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Un vertice farsa

Emerge, ancora una volta, la volontà politica di controllare, rallentare o bloccare il viaggio coraggioso e determinato dei migranti

15 settembre 2015

Il vertice straordinario dei ministri dell’Interno che si è tenuto ieri a Bruxelles è l’ennesima presa d’atto che l’Unione Europea non riesce a portare avanti una politica comune propositiva sul tema dell’immigrazione.
Le attese per un vertice considerato un primo passo risolutorio per la crisi dei rifugiati erano molte, ma anche gli opinionisti più fiduciosi oggi non possono fare a meno di notare che la riunione non ha trovato né un accordo sulla redistribuzione di 120mila profughi, né ha visto un accenno alla scrittura di una bozza comune per mettere mano al regolamento Dublino e creare un vero sistema unico di asilo in Europa.

In realtà tutte le decisioni considerate prioritarie dai singoli Stati erano già state prese nei giorni scorsi, alcune delle quali anzi sono state messe in atto proprio a cavallo del vertice. Analizzandole nel dettaglio sono tutte mosse prevedibili, che non mettono in discussione l’impianto repressivo ed inefficace dei regolamenti e che non hanno l’intenzione di scongiurare nuove tragedie del mare e di rendere meno tortuoso l’iter per la richiesta asilo.

Il pre-vertice si era aperto con la notizia dell’ultima tragedia del mare: 34 persone, fra le quali 4 neonati e 11 bambini, sono morti in un naufragio nelle acque dell’Egeo. Secondo la guardia costiera greca, l’imbarcazione è affondata 15 chilometri dopo la partenza dalle coste turche: 69 le persone tratte in salvo, mentre una trentina di loro si sono salvate nuotando fino alla riva. Pochi giorni prima altri 4 bambini erano morti mentre stavano tentando di raggiungere la Grecia.

E’ evidente che nemmeno queste ennesime morti hanno destato scalpore, almeno non tale da far inserire all’ordine del giorno la necessità di aprire dei canali umanitari.

Semmai la discussione sui luoghi di partenza dei migranti si è focalizzata attorno al rafforzamento delle frontiere esterne tramite "Frontex" ed alla “guerra” contro gli scafisti divenuti oramai il nuovo nemico da combattere. Che il ruolo degli scafisti in molti casi sia deplorevole è indubbio, ma che la risposta politica alle morti in mare si basi solo sull’implementazione di operazioni militari contro di loro non risolve di certo la drammaticità della situazione. Vale invece la pena ricordare che spesso gli stessi migranti sono costretti a svolgere il ruolo di scafisti, mentre i trafficanti se ne stanno al sicuro a contare i propri guadagni.

Tutti anche allineati per quanto riguarda l’apertura degli “Hotspot” in Grecia ed Italia, a patto che vengano collegati al funzionamento del meccanismo dei rimpatri. Si tratta in pratica di un maquillace dei centri di identificazione ed espulsione, nei quali verranno prelevate le impronte digitali e registrate le domande di asilo con il fine di separare i profughi dai cosiddetti migranti economici, ma soprattutto di accelerare i tempi dei rimpatri.

Sul fronte interno europeo invece si sono delineati due blocchi di paesi che per arginare il flusso di migranti intendono controllare i confini in modo differente. Germania, Olanda, Austria e Francia hanno deciso (o stanno decidendo in queste ore) di ripristinare i controlli alla frontiera, sospendendo gli accordi di Schengen. L’effetto domino di tale scelta su ogni Paese nell’area Shengen è sicuro. Le avvisaglie e le sperimentazioni anche qui c’erano già state tutte: a Ventimiglia è da inizio giugno che i migranti vengono bloccati; al Brennero è da un anno che si passa a singhiozzo mentre in giugno, durante il G7, la frontiera era stata chiusa; tra Austria e Germania il traffico ferroviario è stato sospeso l’altro ieri proprio per rallentare l’ingresso di altri migranti.

L’altro blocco formato da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia sta optando per la fortificazione e la militarizzazione dei propri confini. Ieri a mezzanotte il paese magiaro ha blindato la frontiera chiudendo tutti valichi con la Serbia, mentre entrava in vigore la legge che prevede l’arresto e la detenzione fino a tre anni per chiunque tenti di entrare illegalmente in territorio ungherese.

Si delinea perciò in modo sempre più marcato un’ Europa che a parole promette accoglienza, ma che nella quotidianità rafforza, anche se in modo scomposto, il meccanismo dei rimpatri, le frontiere esterne ed interne, rimanendo silente di fronte ai muri e alle leggi restrittive che i Paesi dell’est stanno erigendo senza che nulla accada.
Un vertice farsa ed inadeguato, dove è emersa, ancora una volta, la volontà politica di controllare, rallentare o bloccare in tutti i modi possibili il viaggio coraggioso e determinato dei migranti.