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Australia - In migliaia marciano in dodici città per dire basta alle “crudeli politiche del Paese" nei confronti dei richiedenti asilo

(articolo tratto da RT )

3 aprile 2015

Si ringrazia per la traduzione e la collaborazione Marco Leggieri.

Una folla di 15 mila persone ha marciato domenica scorsa per il centro di Melbourne, dal Parlamento ai giardini Queen Victoria, per chiedere al governo australiano di chiudere i centri di trattamento immigrati a Nauru e sull’isola di Manus e di liberare i rifugiati che vi sono rinchiusi.

Questa manifestazione, a cui si sono uniti anche residenti di 12 città australiane ed ex rifugiati, è stata indetta a seguito delle critiche sempre più aspre sugli abusi dei diritti umani perpetrati dal governo del premier Tony Abbott nei confronti di chi cerca asilo in Australia.

Un ex rifugiato, giunto orfano in Australia dall’Afghanistan, ha accusato l’esecutivo australiano di non mostrare dignità né compassione per il modo in cui tratta le persone che chiedono asilo e accoglienza.
Questo governo continua a ledere la nostra immagine e a offendere la nostra reputazione. Noi invece abbiamo disperato bisogno di leaders con spirito umanitario, che abbiano a cuore la difesa delle persone che cercano sicurezza lontano da casa propria”, è stata la dichiarazione rilasciata da questo ex rifugiato al quotidiano di Melbourne The Age. Il problema riguarda anche le politiche governative in tema di maltrattamenti e mancanza di cure primarie per migliaia di detenuti.

Sia il rapporto Moss che la Commissione per i Diritti Umani hanno criticato con durezza i due centri di accoglienza degli immigrati, soprattutto quello di Nauru, la piccola e inospitale isola nell’Oceano Pacifico dove si sarebbero perpetrati nei confronti dei rifugiati anche abusi sessuali e violenze.
“Non siamo né cattivi né crudeli ma le nostre politiche sulle persone che chiedono asilo lo sono. L’Australia è l’unico paese al mondo che sottopone i bambini a una detenzione automatica e a tempo indeterminato” sono state le dure parole pronunciate durante il corteo da Daniel Webb, membro del centro giuridico sui diritti umani. Accuse a cui si è opposto, ai primi di marzo, il Premier Abbott, che ha contrattaccato la relazione delle Nazioni Unite negando che il proprio governo sia responsabile di abusi e torture su bambini e confinati.
Lo scontro però non si è concluso qui, perché nella stessa relazione sono presenti anche accuse in base alle quali le politiche di deportazione del governo, attuate allo scopo di prendere di mira gruppi etnici dello Sri Lanka e del Tamil, stiano in realtà provocando un aumento della violenza nei centri australiani di trattamento situati in mare aperto, il che costituirebbe una violazione degli obblighi internazionali che il Paese ha verso la Convenzione contro la tortura.
“Gli australiani sono stanchi delle prediche delle Nazioni Unite” ha tagliato corto il primo ministro Abbott, in un’intervista al Sidney Morning Herald. “Con il fermo delle delle imbarcazioni, piuttosto, abbiamo posto fine alla morti in mare”.

Quella di Abbott è stata considerata dall’opinione pubblica una reazione troppo dura, che non a caso ha alimentato nuovi scontri su queste delicate tematiche.