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Francia - Parigi, Calais, Ventimiglia: la solidarietà non é un crimine

17 agosto 2015

Foto: NnoMan / Collectif OEIL (Migrants: Occupation d’un foyer Emmaus)

Parigi,14ème arrondissement, 40 migranti ospiti del Centro di accoglienza di Emmaüs dal 28 luglio, iniziano (11 agosto) uno sciopero della fame per denunciare le condizioni di vita: cibo immangiabile e insufficiente, nessun prodotto per l’igiene personale, nessuna possibilità di utilizzare i mezzi di trasporto pubblico, assenza di interlocutori per effettuare le pratiche amministrative richieste, nessun diritto di visita.

In questi mesi sia il vicesindaco di Parigi, Bruno Julliard, che il direttore dell’OFPRA (Office Français de Protection des Réfugiés et Apatrides), Pascal Brice, avevano promesso una soluzione "dignitosa" e si erano impegnati a trovare alloggio e assistenza giuridica, ma i migranti del Centro non hanno alcun riferimento per poter presentare la domanda di asilo.

A seguito di un blocco dell’erogazione di acqua, i migranti hanno deciso di scrivere a mano su un foglio i motivi dello sciopero, le richieste vengono redatte in francese e in arabo poi fatte circolare in rete insieme alle foto scattate nel Centro.
Di fronte all’assenza di risposta da parte dei rappresentanti del Comune di Parigi e dell’OFPRA, i migranti hanno deciso di dare seguito alla protesta con un’azione collettiva e occupare il Centro.

Sono arrivati gli aiuti ma Emmaüs incapace di confrontarsi con le rivendicazioni dei migranti ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Il 12 agosto, l’irruzione della polizia con 5 camionette, 4 persone sono state fermate per 48 ore, poi arrestate con la denuncia di "sequestro di persona" da parte dell’associazione che ha preso a carico i migranti. Gli arresti sono scattati per 3 attivisti, gli unici presenti al momento dell’irruzione della polizia, e 1 richiedente asilo, traduttore.

Foto: NnoMan (Migrants: Occupation d’un foyer Emmaus)

In un comunicato, i migranti condannano l’operato del Comune, di Emmaüs e della Prefettura volto a criminalizzare le lotte dei rifugiati e a reprimere le persone solidali, respingono le accuse dichiarando di essersi organizzati senza aiuto esterno e di non aver mai impedito l’uscita a chiunque volesse andar via.
L’insieme dei collettivi a sostegno dei sans-papiers denuncia l’accanimento poliziesco e giudiziario che colpisce chi lotta per affermare e difendere i diritti dei migranti.

Parigi,19ème arrondissement: "Loro sgomberano gli accampamenti, noi apriamo delle scuole", sulla facciata del liceo professionale lo striscione del collettivo "La Chapelle en lutte" annuncia il 31 luglio l’occupazione di un vecchio stabilimento scolastico abbandonato da quattro anni.
Un centinaio di migranti, Afgani, Sudanesi, Libici, Maliani, Magrebini, Eritrei hanno preso possesso dell’immobile riservato alle attività extra-scolastiche, annesso all’edificio principale. Gli occupanti - la maggior parte dei quali è già passata per i numerosi accampamenti in città - rifiutano di costituirsi in gruppo omogeneo strutturato, per identificarsi molti utilizzano degli pseudonimi, organizzano un filtro per entrare e gestiscono la comunicazione con il Comune di Parigi.

Denunciano lo smantellamento degli accampamenti auto-organizzati da parte delle forze dell’ordine, del Ministero dell’Interno e della Prefettura, della Ville de Paris con l’aiuto di associazioni storiche come Emmaüs che promettono una soluzione, in primis abitativa, ma che invece li abbandonano ancora al destino della strada, alle incursioni e alle persecuzioni poliziesche. Ogni espulsione, in questi ultimi due mesi è stata seguita da un’occupazione di altri luoghi, l’obiettivo è quello di non passare la notte fuori dispersi e braccati. La Ville de Paris è stata costretta a negoziare in assenza di posti nei centri di accoglienza la cui disponibilità non supera i 1300 letti dal 1 giugno, questo dopo estenuanti mediazioni con alcune associazioni di sostegno ai migranti che hanno ottenuto di far restare aperte anche d’estate le strutture destinate all’ospitalità invernale. Il collettivo chiede uno spazio da adibire a Centro di accoglienza dei migranti a Parigi ma il ministero dell’Interno rifiuta di trattare questa proposta.

Devant la Maison des Réfugiés ( Lycée occupé) Paris XIX, 31 Juillet 2015 ©NnoMan

Il fine, da parte delle autorità, è quello di fare un censimento con lo scopo di dividere i migranti tra sans-papiers e rifugiati per individuare chi ha ’diritto’ o meno ad essere ’accolto’, ospitato, seguito ed aiutato dai servizi municipali mentre si esaminano le richieste di asilo presentate dai migranti. Il tempo massimo dell’accoglienza è di un mese.

I funzionari del Comune che si sono presentati per ottenere la lista degli occupanti e registrarli secondo i criteri fissati dalle istituzioni governative sono stati cacciati al grido di "vichysti". Le liste infatti producono l’esclusione dei nuovi arrivati.

Il turn-over di arrivi e partenze è ininterrotto di conseguenza c’è sempre chi occupa i luoghi lasciati vuoti dopo le evacuazioni forzate e spesso violente. La maggior parte dei migranti accampati sono partiti dalla Libia dopo aver attraversato il Sahara, sbarcati in Italia o in Grecia dopo aver attraversato il Mediterraneo, si dirigono verso la Gran Bretagna.

Parigi è una delle tappe dell’esodo, come Calais dove circa 3.000 migranti vivono nelle bidonvilles in attesa di tentare la traversata del tunnel sotto la Manica per raggiungere l’Inghilterra. Molti rientrano a Parigi da Calais dove la situazione è diventata sempre più rischiosa e altri arrivano da Ventimiglia. Alcuni sono stati sballottati da un centro di accoglienza all’altro e posseggono il documento che attesta il loro statuto di rifugiati, hanno il diritto di stare e poter lavorare in Francia ma questo documento non basta per ottenere un alloggio e un impiego. Districarsi nei meandri dell’amministrazione francese è già in sé un esame estremamente selettivo per un immigrato.

Reportage: ©NnoMan et ©Julien Pitinome / Collectif OEIL

Parigi, 18ème arrondissement, dei bambini siriani vivono in mezzo alla strada non lontano dal periferico, l’anello autostradale che separa geograficamente la città dalle banlieues e divide non solo simbolicamente la popolazione della metropoli. Sono accampati sul marciapiede, giocano a due passi dalla bretella autostradale perché le loro famiglie, un centinaio di persone in tutto, non possono permettersi di alloggiare in un albergo e non vogliono dormire nell’abitacolo di un’automobile. Il tetto delle macchine serve da tavolo, cibo e beni di prima necessità sono forniti dalla moschea vicina che assicura la loro sopravvivenza temporanea. Non hanno alcun accesso all’acqua, vanno a lavarsi nell’ospedale più vicino al raccordo anulare.

L’accampamento è un luogo di passaggio sulla via dell’esilio per i dissidenti politici siriani, arrivano dopo anche più di due anni di periplo e aver tentato di installarsi altrove. Una permanenza più o meno lunga tra arrivi e partenze per altri paesi europei. Alcune associazioni storicamente solidali con i rifugiati politici assicurano il materiale da campeggio necessario e dei traduttori, un’ accoglienza di base al posto della municipalità e delle autorità governative per queste persone contente di non trovarsi più sotto i bombardamenti quotidiani e che non chiedono altro che poter attraversare le frontiere. Non hanno documenti, a qualcuno sequestrati ai posti di frontiera dei Balcani, o in Turchia, o in Grecia. Quelli arrivati in treno dopo aver attraversato il sud-est europeo a piedi. Altri, la maggior parte, arrivano dal Maghreb, poi Melilla e la Spagna.
Le famiglie sono disperse nei diversi paesi nordafricani ed europei, Algeria, Belgio, Portogallo, Francia...

Foto: NnoMan (Migrants: Occupation d’un foyer Emmaus)

Un centinaio di persone in gran parte originari delle regioni di Homs, di Raqqa, diventata una capitale dello Stato islamico, e della costa mediterranea, testimoniano per gli 11 milioni di siriani che si sono incamminati sulle vie migranti dall’inizio del conflitto. Il Commissariato per i rifugiati (HCR) dichiara 4 milioni di rifugiati ufficialmente riconosciuti. La maggior parte si ferma in Turchia e in Libano, in Europa ne arriva una minima parte, in Francia ancora meno: solo 3.500 hanno presentato una domanda d’asilo a Parigi da quando è cominciata la guerra civile in Siria, mentre la Francia ha accettato di accogliere solo 1.000 persone ogni due anni dopo aver tergiversato sulla "ripartizione" dei migranti in Europa. Molti rifiutano o esitano a presentare la domanda d’asilo perché hanno paura che lo Stato siriano, messo al corrente, possa accanirsi per ritorsione contro i familiari rimasti al paese.

La gestione della crisi umanitaria e la tratta degli schiavi migranti, proficuo terreno politico per l’insediamento delle destre in Francia, è "terra di latte e di miele" per i passeurs istituzionali e clandestini.

Il controllo delle frontiere è stato rinforzato: 15 milioni di euro investiti per la sicurezza del porto di Calais, 10 milioni in quella per l’Eurotunnel, la "crisi", come viene chiamata dai governi europei è il ’fond de commerce’ delle destre francesi e inglesi che chiedono più "fermezza" e dichiarano guerra ai migranti.
In realtà esigono, in modo più o meno offensivo, che "vengano applicate le leggi", cioè i respingimenti alle frontiere. Vivi o morti. Un ragazzo eritreo che lo scorso luglio annega nello scarico del tunnel sotto la Manica scompare nell’anonimato totale, nessuno sa chi è, come è arrivato là, non ha identità, è ’tracciabile’ solo perché morto. Di lui si conosce il corpo defunto senza dignità nella "giungla" dove sopravvivere vuole dire anche farsi carico comune dei funerali di ignoti. Sarà inumato in Francia, altri corpi, identificabili, verranno rimpatriati.

Reportage : ©NnoMan et ©Julien Pitinome / Collectif OEIL

Mentre MSF (Médecins sans frontières) organizza navi di soccorso nel Mediterraneo, MDM (Médecins du monde) fa fronte alle "giungle" francesi a Calais e a Parigi con l’aiuto umanitario mobile. Centinaia di persone alla volta vengono soccorse, altre centinaia risultano disperse e scomparse. L’Europa e le sue leggi costringono i migranti a rischiare la vita per ottenere un diritto che viene loro riconosciuto mentre le operazioni e gli investimenti conseguenti non sono destinati al soccorso ma al controllo, alla sicurezza e alla lotta contro i ’passeurs’. Trafficanti che esistono solo perché ci sono milioni di persone che vivono in zone di conflitto e di esproprio dei territori e vogliono arrivare in Europa facendo valere i propri diritti, compreso quello della sicurezza.

Oltre le quotidiane vessazioni poliziesche, gli attacchi con i lacrimogeni e le botte, la degradazione fisica dovuta alle condizioni di vita viene aggravata dai traumi e dalle ferite gravi subite nel tentativo di passare più frontiere. Le filiere del traffico umano non si organizzano su territorio francese ma direttamente nel paese di origine dei candidati alla partenza, l’unico profitto sui migranti che si fa, non solo in Francia, è quello procurato dai sistemi di controllo e di gestione delle frontiere. Se i corpi dei migranti hanno un enorme valore politico ed economico, in termini monetari non fanno circolare soldi in Europa. Reti di imprese criminali e appalti governativi sono internazionali.

Foto: NnoMan (Migrants: Occupation d’un foyer Emmaus)

Come per i trafficanti, la diatriba tra la società Eurotunnel e gli Stati francese e inglese sui costi e i compiti in cessione di responsabilità, le tariffe variano in funzione della quantità e del ’savoir faire’. Più la struttura è in grado di assicurare una prestazione e garantire un servizio, cioè assumere il controllo e farsi carico della tratta di merce umana, dalla sua partenza alla sua destinazione, più il mercato risulta redditizio. Eurotunnel ha calcolato la sua prestazione ’haut de gamme’, indennità giornaliera di 1 milione di euro, sulla base di 37.000 ’tentativi’ di passaggio nel tunnel dal 1° gennaio 2015, come la filiera cinese che propone dei posti "VIP", a fianco dell’autista del Tir, e una formula (20mila euro) con assicurazione (in caso di insuccesso si può tentare finché si riesce a passare). I falsi passaporti britannici si fabbricano in Thailandia poi vengono spediti ai destinatari in cambio di 15-19mila euro. Le aree delle principali reti autostradali francesi sono piattaforme logistiche, tappe che hanno la funzione di barriere ancor prima delle frontiere nazionali, tutte ridistribuiscono migranti, permettendo l’incremento della rendita sulla tratta.

I dispositivi, politici, fisici e tecnologici, di controllo dei corpi di uomini, donne e minori migranti non sono che l’ultimo e indubbiamente più fruttuoso meccanismo di sfruttamento e capitalizzazione delle loro vite.

Links utili:
- Réfugiés de La Chapelle en Lutte
- Comité de soutien des Migrants de la Chapelle

Foto di copertina e reportage: ©NnoMan et ©Julien Pitinome / Collectif OEIL