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Nessuna operazione in mare è valida senza l’eliminazione del concetto di "clandestinità"

19 aprile 2015

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Nicholas Tomeo, ideatore del progetto "Di detenzione amministrativa si muore"

Foto: Manifestazione contro sgombero Ex-Moi, Torino (14 marzo 2015)

Ancora una strage di migranti nel Mediterraneo. Il mare che dovrebbe essere la via per l’incontro delle culture, ma che invece è diventato il cimitero dei disperati.
Questa volta pare ne siano morti settecento. 700. E pian piano che queste stragi aumentano, se ne parla con sempre più disinvoltura, quasi come un’abitudine inevitabile. Come dire che il migrante clandestino corre i suoi rischi in viaggio, insomma, morire in mare "ci può stare". Come perdere la finale di coppa all’ultimo minuto, "ci può stare". Ma questo non è sport, non si può essere sportivi ed accettare la sconfitta. Non basta accettare la strigliata del mister e sperare che la prossima volta andrà meglio. Qua si parla di vite umane che trovano la fine delle loro esistenze in mare, mentre si scappa da persecuzione.

Delle responsabilità ci sono e sono chiare. Si sente dire che la responsabilità è dell’Europa che dovrebbe farsi carico del salvataggio di quanti chiedono aiuto; si dice che la responsabilità è della mancanza dei finanziamenti per operazioni come Mare Nostrum che, effettivamente, stando ai numeri, di vite ne ha salvate; oppure la responsabilità pare essere dell’insufficienza di risorse per Triton. Ipocrisia. Pura ipocrisia!

La responsabilità è del concetto di clandestinità che costringe migliaia di persone a rischiare la vita in quanto senza documenti necessari per essere “persone legali”. Le operazioni militari come Mare Nostrum e Triton, altro non sono che azioni volte a contrastare l’immigrazione irregolare, la clandestinità appunto. Se solo si pensi che Mare Nostrum, operazioni voluta dall’ex governo Letta, si affiancava a Frontex, ossia l’agenzia europea per il controllo delle frontiere la quale non ha altro scopo che contrastare la clandestinità. Triton, inoltre, è un’operazione della stessa Frontex, la quale non ha alcuno scopo di salvataggio, ma solo di contrasto dell’immigrazione irregolare attraverso il controllo delle frontiere marittime europee. Lo stesso Gil Arias Fernandez, l’ex direttore esecutivo di Frontex, parlando della chiusura dell’operazione Mare Nostrum avvenuta il 1 novembre 2014, affermò che “Salvare vite umane è sempre una priorità, ma il mandato dell’agenzia è quello di controllare le frontiere, non facciamo ricerca e soccorso”. Insomma, prima che salvare vite umane, c’è la necessità di contrastare l’immigrazione irregolare.

Oltre questo, nonostante i risultati di Mare Nostrum, in termini di salvataggi in mare, stando ai numeri, non sono da sottovalutare, resta comunque il fatto che sono operazioni conseguenza del principio secondo cui la mancanza di un documento rende migliaia di migranti irregolari, e quindi clandestini. Tanto la normativa interna italiana, quanto quella comunitaria, ha maglie strettissime in termini di ingressi regolari, rendendo così difficilissima la possibilità per un migrante di entrare regolarmente in Italia e/o in Europa. La clandestinità resta quindi una sorta di normalizzazione per coloro che scappano da persecuzioni e che cercano accoglienza e protezione in altri Stati. Resta quindi, nella quasi totalità dei casi, l’obbligo di avventurarsi su barconi poco affidabili e insicuri, pagando somme che quasi sempre rappresentano i risparmi di una vita, per sperare di raggiungere vivi le coste europee. Senza dimenticare inoltre l’iter burocratico volto al riconoscimento dello status di rifugiato che consta di tempi di attesa spesso lunghi anni, costringendo così migliaia di persone di tentare le vie dell’ingresso e soggiorno illegale. Senza dimenticare inoltre l’incapacità della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato di far fronte alle nuove casistiche di fuga di migliaia di persone come, ad esempio, accade per i cosiddetti rifugiati climatici i quali sono costretti a scappare dalle loro terre di appartenenza, senza trovare però alcun fondamento giuridico che riconosca loro la protezione internazionale.

Concludendo quindi, prevedere operazioni in mare, seppur con intenti di salvataggio di vite umane, risulta inutile se precedentemente non c’è la scomparsa dell’obbligo, per la maggior parte dei casi, di tentare l’ingresso irregolare. Cioè non può esserci alcun intento umanitario dietro un’operazione di salvataggio, se la normativa interna e comunitaria costringe persone alla clandestinità. Altrimenti appare anche questa come un’operazione: il tentativo di convogliare tutta l’attenzione sul singolo avvenimento, e quindi sull’effetto ma non sulla causa. Insomma, sono gli Stessi stati e la stessa UE a produrre clandestini, e morte di questi.