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“No way”: il metodo australiano e la (non) distanza con l’Europa

di Paolo Rosi

12 maggio 2015

No Way. You will not make Australia home” a caratteri cubitali rossi sullo sfondo di un mare in tempesta. Questo è il manifesto che si aggirava tra le pagine reali e virtuali di mezza Europa nel corso della settimana passata: un prodotto dal design raffinato, tradotto nelle lingue dei paesi più poveri al mondo, e soprattutto il corollario mediatico della missione militare australiana Sovereign Borders, lanciata dal governo liberal di Tony Abbot alla fine del 2013.

Da due anni a questa parte vige in territorio australiano una delle più dure e controverse politiche migratorie tra quelle dei paesi a capitalismo avanzato. Qui le “boat people”, termine squallido a indicare i cosiddetti clandestini, vengono affrontate da uno schieramento di vascelli militari e i respingimenti si protraggono addirittura in acque internazionali. I pochi sans-papiers che riescono a entrare nello spazio migratorio australiano, vale a dire la terraferma e le adiacenze dei pozzi offshore, vengono invece rinchiusi nei centri di detenzione e processati fuori dai confini nazionali.

Per chi arriva dal mare, stipato in vecchi pescherecci che spesso transitano da Indonesia e paesi limitrofi, non vi è strada che porti al “ricollocamento” in Australia. Del resto il paese, la cui intolleranza istituzionale è radicata nella stessa modernità, da decenni porta avanti draconiane politiche del controllo migratorio. Dal 2001 infatti, anno dell’entrata in vigore della precedente Pacific Solution (epigrafe dalle reminiscenze piuttosto cupe), miliardi di dollari sono stati investiti nella militarizzazione delle frontiere, nell’ammodernamento dei sistemi di pattugliamento e nella gestione della detenzione amministrativa.

I costi del rifiuto sono esorbitanti: per poco più di 50 000 profughi entrati “illegalmente” negli ultimi anni, il governo australiano ha utilizzato un dispiegamento di forze paragonabile soltanto a quello di un intervento armato: agenzie intergovernative, marina, esercito, polizia e corpi di intelligence. Il governo considera infatti una questione di sicurezza nazionale l’arrivo dei barconi e ha deciso di non badare a spese: le operazioni militari di pattugliamento della zona migratoria valgono milioni di euro (40 nel solo biennio 2014/2015), duecento milioni annui vengono destinati alla marina civile, anch’essa impegnata in azioni di sorveglianza, mentre altrettanti zeri valgono le commesse militari per il mantenimento e il rinnovamento della flotta.

Sull’efficenza di questa grande macchina di produzione capitalistica non si hanno però dati certi: i numeri su sbarchi e rilevamenti sono ad oggi secretati, mentre le poche tabelle pubbliche risultano non aggiornate e le dichiarazioni ufficiali incredibili, o quantomeno non verificabili. Secondo il governo, infatti, il traffico di barconi si sarebbe improvvisamente fermato con l’entrata in vigore dell’operazione Confini Sovrani, la stessa che secondo i servizi di sicurezza “funzionerebbe” oltre ogni ragionevole dubbio.

Nessun cenno, tuttavia, alle centinaia di migliaia di “illegali” (alcuni associazioni indipendenti parlano di 60 000 persone) entrati con regolare visto e poi finiti nelle maglie di un feroce caporalato. Nessuna nota sui costi umani di una detenzione amministrativa obbligatoria anche per i minori e dislocata prevalentemente oltreconfine: Nauru, Manus Island e Christmas Island ospitano, ad oggi, campi per migranti lontani da occhi indiscreti e barattati con paesi terzi a suon di aiuti umanitari.

I campi delocalizzati, tristemente famosi per abusi, violenze e la precarietà esistenziale dei detenuti, sono costati due miliardi di euro in sei anni: soldi finiti anche a ben note multinazionali dei servizi quali Serco, GS4 e Transfield Services. Uno scenario piuttosto desolante, dove una particolare ragion di stato accompagna i profitti enormi delle società private, accumulati sulla pelle dei profughi, dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

Ma di questo non si è parlato nei canali d’informazione che hanno ripreso il manifesto “no way” e che vaneggiano comparazioni tra caso europeo e strategie d’oltreoceano. Soprattutto in ambiente anglofono, ma anche in alcuni quotidiani olandesi e italiani il “metodo australiano” è stato dunque discusso a sproposito e senza citare gli aspetti più spigolosi di una legislazione illegale secondo molte delle convenzioni internazionali.

A ben vedere, tuttavia, la questione pare anche mal posta: di fatto Europa e Australia non sono poi così distanti, ma anzi appaiono più simili di quanto i governanti abbiano l’onestà intellettuale di ammettere. La detenzione amministrativa, con tutte le sue miserie, è prima di tutto una politica comunitaria: dai Cie galleggianti della piatta Olanda, all’arcipelago carcerario dei paesi che si affacciano sul mare interno. Diversi anche gli accordi bilaterali che hanno visto sorgere campi detenzione per migranti nella Libia di Gheddafi (finanziati dall’Italia) e in Ucraina (finanziati da OIM e UE).

Sui respingimenti, poi, i paesi del Mediterraneo non hanno certo bisogno di lezioni a distanza: i pronunciamenti della Corte Europea dei diritti dell’uomo, nel 2005 e nel 2009, condannarono l’Italia in proposito, mentre a Ceuta e Melilla da anni e quasi sotto silenzio avvengono rimpatri a mezzo di manganelli e camionette della polizia.

Per quel che riguarda la militarizzazione dei confini, infine, sei dei dieci punti programmatici presentati dai ministri europei in aprile sono in qualche modo di carattere bellico. A breve, anzi brevissimo, l’Unione discuterà poi un piano di attacchi militari ai barconi dei trafficanti. Un nuovo capro espiatorio, lo scafista (che non è sinonimo di trafficante!), sarà dunque tra i bersagli di operazioni militari dai tratti ancora foschi e dagli effetti collaterali imprevedibili.
Contemporaneamente di “ricollocamenti dai paesi terzi” e “redistribuzione obbligatoria” si comincia a parlare, ma con il linguaggio fabiano della diplomazia e quello vago della cooperazione tra stati, che sono da anni dialetti incomprensibili ai più deboli.

Ad oggi, mentre da un parte si propone l’ottuso bastone dell’operazione militare e il congiungimento degli strumenti di polizia, dall’altra si tace sull’apertura stabile di ampi canali umanitari come pure sulla revisiona drastica dei regolamenti di Dublino. In questo senso l’intolleranza del “no way” non sembra molto differente dall’autoreferenzialità delle politiche migratorie dell’Unione. Il metodo australiano è (ed è stato) un poco anche europeo e il pensiero unico sulle migrazioni continua ad ancorare la sfera delle pratiche istituzionali alle tragedie nel Mediterraneo.

In più cercare insegnamenti in Australia, dove flussi e situazione geopolitica non risultano nemmeno avvicinabili al caso mediterraneo, è inutile se non a scopi propagandistici. Un radicale cambio di rotta, semmai, potranno suggerilo le vittime della Fortezza Europa e della Fortezza Australia. Non certo i carnefici.