oppure, per motivi non riconducibili alla sicurezza della persona ma per gravi motivi umanitari, può chiedere alla Questura il rilascio di un permesso per protezione umanitaria..." (cit. da Progetto Melting Pot Europa)

Se la commissione da un parere positivo, le possibilità sono dunque tre. Il permesso per asilo politico ha durata di cinque anni (rinnovabili) e consente alle persone di spostarsi liberamente entro l’area Schengen, di cercare un lavoro, di studiare, di iscriversi al servizio sanitario, di richiedere il ricongiungimento familiare, di usufruire delle prestazioni INPS (maternità, etc…). Gli stessi diritti vengono garantiti anche dalla protezione sussidiaria che però è di durata triennale, mentre il permesso di soggiorno per motivi umanitari (di durata variabile dai sei mesi a due anni) non consente il ricongiungimento familiare.

In caso di rifiuto da parte della Commissione, invece, la persona riceve un decreto di espulsione con l’obbligo di lasciare il paese entro trenta giorni a decorrere dalla data del decreto. L’espulsione viene sospesa se il richiedente presenta ricorso alla Corte d’Appello che può, a sua volta, accogliere la domanda o nuovamente rifiutarla e, con ciò, confermare il decreto di espulsione.

Questo in breve l’iter che un richiedente asilo deve seguire per tentare di ottenere la protezione dello Stato italiano. Non so come questo iter funzioni negli altri paesi Schengen. Di sicuro alcuni di essi (e non parlo dell’Italia) sembra che finora non siano stati toccati né dal Cristianesimo prima, né dall’Illuminismo dopo.

Erika Cei, 08 marzo 2015