logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Potenziare Frontex non è la soluzione alla crisi dei rifugiati

Nina Perkowski, Open Democracy - ottobre 2015

10 ottobre 2015

Pubblichiamo questo articolo di Nina Perkowski [1] uscito su Open Democracy il 2 ottobre 2015 (link originale).

Piuttosto che investire ulteriori milioni in barriere, pattuglie e guardie di frontiera, ciò che serve è il coraggio di accettare che la politica dell’esclusione ha fallito.

Da quando quest’estate media e politici hanno dichiarato la “crisi dei migranti” o dei “rifugiati”, gli Stati membri dell’UE sono in affanno per trovare una soluzione comune ai recenti eventi. Nel corso dei tentativi di ridistribuire i rifugiati tra tutti gli Stati membri, sono rispuntati gli ormai noti appelli per il potenziamento dell’Agenzia Europea per il controllo delle frontiere, Frontex, l’agenzia di controllo delle frontiere della UE. Frontex è assente nei racconti degli uomini, donne e famiglie che intraprendono viaggi rischiosi con la speranza di raggiungere salvezza e pace, ma è al centro di dibattiti su come ridefinire le politiche frontaliere, di asilo e di immigrazione dell’UE.

Meno controverse dell’accoglienza dei richiedenti asilo, la redistribuzione dei rifugiati tra gli Stati Membri, o l’apertura di vie d’ingresso legali, e le richieste “di più Frontex” sono diventate la risposta comune alla necessità di “fare qualcosa” in merito alla politica delle migrazioni dell’Unione Europea. Richieste simili sono già state avanzate in passato: al momento della “Primavera Araba” nel 2011, a seguito del 3 ottobre 2013, quando almeno 363 persone persero la vita lungo le coste di Lampedusa, e l’estate scorsa, quando l’Italia chiese a gran voce il “Frontex plus” per portare avanti la sua operazione militare-umanitaria Mare Nostrum nel Mediterraneo.

Varsavia, dimostrazione contro Frontex, Maggio 2015 (Celestino Arce/Demotix)

Eccetto l’uscita occasionale di comunicati stampa circa quante persone entrano irregolarmente nell’UE, che vengono poi snocciolati dai servizi di informazione per fare il punto sulla crescita dei flussi migratori a cui stiamo assistendo, non si sente e non si vede molto altro di ciò che Frontex sta realmente facendo al momento. Alla ricerca di risposte, l’Ufficio di Giornalismo Investigativo ha recentemente pubblicato i risultati di un’inchiesta. Ciò che emerge è una Frontex sopraffatta, senza personale sufficiente, e non così potente come si poteva pensare. Di nuovo, la conclusione logica sembra essere la necessità di rafforzare Frontex.

Ma a cosa servono le proposte attualmente in esame? In che modo potrebbero cambiare la la regolamentazione delle frontiere e della migrazione nell’UE? E cosa ha davvero fatto Frontex durante quest’estate di migrazioni?

Fondata nel 2005, Frontex è il frutto di un compromesso tra quegli Stati che volevano una guardia di frontiera Europea perfettamente funzionante (come Italia e Germania), e quelli che desideravano proteggere la propria sovranità (nello specifico Gran Bretagna e paesi Scandinavi). Già dalla sua nascita, Frontex è stata creata soprattutto per gestire la coordinazione della cooperazione tra gli Stati Membri. Doveva rispondere alle necessità degli Stati Membri ed assisterli nel funzionare meglio insieme, in primo luogo fornendo sevizi quali analisi dei rischi, ricerca e corsi di formazione.

Il quartier generale di Frontex a Varsavia (Theo Schneider/Demotix)

Da quando è nata, 10 anni fa, Frontex è cresciuta esponenzialmente dal punto di vista di budget e staff interno, ed il suo mandato è stato ampliato due volte. La prima espansione fu nel 2007, per permettere il dispiegamento della Squadra di Frontiera di intervento rapido. Poi nel 2011 fu concesso all’Agenzia, tra i vari cambiamenti, di possedere e affittare le proprie attrezzature, e di sviluppare ed utilizzare dei sistemi per scambiare informazioni con altre agenzie, Stati Membri, e la Commissione Europea. Con l’emendamento del 2011, Frontex si è inoltre vista costretta a rispettare più attentamente i Diritti Fondamentali sanciti dal suo regolamento, ed è stata obbligata a fondare un Forum Consultivo sui Diritti Fondamentali costituito da ONG, organizzazioni internazionali ed agenzie europee, oltre che a creare la posizione di Responsabile dei Diritti Fondamentali all’interno di Frontex stessa.

Mentre Frontex veniva aspramente criticata per aver fallito nel garantire accesso alla protezione ai richiedenti asilo in alcune delle sue prime operazioni, la pressione che ha dovuto affrontare e le competenze in loco che è stata costretta ad acquisire nel 2011 hanno contribuito alla sua enfasi odierna circa i Diritti Fondamentali. Quando nel 2013 intervistai alcuni membri dello staff di Frontex per il mio dottorato di ricerca, mi fu detto che l’Agenzia non poteva fermare o rallentare l’immigrazione irregolare. Piuttosto, il suo obiettivo era l’identificazione delle persone entranti. L’impossibilità di Frontex di fermare i richiedenti asilo è stata nuovamente spiegata in una recente audizione presso la Camera dei Lord. In tale sede Leggeri, Direttore Esecutivo di Frontex, ha chiarito che l’Agenzia era soggetta al Codice delle Frontiere di Schengen ed alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. In sostanza, ciò significa che gli individui che richiedono la protezione internazionale devono rivolgersi agli Stati Membri incaricati di processare le loro richieste.

Manifestazione contro Frontex a Varsavia (NurPhoto Agency)

Essendo vincolata alla legge dell’UE, Frontex è ben conscia dell’impossibilità di impedire ai rifugiati ed ai richiedenti asilo di muoversi irregolarmente sul territorio europeo in assenza di vie d’accesso legali. Per questa ragione, i suoi sforzi per il futuro sono orientati verso l’esternalizzazione dei controlli delle frontiere: se i richiedenti asilo possono essere fermati da terzi ufficiali di controllo prima che raggiungano la UE, gli obblighi legali sopracitati non sussistono. Frontex invierà un ufficiale intermediario in Turchia entro la fine dell’anno, e sta progettando di creare al più presto simili posizioni nelle regioni del Nord Africa.

Nel frattempo, Ungheria, Bulgaria, Grecia e Spagna hanno costruito barriere per tentare l’impossibile ed impedire ai migranti di entrare irregolarmente nei loro territori, e sia la Romania che i Paesi Baltici hanno in programma di fare lo stesso. Presto, l’Europa potrebbe avere più muri e barriere che durante la guerra fredda. Già allora, i muri non fermarono la gente dal viaggiare, ma causarono violenza, morte e sofferenze. Lo stesso sta accadendo adesso: l’Ungheria ha già arrestato almeno 519 persone che hanno tentato di scavalcare la sua recinzione di recente costruzione, e sta usando idranti e gas lacrimogeni per cercare di tenere lontani i rifugiati.

Manifestazione contro le politiche di Frontex a Varsavia, Maggio 2015 (Celestino Arce)

Cercando di entrare nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, sono morti a dozzine negli ultimi 10 anni, compresi i 15 dell’ultimo anno. Tentando di aggirare le formidabili barriere che l’UE si è costruita intorno, almeno 6.152 persone hanno perso la vita da gennaio 2014 ad oggi, e più di 20.000 morti sono state documentate dal 1988.

Come continente, dovremmo ricordare la gioia ed i festeggiamenti di quando i muri della Guerra Fredda tremarono e caddero; l’inutilità con cui quei muri tentarono di fermare le persone; e l’onore conferito a quanti aiutarono i rifugiati ad attraversare le frontiere nonostante barriere, muri, ed il rischio di morte.

Un crescente numero di iniziative sta rendendo problematico l’arbitrarietà della celebrazione degli “agenti di fuga” di allora e della criminalizzazione dei “trafficanti” di oggi: entro un mese, in una “conferenza sul traffico di uomini” si osserveranno le connessioni storiche e le ovvie contraddizioni nel trattamento di coloro che aiutano i rifugiati ad attraversare le barriere. E quest’estate, centinaia di cittadini europei hanno deciso di prendere una posizione autonoma, partendo dai Balcani dell’ovest ed offrendo passaggi in macchina verso la Germania o l’Austria. Convogli organizzati sono partiti da Vienna, Lipsia, Berlino e Lubiana, e molte altre persone sono partite autonomamente per dare il loro contributo.

La risposta della UE alla “crisi”, comunque, è ben lontana dall’esame di coscienza e dalla prospettiva storica che vari cittadini ed attivisti propongono. Apparentemente imperturbabili di fronte al fallimento delle loro politiche, gli Stati Membri puntano al rafforzamento dei controlli alle frontiere, e al tempo stesso provvedono ad una modesta e temporanea ridistribuzione dei rifugiati lontano da Grecia ed Italia.
Si dice che il fatturato di Frontex sia cresciuto del 54%, e arriverà a 176 milioni di euro nel 2016. Dopo che le sue risorse sono state triplicate a fronte delle operazioni in Italia e Grecia nell’aprile di quest’anno, questo indica una futura, sostanziale crescita del budget dell’Agenzia. Essa potrà inoltre assumere altri 60 dipendenti, e c’è un dibattito aperto su un ulteriore incremento dei suoi poteri.

Manifestazione contro le politiche di Frontex a Varsavia, maggio 2015 (Demotix)

Il Presidente di Commissione Junker ha recentemente proposto di trasformare Frontex in una Guardia Europea di Frontiera completamente operativa, e ciò significherebbe una sua radicale trasformazione. In uno scenario simile, se Frontex fosse una nuova forza di polizia europea potrebbe avere il controllo sulle frontiere esterne dell’Unione, assicurando così l’attuazione di norme comuni lungo tutta la linea.

Implementare le forze di polizia, tuttavia, non è la risposta alle centinaia di migliaia di rifugiati che si sono diretti in Europa nell’ultimo anno. Come già sottolineato, i richiedenti asilo hanno il il diritto di essere registrati e accolti nella loro ricerca di salvezza all’interno dell’UE. E puntare all’esternalizzazione come una “soluzione” alla “crisi” europea, come fanno Frontex ed altri agenti dell’UE, è riduttivo e cinico. Al momento, oltre l’86% dei rifugiati in tutto il mondo si trova in nazioni in via di sviluppo. In Libano, il 25% della popolazione è attualmente rifugiata. In Europa, d’altro canto, le persone arrivate costituiscono lo 0.11% della popolazione totale dell’intera Unione. Tali arrivi potrebbero aumentare vertiginosamente ed è in effetti molto probabile che ciò si verifichi, come già da diverso tempo era noto all’UE e, prima fra tutti, a Frontex. Gli Stati Membri hanno deciso di non prepararsi in vista di tali aumenti, e fino ad adesso sembrano concentrati nel trovare soluzioni a breve termine, percorsi ad-hoc per una situazione che, invece, richiede una forte leadership politica ed un approccio lungimirante.

Mentre Frontex trae vantaggio da questa “crisi” per incrementare il suo staff, i suoi introiti ed i suoi potenziali poteri, dovremmo tenere a mente che questa è prima di tutto una crisi della governance e della solidarietà; così come una crisi per tutti quelli che rischiano vita e salute in viaggi estenuanti. Come recentemente affermato da Madeleine Rees a 50.50, queste persone sono diventate le pedine nei giochi politici degli Stati Membri.

Manifestazione contro le politiche di Frontex a Varsavia, Maggio 2015 (Demotix)

Potenziare Frontex” non può essere la risposta a questa crisi. Piuttosto che investire ulteriori milioni in barriere, barricate ed una Guardia di Frontiera europea, abbiamo bisogno di accettare il fatto che le politiche dell’esclusione hanno fallito.

Nell’aprile di quest’anno, il rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti umani François Crépeau ha ricordato in un’intervista che “Einstein ha definito pazzia il perpetrare la stessa azione aspettandosi risultati differenti”. Dopo oltre due decadi di tentativi di sigillare le frontiere dell’UE, di crescita di poteri ed introiti di Frontex, di costruzione di nuove barriere, e di crescenti difficoltà per disperati, emarginati e perseguitati che raggiungono l’UE, è il momento di rendersi conto che qualcosa non sta funzionando. Piuttosto che di “più Frontex”, abbiamo bisogno di nuove politiche e pratiche che riconoscano l’umanità di quanti ricercano sicurezza ed un ambiente vivibile per sé stessi e per i propri familiari, permettendogli tutto questo in Europa, piuttosto che tenerli lontani da “noi” a tutti i costi.