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Gestire la frontiera euro-africana

Melilla, laboratorio dell’esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea in Africa

3 ottobre 2015

Un rapporto (agosto 2015) su Ceuta e Melilla

Agosto 2015

Le enclaves spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco costituiscono le uniche frontiere terrestri euro-africane. Per questo, rappresentano da tempo zone di interesse particolare rispetto alle politiche migratorie volte a frenare i flussi di persone dirette verso i paesi dell’Unione Europea (UE).

Dieci anni dopo i tragici eventi del 2005 - dove, in seguito all’apertura del fuoco da una parte e dall’altra della frontiera, erano rimaste ferite e uccise almeno undici persone che stavano cercando di oltrepassare la barriera che circonda le enclaves  [1] - la zona di Melilla-Nador (città marocchina attigua) continua a essere il teatro di violazioni permanenti dei diritti fondamentali dei migranti e delle migranti, soprattutto di origine sub-sahariana. Una zona in cui l’impunità sembra essere la regola per le autorità marocchine e spagnole nell’applicazione delle politiche di repressione della migrazione cosiddetta clandestina.

L’intento di questo rapporto è quello di capire in che modo l’Unione Europea perpetua l’esternalizzazione delle sue frontiere in Africa grazie all’enclave della città spagnola di Melilla in Marocco e quali conseguenze questo comporta.

Foto: José Palazón

La frontiera sud dell’Europa nel 2015: nuova terra d’asilo o spazio legalizzato ai limiti del diritto?

Benché esista una legge nazionale spagnola sull’immigrazione, Ceuta e Melilla hanno da sempre goduto di un “regime d’eccezione [2] vista la loro extraterritorialità geografica. Senza dubbio anche per il loro interesse politico a selezionare a monte i migranti che vogliono entrare in Spagna e poi nel resto dell’Unione Europea, diventano un’autentica ultima “zona di filtro”.

Dalla "espulsioni a caldo” ai “respingimenti alla frontiera”

A Melilla, la Guardia Civil conta 600 agenti e una unità di rinforzo, a rotazione, di 180 persone assegnate specificamente alla barriera. La funzione delle guardie civili è di impedire il passaggio dei migranti e delle migranti al di fuori dei punti di frontiera abilitati. Fino al mese di marzo 2015, non era mai stato precisato, per iscritto, in che modo gli agenti della Guardia Civil assegnati alla barriera, avrebbero dovuto mettere in pratica questa missione. Si trattava per loro di eseguire gli ordini: intercettare i migranti e procedere sistematicamente al loro respingimento direttamente in Marocco consegnandoli alle autorità marocchine [3], senza il rispetto delle procedure e al di fuori di qualsiasi quadro legale. Questa pratica, chiamata “espulsioni a caldo”, è da anni oggetto di denuncia da parte delle organizzazioni della società civile [4].

Melilla, la tripla barriera. Foto: José Palazón

È stata legalizzata il 1° aprile 2015, con un emendamento alla legislazione spagnola sull’immigrazione [5] e rinominata “respingimento alla frontiera”. Il colonnello capo del comando della Guardia Civil de Melilla aveva subito un processo nel settembre 2014 [6] per aver trasmesso un ordine di respingimento. È stato rilasciato poco tempo dopo la promulgazione della nuova legge. Tuttavia, per i difensori dei diritti umani, il “respingimento alla frontiera” resta malgrado tutto una pratica totalmente illegale sulla base della legislazione nazionale nonché delle convenzioni internazionali ratificate. Per esempio, la convenzione di Ginevra non viene così rispettata dato che la domanda di protezione non può essere fatta alla barriera-frontiera [7].

Nell’aprile 2015, il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio Europeo ha chiesto alle autorità spagnole di rivedere questa legislazione controversa. Nei fatti, non è stato realizzato nessun esame individuale della situazione dei migranti respinti e la violenza resta onnipresente da una parte e dall’altra della barriera, come dimostrato nel rapporto del Consiglio Europeo che raccomanda inoltre, che “nessuno straniero sia consegnato (alle forze marocchine) visto il rischio di maltrattamenti” [8].

Per la prima volta, nel luglio 2015, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha chiesto alla Spagna di fornire spiegazioni su due casi di espulsioni a caldo avvenute nell’agosto 2014 che violavano, secondo le denunce in questione, la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che proibisce espressamente le espulsioni collettive [9].

Nel 2014, un giovane camerunense era stato picchiato alla barriera di Melilla da alcuni agenti della Guardia Civil e immediatamente riportato in Marocco mentre era incosciente [10]. Nell’agosto 2015, le azioni giudiziarie mosse contro 8 guardie civili di Melilla sono state annullate per “mancanza di prove [11], provocando ancora una volta l’indignazione delle persone e delle organizzazioni che difendono i diritti dell’uomo di fronte al mantenimento dell’impunità [12].

Manifestazione a Ceuta, 7 febbraio 2015. Foto: Elsa Tyszler

L’apertura di uffici d’asilo alle frontiere di Ceuta e Melilla: un nuovo successo nel processo di esternalizzazione delle frontiere dell’UE?

La legalizzazione delle “espulsioni i a caldo” - che viola il principio del non-respingimento delle persone richiedenti protezione internazionale - non sembra essere in contraddizione con la recente apertura, nel marzo 2015, di uffici dedicati alle richieste d’asilo alle frontiere di Ceuta e Melilla. Dovremmo vedere in questo una politica d’immagine dello Stato spagnolo in favore dei diritti umani, nel momento in cui legalizza l’illegale? Poco prima della loro inaugurazione, il Ministro dell’Interno spagnolo Jorge Fernandez Diaz dichiarava “che è chiaro” che i migranti che saltavano la barriera non avrebbero avuto il diritto di domandare asilo, poiché dal quel momento sarebbero stati presenti alla frontiera uffici abilitati a questo scopo [13].

Tuttavia, un’argomentazione svuota subito di significato il senso di questa dichiarazione: è impossibile per una persona subsahariana accedere agli uffici di asilo alle frontiere di Ceuta e Melilla. Le cifre rivelate dall’UNHCR sul campo lo mostrano bene: tra gennaio e aprile 2015, sono state registrate più di 1.500 domande di asilo [14] alla frontiera, quasi tutte provenienti da siriani (e da palestinesi di Siria), nessuna da subsahariani. Eppure, secondo l’UNHCR spagnolo, il 70% dei subsahariani che tentano di superare la barriera sono dei potenziali richiedenti asilo. Allora perché questa differenza? Semplicemente perché i migranti neri non riescono ad arrivare fino al posto di frontiera di Melilla dato che le autorità marocchine bloccano loro l’accesso e procedono regolarmente a effettuare retate nelle regioni vicine alle enclaves spagnole, in particolare intorno a Nador e Tangeri [15]. Così, per una persona nera in cerca di protezione, l’unico passaggio terrestre per entrare nell’enclave è l’assalto della barriera.

Foto: José Palazón

La Spagna è stata denunciata davanti all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nel giugno 2015, dal Comitato René Cassin, riguardo ai suoi comportamenti alla frontiera con il Marocco, per violazione del diritto alla non discriminazione su base razziale e trasgressione degli obblighi derivati dalla Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale che ha ratificato [16]. Nel luglio 2015, l’ONU stessa ha espresso il suo verdetto e le sue raccomandazioni riguardo all’applicazione da parte della Spagna del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. In questi ingiunge alla Spagna di “rivedere la legge di sicurezza cittadina, legge 4/2015 [17] e di garantire che tutte le persone che chiedono la protezione internazionale abbiano accesso a procedure di valutazione eque e individuali e alla protezione di fronte al respingimento senza discriminazione (…)”. Inoltre, l’ONU ha dichiarato che “la Spagna deve adottare tutte le misure necessarie per garantire che i migranti non siano sottoposti a maltrattamenti durante la loro deportazione ed espulsione.” Chiede anche che siano prese misure volte a “garantire che le autorità straniere (del Marocco) non commettano violazioni dei diritti umani sul territorio spagnolo e che i poliziotti e il personale frontaliero ricevano una formazione adeguata sull’uso della forza durante le interazioni con i migranti, e ad assicurarsi che ogni uso eccessivo della forza sia oggetto di un’inchiesta e che i responsabili siano sanzionati, laddove sia necessario [18].

Manifestazione a Ceuta, 7 febbraio 2015. Foto: Elsa Tyszler

Intorno alla frontiera, una cooperazione “storica” tra le autorità spagnole e marocchine

Un accordo bilaterale di riammissione - ovvero una convenzione tra due Stati che li obbliga ad accettare di ricevere persone, che siano loro cittadini o meno, e che sono state espulse dall’altro Stato - firmato tra il governo marocchino e quello spagnolo nel 1992 [19] non è mai stato applicato. Le riammissioni sono sempre state fatte piuttosto sulla base di accordi politici, al di fuori di qualsiasi procedura legale, come si è potuto osservare con i “respingimenti a caldo” (“devoluciones en
caliente”) che implicano talvolta l’aiuto di forze ausiliarie marocchine.
Lo sforzo del Regno marocchino nel suo ruolo di “gendarme delle frontiere dell’Unione Europea” si osserva anche nelle retate effettuate regolarmente nella zona con l’obiettivo di “pulire” la frontiera nord dalla presenza di “indesiderabili” vicino alle enclaves spagnole [20]. Si concretizza anche nel fossato che è stato scavato e nella recente “quarta barriera” - aggiuntasi alla tripla barriera di Melilla - che è stata eretta nel 2014 e rinforzata nel 2015 con filo spinato. In questo modo, da parecchi mesi i “boza [21] sono diventati estremamente rari, se non ormai inesistenti: il 3 agosto 2015, la città si felicitava che fossero passati tre mesi senza che nessuno avesse oltrepassato la barriera [22]. In questo senso, si è verificata in questi ultimi anni, e ancora di più nel 2015, una cooperazione “storica” tra le autorità marocchine e quelle spagnole al riguardo [23].
Tuttavia, il Marocco non sembra essere il mero esecutore delle politiche migratorie europee: la presenza di quei migranti sul suo territorio, così come la sua situazione strategica vicino alle frontiere dell’Unione Europea, è servita da “rendita geografica” (Nora El Qadim, 2010). Così, i diversi livelli di negoziazione - nazionali o europei - possono essere usati per ottenere il maggior numero di vantaggi possibile in cambio di una partecipazione attiva alla lotta contro le migrazioni irregolari.

Protesta davanti al Ceti di Melilla, settembre 2015. Foto: José Palazón

I trasferimenti alla penisola spagnola: indeterminatezza giuridica mantenuta per gestire meglio i flussi migratori?

La chiave di volta delle politiche migratorie spagnole intorno alle enclaves di Ceuta e Melilla sembra realizzarsi attraverso i trasferimenti alla penisola. Infatti, questi trasferimenti dalle enclaves alla penisola spagnola non sono affatto regolati perché non sono inquadrati da nessuna legge. In questo modo, nessuno sa quando partirà, e quest’attesa distrugge, soprattutto psicologicamente, chi aspetta nel CETI (vedere il riquadro a fondo pagina). I criteri che convalidano le uscite dei migranti dal CETI restano a discrezione del Commissariato generale per l’immigrazione della polizia nazionale a Madrid: l’arbitrarietà amministrativa sembrerebbe dunque essere la regola. I migranti e le migranti in uscita sono inviati a centri d’accoglienza gestiti da ONG (per un soggiorno brevissimo): è la via umanitaria; oppure vengono mandati in centri per richiedenti asilo o nei CIE (centri di detenzione ed espulsione). Tra gennaio e giugno 2015, secondo le cifre dell’UNHCR, 4.049 Siriani sarebbero entrati dalle frontiere di Melilla, ovvero tre volte più che nel 2014 nello stesso periodo [24]. L’arrivo di cittadini siriani residenti all’estero complica la situazione, perché non possono essere espulsi verso il loro paese d’origine. In effetti, si può notare dall’inizio del 2015 un conseguente aumento del numero di trasferimenti che riduce il tempo d’attesa nel centro. Non bisogna vedere in questo una tendenza delle autorità spagnole a un maggior rispetto dei diritti, ma una semplice questione logistica: bisogna far uscire persone perché il CETI è sovraffollato. Finora, i trasferimenti verso la penisola erano fatti dopo mesi, se non anni, per evitare quello che alle autorità (di tutti i paesi europei) piace chiamare “effetto chiamata [25], scoraggiando i migranti con la detenzione illimitata, poiché non c‘è durata massima di detenzione nel CETI. Attualmente, il cambio di profilo e il sovraffollamento del CETI in seguito all’arrivo dei Siriani hanno accelerato il ritmo dei trasferimenti verso la penisola. Se dapprima i trasferimenti davano la priorità ai richiedenti asilo siriani, le tensioni provocate dall’annuncio, alla vigilia delle partenze, di liste di persone uscenti in cui non comparivano Subsahariani, hanno spostato l’ago della bilancia. Da qualche mese, chiunque - indipendentemente dalla sua nazionalità - uscirà dal CETI di Melilla tra uno e tre mesi dopo il suo arrivo, e nel giro di 50 giorni se è un richiedente asilo [26].

Manifestazione a Ceuta, 7 febbraio 2015. Foto: Elsa Tyszler

A Ceuta, dove nessun rifugiato di Siria è per il momento ancora arrivato nel 2015, i trasferimenti verso la penisola, che si fanno sempre a discrezione del Commissariato generale di Madrid, restano estremamente lenti. La ragione è che il numero di arrivi nella città è nettamente inferiore che a Melilla e il CETI è appena sovraffollato.

In un’enclave come nell’altra, le persone richiedenti asilo, che dovrebbero poter circolare su tutto il territorio spagnolo, sono private di questo diritto. Per quanto Melilla e Ceuta siano città spagnole, sono le due uniche eccezioni dello spazio Schengen: le persone sono sottoposte a un doppio controllo, quando entrano nell’enclave e quando escono dirette alla penisola. Così, le persone che ottengono la “carta rossa” di richiedente asilo vedono il loro accesso alla penisola limitato da due frasi scritte sul documento: “No autorizado a cruzar fronteras” e “Solo valido en Melilla/Ceuta” (“Non autorizzato ad attraversare frontiere”, “Valido solamente a Melilla/Ceuta”).

Lo statuto eccezionale di Ceuta e Melilla, così come gli interessi convergenti a bloccare i migranti che tentano di raggiungere l’Europa, permettono di mantenere intorno ai trasferimenti verso la penisola un vuoto giuridico che dà la possibilità di gestire i movimenti in modo discrezionale e di rendere perenne l’esternalizzazione delle frontiere dell’UE in Africa.

Schema realizzato da Migreurop nel luglio 2015

Conseguenze dirette dell’esternalizzazione e della militarizzazione delle frontiere europee

Questa situazione di blocco a livello della barriera di Melilla ultimamente ha fatto aumentare moltissimo il numero di tentativi di passaggio in Europa dal mare partendo dalle coste a nord del Marocco [27], con tutti i rischi che rappresentano queste traversate [28]. Si vede quindi come la militarizzazione accresciuta di questa frontiera euro-africana conduce i migranti a scegliere vie sempre più pericolose: le pateras [piccole imbarcazioni, NdT] per alcuni e per altri, ad esempio:

“Non sappiamo più cosa fare qui, questa non è più vita, siamo bloccati ora.
Pensiamo di andare in Libia, sembra che da lì si passi” [29].

Prima dei morti in mare, ci sono i morti sulla terra. Hanno in comune un’unica spiegazione: la militarizzazione delle frontiere esternalizzate dell’Unione Europea.

Davanti alla frontiera di Beni Enzar. Foto: José Palazón

Riquadri

Gli esiliati della Siria o il business del blocco dal lato marocchino

Con la guerra in Siria, l’afflusso di persone siriane o palestinesi non ha smesso di aumentare nella zona. Nonostante l’apertura dell’ufficio d’asilo alla frontiera con Melilla e la mediatizzazione della loro situazione, gli esiliati e le esiliate di Siria non hanno facile accesso all’enclave spagnola. Affitto o vendita di passaporti marocchini, bakchichs [mazzette, NdT] a intermediari affinché la polizia marocchina non li blocchi, il passaggio della frontiera costa molto caro. Circa 1000 euro a persona (adulto o bambino) nel giugno del 2015 secondo le testimonianze raccolte sul campo.
Se durante i primi mesi del 2015 sia le organizzazioni che le autorità di Melilla registravano circa 50 entrate di Siriani e Siriane al giorno, dal mese di maggio 2015 questa cifra sarebbe nettamente diminuita.
Ciò dipende dal fatto che bloccare i Siriani è ugualmente redditizio. In effetti, la città di Nador, vicina all’enclave, vede da svariati mesi i suoi hotel e i ristoranti sempre pieni. I taxi tra Nador e Beni-Ansar (ultima città prima della frontiera) accompagnano ogni giorno coloro che tentano il passaggio. I Siriani sono così diventati una fonte di business per la zona transfrontaliera marocchina. Ci sono state parecchie manifestazioni di Siriani e Palestinesi per protestare contro il loro blocco alla frontiera. Se gli esiliati di Siria sembrano sapere dell’esistenza dell’ufficio d’asilo alla frontiera di Melilla e del sistema di trasferimento alla penisola spagnola, non è lo stesso per Ceuta che finora non ha registrano nessuna domanda d’asilo alla sua frontiera.

I cartelli dicono tutto. Melilla, settembre 2015. Foto: José Palazón

Melilla, “centro di detenzione illimitata”?

Concepito nel 1999 con il cofinanziamento dell’Unione Europea, il CETI (Centro de estancia temporal para inmigrantes) è stato pensato per accogliere 480 persone: è oggi saturo. Nel giugno 2015, vi risiedevano circa 1500 persone (tra cui 500 bambini), di cui la maggior parte sono Siriani, dato che i Subsahariani non riescono quasi più a entrare dalla barriera. Costruito per la migrazione subsahariana degli anni ’90, ovvero per giovani uomini celibi, questo centro aperto (le persone possono entrare e uscire dalle 7 alle 23) ha ora un pubblico completamente diverso: famiglie, bambini, neonati, anziani, persone con disabilità. Le donne, i bambini e i malati sono alloggiati negli edifici, mentre gli uomini sono collocati in tende del tipo campi per rifugiati, risultando così in una separazione dei nuclei familiari. Ci sono circa 150 persone per “camera”. All’arrivo, i migranti e le migranti vengono identificati (impronte digitali, fotosegnalamento) e ricevono una visita medica per una serie di test obbligatori. Durante il giorno, le persone possono stare nel loro letto o in fila per i servizi igienici, le docce o la mensa, poiché il numero degli impianti sanitari e dei servizi per la ristorazione non è mai aumentato dalla creazione del centro. Benché possano circolare fuori dal centro durante il giorno, è la città intera che costituisce un “centro di detenzione illimitata” per queste persone. La vita nel CETI è così regolata sul ritmo dell’attesa interminabile della “salida” (verso la penisola, ndt).

Melilla, settembre 2015. Foto: José Palazón

Bibliografia di riferimento

Rapporti / pagine delle associazioni

Lato marocchino:
- AMHD Nador, rapporto sulla situazione dei migranti subsahariani a Nador, febbraio 2015
- HWR, Abus et expulsions: Les mauvais traitements infligés aux migrants d’Afrique subsaharienne au Maroc, (versione inglese: Abused and Expelled: Ill-Treatment of Sub-Saharan African Migrants in Morocco), 2014
- GADEM/FIDH, rapporto congiunto: Maroc: entre rafles et régularisations, bilan d’une politique migratoire indécise, 2015

Lato spagnolo:
- Andalucía Acoge, sito: Justicia en la frontera
- APDHA, rapporto: Droits de l’Homme à la frontière Sud (versione spagnola: Derechos humanos en la frontera Sur), 2015
- PRODEIN, sito Melilla frontera sur

Manifestazione a Ceuta, 7 febbraio 2015. Foto: Elsa Tyszler

Rapporti istituzionali/universitari

- Rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o maltrattamenti inumani o degradanti, sulla sua visita in Spagna, aprile 2015, e la risposta del governo spagnolo, 2015
- Rapporto sui rinvii alla frontiera: “Rechazos en frontera”: ¿frontera sin derechos?, Università Complutense di Madrid
- Rapporto del Comitato René Cassin sul mancato rispetto da parte della Spagna della convenzione CERD (di prossima pubblicazione)
- EL QADIM, Nora (2010): La politique migratoire européenne vue du Maroc: contraintes et opportunités, Politique européenne, 2010/2 n° 31, p. 91-118

Articoli di stampa

- Blog Desalambre del giornale El Diario sulla barriera di Melilla
- Média 24: Le Maroc et l’Espagne épinglés pour les mauvais traitement infligés aux migrants, aprile 2015
- El Diario: España, denunciada ante la ONU por discriminación racial en la frontera con Marruecos, giugno 2015
- Periodismo humano, La ONU suspende a España en derechos, luglio 2015
- El Diario: El Tribunal de Estrasburgo pide explicaciones a España por las devoluciones en caliente en Melilla, luglio 2015

Melilla, settembre 2015. Foto: José Palazón

Film/documentari/video sull’argomento

- Les messagers, 2014, film di Laetitia Tura e Helène Crouzillat
- Melilla, Apagón de los Derechos Humanos, 2015, video dell’associazione Prodein
- Hasta que se abran las puertas, 2015, reportage di Conectando, Cordoba Internacional TV

Vedi anche:
- Gestionar la frontera euro-africana: Melilla, laboratorio de la externalización de las fronteras de la Unión Europea en África
- Gérer la frontière euro-africaine: Melilla, laboratoire de l’externalisation des frontières européennes en Afrique